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2 giugno, il giorno prima del 3

andrà (1)Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mentre si attendono le sentenze europee sul volume reale di “aiuti” a rendere, concessi benevolmente a fronte di  “riforme” che come anticipato dal trailer dell’horror greco e da quella lettera a firma congiunta Trichet- Draghi, si tradurranno automaticamente in tagli a salari, pensioni e spese sociali, scorrerà, nel silenzio rotto solo dal rombo dalle Frecce Tricolori, la festa del 2 giugno.

Niente parata, niente carri armati, niente trionfale marcia dei bersaglieri salutata dagli applausi sempre più flebili di una folla sempre più ridotta negli anni e di un parterre decimato dalle defezioni di autorità con poca dimestichezza con storia e memoria.

Meglio così, dopo mesi di squilli di trombe per la sveglia all’amor patrio da celebrare sul divano di casa, dopo mesi di appelli all’unità nazionale grazie all’omissione di una divisione in due, i salvabili e qualche milione di sommergibili addetti alle attività essenziali, dopo mesi di orgoglio per il test di cittadinanza compiuto con lo scrupoloso uso delle mascherine e con il doveroso atto di fede quotidiano nei confronti dell’intrepido esecutivo e dei suoi consulenti scientifici, officiato con la santa liturgia delle conferenze stampa a reti unificate o quasi, e dopo il passaggio in clandestinità del 25 aprile, liberazione secondaria rispetto a quella di domani con il via libera per il raggiungimento legittimo e autorizzato delle seconde case, c’è  proprio bisogno di guarire dall’epidemia di retorica.

Davanti a casa ci ha pensato anche il vento, che ha arrotolato lo stendardo steso sulla gru dei lavori della metro C riducendo lo slogan della resistenza anno 2020: Andrà tutto bene, allo scarno e sobrio Andrà.

Che è già un risultato di cui compiacersi, tanto siamo abituati a ridurre aspettative e auspici, da invogliarci a sperare nella ripresa della routine, nel ristabilimento di una normalità, che si sa già essere stata l’origine di morte e sofferenze, che ha permesso restrizioni delle libertà e delle relazioni, in modo da costringere tutti nei limiti dell’angusto presente rimuovendo i danni e le colpe del passato e l’attesa del futuro.

A pensarci bene se questa ventata epica fosse stata autentica avrebbe potuto riportare a galla qualcosa di quel 25 aprile e poi di quel 2 giugno, avrebbe potuto dissipare quella coltre di nebbia conformistica che si stende sul concetto di stato, di nazione, di sovranità, parole ormai soggette a anatema, sebbene siano così presenti in quella Costituzione che piace tanto come prodotto letterario, purché sia disposta a farsi accartocciare, mutilare, manomettere e scavalcare in nome delle emergenze ricorrenti, aggirare in virtù di interessi personali e di lobby.

Ma non era più possibile, l’operazione più poderosa condotta dalle oligarchie è consistita proprio nell’istillare la sfiducia nello stato, esattore feroce coi poveracci e benevolo mecenate dei ricchi, creando il mito della  efficienza del “privato” a confronto con la macchina farraginosa dell’assistenzialismo, doveroso nei confronti delle grandi imprese nazionali e non, delle banche e delle assicurazioni, maltollerato se concesso a “bisognosi” da anni retrocessi a parassiti, anziani non profittevoli, giovani indolenti.

Tanto che le prestazioni fallimentari delle regioni, e dei comuni, vengono interpretate come la conferma di una impotenza strutturale, di una negligenza nel controllo e nella gestione della cosa pubblica.

Tanto che addirittura qualcuno si compiace della accertata superiorità di partner tracotanti che dimostrano che lo Stato, e la nazione, si meritano un trattamento disonorevole, esteso al popolo.

Ha proprio avuto successo il tentativo di criminalizzare perfino le parole Stato, Nazione, Repubblica (ormai accoppiata con il casco di frutti esotici) per farli regredire a scontati e miserevoli sottoprodotti ideologici, nazionalismo, sovranismo.

Contro di essi è necessario battersi alla stregua di razzismo o omofobia, con l’effetto di  assimilare le cause nobilissime che un tempo erano quelle dell’antifascismo vero e non solo di superficie, a quella della sopravvivenza dell’ineluttabile contesto europeo, della sovra-nazione nei cui confronti è obbligatorio ripetere l’atto di fede senza condizioni, pena l’espulsione dalla cerchia dei Grandi, che pure sembra sempre più estemporanea e improbabile in un momento nel quale la globalizzazione perde la sua potenza anche culturale e “ideale” e sembra riacceso il contenzioso predatorio e coloniale  fra singoli stati e blocchi di stati per accaparrarsi  risorse e mercati.

Così come succede con l’appartenenza alla Nato, irrinunciabile anche sotto forma di partecipazione a operazioni militari, a campagne di repressione dei diritti e dell’autodeterminazione di intere popolazioni, di acquisti obbligatori di armamenti e di concessione di territori in qualità di poligoni di tiro e di laboratori di sperimentazione di dispositivi bellici.

E infatti basta pensare alla sorte toccata a Nazione, in nome di un preteso legame – assolutamente antistorico – con il fascismo che l’identificava col partito e col regime, così da trascinarla nella catastrofe come succede d’altra parte anche oggi, quando i governi hanno appreso la lezione di privatizzare profitti e vittorie e socializzare perdite e sconfitte.  Così si è raccomandata caldamente la rinuncia all’interesse nazionale, preferendo quello individuale certo, ma soprattutto quello padronale.

Perché se è vero che, come qualche anno fa ha scritto acutamente uno storico, Emilio Gentile: “attraverso la nazione e lo Stato nazionale, milioni di esseri umani hanno subito le più feroci persecuzioni con l’annientamento della dignità, della libertà e della vita” è altrettanto vero che “attraverso la nazione e lo Stato nazionale, milioni di esseri umani hanno conquistato un più alto livello di dignità, di libertà e di benessere..”  e che oggi, a un decennio di distanza paghiamo per gli imperativi, i ricatti, le intimidazioni di poteri sovranazionali, sotto i cui talloni sono state mosse crociate, impoverite classi intere, commesse ingiustizie e disuguaglianze insanabili.

C’è proprio voluta una formidabile azione di manomissione storica per far dimenticare che i concetti di  nazione, come quello di patria retrocesso a abusata immaginetta da relegare in una taschina del portafogli ideale, sono stati dei capisaldi della Resistenza, per conseguire la stessa finalità che ha voluto esaltare di quella lotta solo la liberazione dallo straniero e dal regime, omettendo o trascurando l’aspirazione a un modello sociale, politico, culturale libero dallo sfruttamento, quel modello “socialista” che ha suscitato la preoccupazione dell’Europa impegnata a demolire le democrazie nate allora e incompatibili con il suo disegno e la sua ideologia.

Non a caso è stato un presidente della Repubblica “bancario”, che ha incarnato l’ideale europeista e con esso la cessione di sovranità economica a dare vigore alla propaganda muscolare di una nazione che sfila dove passarono i due tiranni, con gran spolvero di carri armati, truppe, alpini e crocerossine, bersaglieri e corpi speciali, tra folla e autorità inneggianti, in una platica raffigurazione epica e eroica di uno Stato convinto che per conseguire la pace occorra armarsi e fare la guerra, che per questo è doveroso arruolarsi in associazione non temporanea con prepotenti partner, investire in campagne di occupazione e esportazione di una democrazia che così perde il suo senso, ridotto a forma di governo in amministrazione controllata.

La Resistenza che si voglia o no, era una lotta di classe, che si vuol cancellare sostituita dalla lotta per la pagnotta, quella contro il virus, quella contro le invasioni,   quella contro l’ignoranza maleducata preferendo quella garbata degli indifferenti che nutrono ancora illusioni sulla loro superiorità di status e morale.

E quel 2 giugno lontanissimo nella storia e nei nostri pensieri, quel riscatto era già insidiato, eppure chi lo aveva interpretato e testimoniato credeva che dopo aver fatto l’Italia si potesse lavorare per fare gli italiani. È doloroso pensare che si sbagliava.


Antifascismo prêt-à-porter

partigiani

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Primavera è nell’aria, splende il sole, chi non vorrebbe vedere sventolare le rosse bandiere nelle piazze piene di belle facce di giovani e vecchi, mentre dagli altoparlanti arrivano le note di Fischia il vento e dell’Internazionale?

E in questi giorni succede perfino che si sia grati allo scontro tra  l’antifascismo prêt-à-porter che potrebbe sfilare più appropriatamente a Montenapoleone o a Via Caracciolo o a Via Condotti e quelli che, anche grazie alla missione pacificatrice condotta dal revisionismo e negazionismo progressista, raccomandano di andare al mare per non partecipare a un rito divisivo. Perché per certe coscienze in stato di letargia e appena occasionalmente risvegliate grazie alle esuberanze dell’infamone all’Interno, riproporre certe liturgie fa sentire a posto, fa sentire partecipi di una cerimonia e di un pensare collettivi nel quale si è compiaciuti di riconoscersi, come dimostra il successo delle primarie del partito che più di ogni altro ha contribuito a trasformare il 25 aprile in una commemorazione destinata a esaurirsi dolcemente con la morte dei partigiani dell’Anpi, indegni peraltro di dire la loro in occasione del referendum di “revisione” della Costituzione nata dalla loro lotta.

Per la verità anche chi pubblica le massime del Che non vergognandosi di essere sentimentale, avrebbe voglia di far festa, anzi avrebbe voglia che il 25 aprile cadesse tutti i giorni per ricordare che il fascismo non è stato cancellato con un tratto di penna tanti anni fa, che non è tornato su come un rigurgito avvelenato, ma c’è sempre stato in forme meno appariscenti, meno virulente magari, meno sfrontate e esplicite perché è  “il cerchio di ferro che serve a tenere assieme la botte sfasciata del capitalismo” anche se oggi pare più una comoda fascia elastica. Lo vorrebbero soprattutto quelli che sanno che la resistenza è un processo incompiuto perché a differenza di quello che dicono i media ufficiali, i libri della Buona Scuola, i commemoratori di professione, chi ha combattuto non voleva solo la liberazione dagli occupanti, nazisti e fascisti, ma un modello di società liberato appunto da sfruttamento, repressione, speculazione, corruzione, come dimostra la battaglia dei “consoli” europei dell’impero contro le democrazie e le carte costituzionali nate da quel movimento popolare.

Ma è proprio questa verità così semplice e così antica che suona inaccettabile per chi ha motivato la necessità di dire che la sua fiamma tossica si era spenta, per esaurire l’antitesi antifascismo e fascismo in modo da liquidare la contrapposizione più scomoda e molesta, quella tra sistema economico totalitario e lavoratori  e che interpreta anche quella tra totalitarismo e cittadini.

Perché  a guardarsi intorno non è peccato da malpensanti dire che il fascismo intride la nostra società e infiltra le istituzioni  se il prefetto di Savona ordina di deviare il pericoloso corteo del 25 che minaccia di sfiorare la sede di Casa Pound, cui un sindaco riformista ha concesso una lussuosa dimora, e che viene invitata a dibattiti, anche quelli indetti da gloriose testate, con alcuni giornalisti molto noti in Italia;  se i prefetti di Milano permettono le commemorazioni di macellai di ieri e oggi nei cimiteri della città;  se Boldrini riceve da presidente della Camera un esponente di primo piano dei neonazisti ucraini, e  se i ministri più influenti del governo vanno col cappello in mano a svenderci a emirati e sceiccati dispotici; se una canzone viene considerata sobillatrice di istinti sovversivi,  e se viene condannato un europarlamentare che osa dire che il capo di Forza Nuova è fascista;  se a srotolare lo striscione inneggiante a Mussolini a piazzale Loreto a Milano sono stati gli irriducibili della Lazio, una delle tifoserie più note per intemperanze, ma ciononostante blandite da club, forse dell’ordine e titolari di dicasteri. E se si è permesso che l’amministrazione della giustizia e i suoi tutori venissero attaccati e infangati per difendere interessi privati e per punire i delitti di povertà anche grazie a una interpretazione della sicurezza come salvaguardia dell’ordine costituito, messo a rischio da immigrati e marginali, e protetto da forze dell’ordine sottopagate e ridotte di numero e quindi ricattate e tenute in stato di soggezione.

E se l’offensiva contro cittadini e lavoratori è stata realizzata da coalizioni di centro sinistra, che hanno attuato perverse misure di austerità, volte al crollo della domanda interna, cravatte e nodi scorsoi alla spesa sociale e alle amministrazioni locali, leggi sulla previdenza e sulle relazioni industriali, gli attentati al diritto di sciopero, dimostrando che non occorrono i neo fascisti e i post fascisti se a fare il lo sporco mestiere ci sono i riformisti.

Gli stessi che oggi rivendicano il “loro” antifascismo, utilizzando la paura della sua recrudescenza o addirittura della sua rinascita come spauracchio per rappresentare la sopravvivenza dello status quo come un male necessario per evitarne uno  peggiore. E per nascondere dietro alla minaccia il fascismo che c’è già, in qualità di declinazione repressiva, iniqua, razzista, autoritaria, ignorante e rozza dell’ideologia dell’establishment, che dura inattaccato e inviolato e che non ha avuto bisogno – come successe nella repubblica di Weimar e nemmeno in Italia con al salita al potere di Mussolini, della recessione e della deflazione, perché sono bastati i patti stretti con la Nato, con l’Ue, per bloccare salari e investimenti sociali, è bastata la  liberalizzazione dei mercati finanziari, per stabilire l’egemonia finanziaria svincolata da ogni controllo, per consolidare il primato del profitto e il dominio padronale, per testimoniare che la lotta di classe c’è ma alla rovescia, come aggressione contro gli sfruttati.

Si ci piacerebbero le piazze piene. Ma che piazze sono se insieme agli antifascisti – che non si limitano a istanze di carattere umanitario, all’ambientalismo della green economy, al femminismo che postula la sostituzione di genere nei ruoli di comando del sistema, all’accoglienza come piazza del mercato per forza lavoro a basso prezzo, ma che si battono per una alternativa anticapitalistica – ci sono quelli che hanno ridotto le loro speranze e i loro bisogni al meno peggio, al già noto, alle ammucchiate degli efficientisti, dei tecnici, dei competenti in conservazione delle incertezze, insicurezze, precarietà, disuguaglianze vigenti nel timore che  perfino loro, che di solito hanno il culo al caldo, possano provarne di peggiori, all’assemblaggio di aggeggi e pezzi sfusi da Macron a Tsipras da Calenda alla Castellina.

Sono loro che hanno messo l’antifascismo in un baule in soffitta come fosse un vecchio arnese impolverato e che oggi lo estraggono e lo agitano come fosse una bandiera, magari a 12 stelle,  da sventolare per raccogliere consensi intorno alla difesa dei loro privilegi, delle loro poltroncine, dei loro manager, delle loro banche, dei loro binari bene oliati e delle loro gallerie illuminate, dei loro giornali e dei loro algoritmi, delle loro facoltà di economia e marketing e delle loro dinastie di killer.

Sono loro che l’hanno convertito in un movimento di opinione al quale basta l’adesione su Fb per confermare la fidelizzazione alla globalizzazione, alla modernità, al progresso, ricreando l’angusta antitesi tra loro, beneducati, benvestiti, acculturati, proattivi, e gli altri, i beceri, i maleducati, gli ignoranti. Ma anche i disfattisti, gli snob, quelli che troppo vogliono, i maicontenti, i fastidiosi utopisti, quelli che sperano, quelli che sognano, quelli che vogliono tutto, anche se sanno che non è subito.

A noi non resta che rispondere con la nostra di bandiera, rossa.

 

 

 

 

 


Accoglienza in Sala d’aspetto

sala Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una sala di Palazzo Marino piena all’inverosimile, e tante persone in coda nella speranza di poter assistere all’incontro di  Mimmo Lucano con  la città e cui ha partecipato  il sindaco Beppe Sala che ha accolto l’ospite dicendo: “Mimmo, Milano è con te”. Un’occasione, per Sala, scrive la Repubblica, per parlare di immigrazione: “I sindaci fanno la loro parte, a Milano la nostra regola è quella di accogliere e in questo noi sindaci siamo soli. Da Milano stiamo facendo sentire la nostra voce, dicendo che i tempi sono troppo lunghi per decidere sulle richieste di protezione internazionale. Non si dica che i 35 euro al giorno sono messi solo per dare da mangiare, perché servono anche per l’integrazione e il lavoro. Mimmo ha fatto quello che avrei fatto io. La giustizia farà il suo corso, ma io al posto suo avrei fatto le stesse cose. La sua storia insegna molto”.

E speriamo perché lui deve aver avuto le sette malattie o deve aver marinato la scuola proprio nelle ore dedicate alla materia non più meritevole di tema in classe. La sua città nel passato è stata un modello di emarginazione e segregazione di immigrati venuti dal Sud, e non incolpiamolo altrimenti sarebbe responsabile anche degli incendi di rifiuti nell’hinterland, magari pure del malaffare intorno all’Expo, forse addirittura delle operazioni immobiliari speculative quasi  come la Raggi delle buche di Roma.

E per venire oggi è la capitale morale dove è buona abitudine delle forze dell’ordine organizzare repulisti in armi delle zone intorno alla stazione, dove gli immigrati vengono spinti verso aree già degradate che diventano teatro di guerre a bassa intensità tra poveri, che il destino di segregazione ed emarginazione accomuna stranieri e nativi, grazie a una politica di “sviluppo e valorizzazione” intenta ad espellere i residenti confinandoli in una periferia sempre più allargata per far posto a speculazioni in grande stile, con il marchio doc di sceiccati, cupole immobiliari e cementiere.

E se non si dimostra particolarmente accogliente con gli stranieri, salvo quelli che arrivano in aereo privato dal Qatar,  è più ospitale con gli aborriti  nei fascisti, non solo sotto forma di leghisti al governo della regione oltre che del Paese dove è stato loro concesso di adottare nuove leggi razziali delle quali sembriamo accorgerci solo oggi, ma anche in veste di festosi nazi cui di  volta in volta vengono  accordate piazze per festival rock e sagre paesane alla moda di Predappio, cimiteri monumentali, biblioteche per celebrare disdicevoli pedagogie e misticismi aberranti da Evola a Ramelli, guardati con tolleranza quando non con invidia per via del loro radicamento popolare e spesso invitati a improbabili contraddittori con forze  progressiste.

Ma perché stupirsi della volonterosa solidarietà del sindaco Sala espressa per il collega promosso ad eroe della disubbidienza quando si dovrebbero percorrere invece le strade dell’ubbidienza al dettato costituzionale, esigendo da un Parlamento eletto ancorché attraverso elezioni fortemente condizionate da regole non democratiche, di non votare misure infami (come quando il Pd ha appoggiato gli articoli sulla vendetta privata, come quando i 5Stelle appoggiano i decreti sicurezza e ordine pubblico) o utilizzando lo strumento referendario di  cancellarle.

Non si dirà mai abbastanza che questa forma che sta assumendo l’antifascismo ( ne ho scritto recentemente qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/09/28/fascimo-malattia-senile-del-capitalismo/) è foriera di inganni continuati, se finge che il nemico, il lupo feroce incarnato da un impresentabile in qualsiasi consesso civile, si contrasti condannando perlopiù da tastiere  remote, teatrini della propaganda e editoriali schizzinosi, così come è stato condannato e largamente liquidato quello di prima assecondando una legenda revisionista e pacificatrice che ne ricorda razzismo, xenofobia e repressione degli oppositori come incidenti di percorso che i più non sapevano intenti a sbarcare il lunario e a prendere treni in orario per raggiungere paludi bonificate, per omettere la complicità diffusa e l’acquiescenza di troppi a un ceto dirigente di  banchieri criminali, dirigenti corrotti, amministratori ladri, speculatori avidi e  burocrati  ottusi,  giornalisti servitori del potere finanziario, i soliti addetti ai lavori di un regime completamente asservito al potere capitalistico. Allora come oggi.

E lo credo che siamo tutti – a cominciare da esponenti di primo piano della categoria molto popolata di chi declina responsabilità personali come collettive, di chi sfodera una pretesa di innocenza magari da esili dorati dai quali guarda con il freddo e ingeneroso sguardo che l’entomologo riserva alle sue farfalle con lo spillone in corpo questo popolo indolente, confuso, infantile – incantati da un isolato gesto di coraggio che dovrebbe riscattarci dal reato di remissività docile o interessata, che ci ha resi permeabili a ricatti e intimidazioni, sicché bisogno, stato di necessità, perdita di beni che pare sia più gravosa del non averne mai posseduti, autorizzi la banalità del male sotto forma di ubbidienza, anche quando non diventa ferocia, violenza cieca, brutalità.

Infatti c’è un affaccendarsi nella cucina della storia in confezione quattro salti in padella (anche sullo scaffale della Murgia con tanto di test)  pronta a assolvere gli italiani brava gente da correità dal passato come del presente come se le leggi razziali del ’38 non avessero avuto il proprio terreno di coltura nel manifesto firmato da fior di accademici e intellettuali che avevano aderito per espellere molesti rivali, come se professionisti e commercianti non avessero gareggiato in concorrenza sleale, come se, insomma, non sarebbe servito il no di chi per incarico, formazione, studi, posizione aveva invece il dovere morale e civile di farsi interprete,  simbolo ed esempio. Maestrini dalla penna rossa esonerano da colpe di ieri e promettono di farlo oggi, quelli che malvolentieri hanno subito per paura di ritorsioni, botte e confino, come se ieri come oggi chi si ribella non rischiasse di essere denunciato fuori dai cantieri della Tav e della Tap, come se migliaia di cittadini non fossero già al confino privati di diritti, sradicati dalla speculazione e dagli espropri del lusso, come se come un tempo la Banca Romana e oggi il casinò della finanza non abbiano dato e diano scandalo con i loro crimini concessi e perdonati e le loro voragini prontamente riempite dai nostri quattrini.

Tanta irruenza contro un razzismo rivolto come un’arma contro chi arriva, ma che si sta già accanendo contro gli italiani di serie B, intermittente anche nei confronti di nostalgie colpevoli quanto tollerate con la generosa autorizzazione a occupare beni comuni, poco differente dalla loro svendita a esemplari in grisaglia, la dice lunga sul fatto che si tratta di un risveglio tardivo e di facciata, che non sa, ma soprattutto non vuole, disfarsi di convinzioni, legami, appartenenze, interessi e rendite, morali e non, con poteri che hanno preso la forma di un totalitarismo, quello economico-finanziario, con la sua cupola sovranazionale che ha manifestato la  vocazione a smantellare democrazie, abbattere l’edificio di garanzie degli stati di diritto, reprimere anche l’aspirazione a uguaglianza e giustizia, come fosse una colpa di chi vuole essere libero e che merita la “pena di vita”, se vogliamo continuare a chiamare così quello che ci aspetta.

 

 


Internazionalismo del profitto, indebitamento popolare

Corona-reale_riproduzione Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sovranismo s. m. Posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovrannazionali di concertazione.

Deve essere diventato gialloverde anche l’autorevole dizionario Treccani che, come d’altro canto il Larousse, offre del sovranismo una definizione sobria, ad onta della criminalizzazione sgangherata  in corso perfino tra quelli che – pochi – considerarono sciagurata, umiliante e anticostituzionale  la soggezione al fiscal compact, come ai tanti diktat delle pingui cancellerie a danno delle propaggini africane, indolenti, sciupone e inaffidabili. Destino degli “ismi” che si prestano a sapienti confusioni o sbrigative condanne a partire dalle parole matrici, salvo ideologia liquidata ben prima di ideologismi per via delle preoccupanti evocazioni di eventuali produzioni di idee, ideali e valori e di un’attività di pensiero, quantomai eversive di questi tempi.

Affidato alle decodificazioni aberranti, peraltro bipartisan, sovranismo viene retrocesso a nazionalismo, collocandolo nella cassetta degli attrezzi della destra più bruna e minacciosa di successivi incendi del Reichstag insieme a razzismo e xenofobia, il cui sorprendente recupero è visto di buon occhio da chi ne deplora la declinazione a uso e contro gialli e neri, islamici e rom, mentre lascia correre quando vengono impiegati senza distinzioni di etnia e religione, contro poveracci, diseredati, sfruttati in patria e fuori (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/09/28/fascimo-malattia-senile-del-capitalismo/). Proprio come “populismo”, d’altra parte, marchio a fuoco impresso da chi  ha sostenuto misure impopolari (nel senso che, vedi caso, andavano contro il volgo, giustamente penalizzato per comportamenti dissipati), aristocratiche austerità, e sempre più indirizzato a immaginare sistemi elettorali selettivi, che concedano il diritto-dovere di voto a segmenti acculturati, maturi e poco inclini a volgari ribellismi.

Basta pensare alle reazioni schifate nei confronti di chi ha messo in dubbio virtù e bontà dell’egemonia privatistica, esigendo la nazionalizzazione di banche, di servizi, di autostrade, preferendo invece salvataggi immondi (guardati con sdegno perfino nelle geografie di Wall Street) che lasciano la gestione a vertici e amministrazioni criminali, sottraendo risorse necessarie invece alla collettività, comprensiva di indigeni e immigrati, il cui sacro suolo è manomesso, bruttato, espropriato, richiamati a concorrere per la incolumità di “risparmiatori” meglio identificabili azionariati voraci, amici influenti i cui appetiti è doveroso appagare, che sono pochi quelli piccoli, sedotti o ricattati dai croupier del casinò globale.

Modi consueti questi di incriminare sempre e comunque il “popolo” colpevole di aver voluto troppo, di chiedere troppo, ma pure di accontentarsi delle mance, di delegare sulla base di promesse illusorie o di poco partecipare, di astenersi dalla cabina elettorale e contemporaneamente di votare male e esageratamente, che si sa i paesi maturi disertano gli scrutini, forzando  la presunta coincidenza “tra un primato grossolano della volontà generale”, come ha scritto il Foglio,  e il progressivo collocarsi dei movimenti vincitori dentro il sistema politico e di potere, contrari  – plebe e maggioranza – a quegli irrinunciabili criteri, quelle virtù teologali europee interpretate da Draghi: pazienza, cautela, prudenza e magari, in aggiunta, ubbidienza. Perché poco ci vuole a capire che con sovranismo non vogliono intendere in barba alla Treccani e pure al Larousse l’esprimersi delle pulsioni indipendentiste, la volontà di affermazione dell’autodeterminazione di un popolo, ma il manifestarsi dell’opposizione allo sviluppo dell’Unione Europea, come concentrazione di poteri e decisioni  sottratti agli Stati nazionali che la compongono e affidati a organismi non elettivi, alla sottrazione che ne deriva di democrazia, economica e sociale, esplicitamente osteggiata, per via della sua origine “socialista”, incompatibile con l’affermarsi del regime unico.  

È che l’affezione al blasonato sogno unitario europeo, profetizzato già con le stimmate di un’utopia pensata e volta da enclave prestigiose quanto esclusive e quindi escludenti, è difficile da abbandonare anche in vista del suo mostrarsi come un vero e proprio cimitero irriducibile di aristocrazie, per parafrasare Pareto, aggrappato a una tradizione letteraria di pacificazione funzionale a portare guerre di classe e imperialiste all’interno e all’esterno,  gestito nella pratica da una oligarchia burocratica che serve interessi e privilegi di un ceto imperiale che ha sostituito le vecchie élite con una selezione ancora più implacabilmente effettuata sulla base di rendite, censo, affiliazione. Discostarsene mette paura, come sempre succede a chi teme qualsiasi ingresso nell’ignoto forse buono, preferendo Tsipras, Renzi e Macron, quindi il conosciuto cattivo, come succede a chi da noi indica la soluzione nel meno peggio, grazie alla dittatura dell’accontentarsi, come sempre succede a chi si sente rassicurato dallo stare sotto tutela, compresa quella delle menzogne. Tanto che da più parti si sente scendere giù fino a noi il monito severe: questa sfida la pagheremo noi, popolino, noi, italiani riottosi a essere più modernamente europei, noi come i greci, talmente in fondo alla classifica della civiltà che adesso nel Mediterraneo arrivano perfino uragani e  tifoni come nel Terzo Mondo.

State attenti, ci dicono, che a rimetterci “sarete” tutti. Ma non è successo già? non stiamo pagando noi le scialuppe a Banca Etruria, Mps, Casse di Risparmio? Non stiamo pagando noi armamenti scamuffi per essere ammessi alle briciole sanguinarie dei Grandi? Non stiamo pagando una accoglienza raffazzonata e obbligatoria, cornuti e mazziati da chi tira su muri umanitari come le guerre coloniali che conduce? Non stiamo pagando noi con la salute e la perdita di garanzie il sostegno a padronati  assassini e avvelenatori? Non stiamo pagando noi direttamente e indirettamente la perdita di istruzione, cultura, sicurezza sociale, assistenza sanitaria? È davvero questo il prezzo necessario per stare nella sala da pranzo dei Grandi, a raccattare qualche ossicino di pollo, che ormai non possiamo sperare nelle brioche?

 

 

 

 

 

 


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