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Archivi categoria: extracomunitari

Accoglienza in Sala d’aspetto

sala Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una sala di Palazzo Marino piena all’inverosimile, e tante persone in coda nella speranza di poter assistere all’incontro di  Mimmo Lucano con  la città e cui ha partecipato  il sindaco Beppe Sala che ha accolto l’ospite dicendo: “Mimmo, Milano è con te”. Un’occasione, per Sala, scrive la Repubblica, per parlare di immigrazione: “I sindaci fanno la loro parte, a Milano la nostra regola è quella di accogliere e in questo noi sindaci siamo soli. Da Milano stiamo facendo sentire la nostra voce, dicendo che i tempi sono troppo lunghi per decidere sulle richieste di protezione internazionale. Non si dica che i 35 euro al giorno sono messi solo per dare da mangiare, perché servono anche per l’integrazione e il lavoro. Mimmo ha fatto quello che avrei fatto io. La giustizia farà il suo corso, ma io al posto suo avrei fatto le stesse cose. La sua storia insegna molto”.

E speriamo perché lui deve aver avuto le sette malattie o deve aver marinato la scuola proprio nelle ore dedicate alla materia non più meritevole di tema in classe. La sua città nel passato è stata un modello di emarginazione e segregazione di immigrati venuti dal Sud, e non incolpiamolo altrimenti sarebbe responsabile anche degli incendi di rifiuti nell’hinterland, magari pure del malaffare intorno all’Expo, forse addirittura delle operazioni immobiliari speculative quasi  come la Raggi delle buche di Roma.

E per venire oggi è la capitale morale dove è buona abitudine delle forze dell’ordine organizzare repulisti in armi delle zone intorno alla stazione, dove gli immigrati vengono spinti verso aree già degradate che diventano teatro di guerre a bassa intensità tra poveri, che il destino di segregazione ed emarginazione accomuna stranieri e nativi, grazie a una politica di “sviluppo e valorizzazione” intenta ad espellere i residenti confinandoli in una periferia sempre più allargata per far posto a speculazioni in grande stile, con il marchio doc di sceiccati, cupole immobiliari e cementiere.

E se non si dimostra particolarmente accogliente con gli stranieri, salvo quelli che arrivano in aereo privato dal Qatar,  è più ospitale con gli aborriti  nei fascisti, non solo sotto forma di leghisti al governo della regione oltre che del Paese dove è stato loro concesso di adottare nuove leggi razziali delle quali sembriamo accorgerci solo oggi, ma anche in veste di festosi nazi cui di  volta in volta vengono  accordate piazze per festival rock e sagre paesane alla moda di Predappio, cimiteri monumentali, biblioteche per celebrare disdicevoli pedagogie e misticismi aberranti da Evola a Ramelli, guardati con tolleranza quando non con invidia per via del loro radicamento popolare e spesso invitati a improbabili contraddittori con forze  progressiste.

Ma perché stupirsi della volonterosa solidarietà del sindaco Sala espressa per il collega promosso ad eroe della disubbidienza quando si dovrebbero percorrere invece le strade dell’ubbidienza al dettato costituzionale, esigendo da un Parlamento eletto ancorché attraverso elezioni fortemente condizionate da regole non democratiche, di non votare misure infami (come quando il Pd ha appoggiato gli articoli sulla vendetta privata, come quando i 5Stelle appoggiano i decreti sicurezza e ordine pubblico) o utilizzando lo strumento referendario di  cancellarle.

Non si dirà mai abbastanza che questa forma che sta assumendo l’antifascismo ( ne ho scritto recentemente qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/09/28/fascimo-malattia-senile-del-capitalismo/) è foriera di inganni continuati, se finge che il nemico, il lupo feroce incarnato da un impresentabile in qualsiasi consesso civile, si contrasti condannando perlopiù da tastiere  remote, teatrini della propaganda e editoriali schizzinosi, così come è stato condannato e largamente liquidato quello di prima assecondando una legenda revisionista e pacificatrice che ne ricorda razzismo, xenofobia e repressione degli oppositori come incidenti di percorso che i più non sapevano intenti a sbarcare il lunario e a prendere treni in orario per raggiungere paludi bonificate, per omettere la complicità diffusa e l’acquiescenza di troppi a un ceto dirigente di  banchieri criminali, dirigenti corrotti, amministratori ladri, speculatori avidi e  burocrati  ottusi,  giornalisti servitori del potere finanziario, i soliti addetti ai lavori di un regime completamente asservito al potere capitalistico. Allora come oggi.

E lo credo che siamo tutti – a cominciare da esponenti di primo piano della categoria molto popolata di chi declina responsabilità personali come collettive, di chi sfodera una pretesa di innocenza magari da esili dorati dai quali guarda con il freddo e ingeneroso sguardo che l’entomologo riserva alle sue farfalle con lo spillone in corpo questo popolo indolente, confuso, infantile – incantati da un isolato gesto di coraggio che dovrebbe riscattarci dal reato di remissività docile o interessata, che ci ha resi permeabili a ricatti e intimidazioni, sicché bisogno, stato di necessità, perdita di beni che pare sia più gravosa del non averne mai posseduti, autorizzi la banalità del male sotto forma di ubbidienza, anche quando non diventa ferocia, violenza cieca, brutalità.

Infatti c’è un affaccendarsi nella cucina della storia in confezione quattro salti in padella (anche sullo scaffale della Murgia con tanto di test)  pronta a assolvere gli italiani brava gente da correità dal passato come del presente come se le leggi razziali del ’38 non avessero avuto il proprio terreno di coltura nel manifesto firmato da fior di accademici e intellettuali che avevano aderito per espellere molesti rivali, come se professionisti e commercianti non avessero gareggiato in concorrenza sleale, come se, insomma, non sarebbe servito il no di chi per incarico, formazione, studi, posizione aveva invece il dovere morale e civile di farsi interprete,  simbolo ed esempio. Maestrini dalla penna rossa esonerano da colpe di ieri e promettono di farlo oggi, quelli che malvolentieri hanno subito per paura di ritorsioni, botte e confino, come se ieri come oggi chi si ribella non rischiasse di essere denunciato fuori dai cantieri della Tav e della Tap, come se migliaia di cittadini non fossero già al confino privati di diritti, sradicati dalla speculazione e dagli espropri del lusso, come se come un tempo la Banca Romana e oggi il casinò della finanza non abbiano dato e diano scandalo con i loro crimini concessi e perdonati e le loro voragini prontamente riempite dai nostri quattrini.

Tanta irruenza contro un razzismo rivolto come un’arma contro chi arriva, ma che si sta già accanendo contro gli italiani di serie B, intermittente anche nei confronti di nostalgie colpevoli quanto tollerate con la generosa autorizzazione a occupare beni comuni, poco differente dalla loro svendita a esemplari in grisaglia, la dice lunga sul fatto che si tratta di un risveglio tardivo e di facciata, che non sa, ma soprattutto non vuole, disfarsi di convinzioni, legami, appartenenze, interessi e rendite, morali e non, con poteri che hanno preso la forma di un totalitarismo, quello economico-finanziario, con la sua cupola sovranazionale che ha manifestato la  vocazione a smantellare democrazie, abbattere l’edificio di garanzie degli stati di diritto, reprimere anche l’aspirazione a uguaglianza e giustizia, come fosse una colpa di chi vuole essere libero e che merita la “pena di vita”, se vogliamo continuare a chiamare così quello che ci aspetta.

 

 

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Estorsioni di Stato

badAnna Lombroso per il Simplicissimus

Per una volta tanto ne faccio un caso personale. L’Inps mi ha inviato una generosa offerta di venirmi incontro grazie ad un bonario accomodamento: sarei colpevole di non aver pagato i contributi di una badante dall’anno 2012 in poi. Si tratta di una bella sommetta,  ma nel caso accogliessi con la dovuta gratitudine la proposta, risparmierei ulteriori aggravi, grazie.

Il fatto è che a fine 2011 io avevo provveduto al licenziamento secondo l’innovativa modalità imposta dell’ente di previdenza che ha obbligato vecchietti, malati e vari analfabeti informatici alla trasmissione degli atti di assunzione e licenziamento obbligatoriamente online. Conservo il numero di protocollo con il quale era stata la pratica, ma mi si dice – ho dovuto ricorrere a un consulente del lavoro, che dovrò comunque contestare la richiesta con un ricorso (da trasmettere online).

Lo stesso avviso obliquamente intimidatorio sarebbe giunto a migliaia di scrupoloso cittadini e forse a una schiera di piccoli evasori (quelli grandi si sa ne sono esenti), così chi ha pratica di queste faccende sospira: si sa cercano soldi proprio come il racket. E pare che l’unica reazione di spaventati, intimoriti e ricattati  cui  l’Inps sarebbe sensibile è la minaccia di ricorrere a vie legali, facendo causa con tanto di prestigiosi studi di avvocati.

Mi sono interrogata sul perché questo sopruso non nuovo mi abbia tanto irritata, abituata come gran parte di voi al timore scatenato dal recapito di ogni raccomandata, alle cravatte dell’agenzia delle entrate, ai ricatti di Enel o Acea, alle balordaggini di Fastweb o Tim.

È che in un paese nel quale ogni governo promette la banda larga  e annuncia la svolta rivoluzionaria della semplificazione a contrasto delle perverse burocrazie, disturba oltremodo la sostanza della bufala, di un processo  di modernizzazione che ha  solo l’effetto di rendere più profonda e aberrante la separazione tra i servizi dello Stato e delle sue articolazioni e i cittadini e gli utenti, di rendere ancora più escluse fasce di popolazione già marginali, quelle più esposte e vulnerabili, incrementando non a caso la percezione di una minaccia dall’alto, della punizione preventiva per il fatto di essere anziani e poveri, della implacabile condanna a assoggettarsi a procedure e sistemi ai quali non sono preparati – come d’altra parte non sembra  essere la controparte, a cominciare dalla improrogabile necessità di dotarsi di carte, di un cc per il versamento della pensione, del pagamento di ticket e delle prenotazioni delle visite mediante macchinari oggetto per lo più di appalti opachi, dei numeri verdi che non rispondono, della fantasmatica irreperibilità di uffici legali cui ci si dovrebbe rivolgere per ricorsi.

C’è del marcio, eccome,  nella rivoluzione avviata dall’Inps, coronata dalla decisione di non inviare più i bollettini precompilati per il versamento dei contributi a domicilio dirottando obbligatoriamente i datori di lavoro sui servizi a pagamento die patronati, incaricati in regime di esclusiva della stipula dei contratti, dei conteggi   di salario, ferie, tredicesime, annessi e connessi,  interamente delegati a questi stadi intermedi, a questo ceto parassitario, la cui esistenza ormai garantita è stata concessa a sindacati totalmente e non del tutto volontariamente espropriati di potere negoziale e di rappresentanza.

E ancora più marcio c’è nella scelta di penalizzare e punire non le coop o le svariate compassionevoli lobby, che speculano all’ombra di mafie capitali, sulla pelle degli immigrati, bensì gente che per paura o per coscienza vorrebbe tenere un comportamento civile e trasparente, sparando occasionalmente nel mucchio, proprio come succede in un sistema fiscale che si rivolge minaccioso a chi non ha un commercialista, a chi commette piccoli errori nelle dichiarazioni, salvando la grande evasione e trasmettendo la certezza che tutto a cominciare dalla giustizia sia ormai oggetto di arbitrarietà e discrezionalità.

Qualcuno che conoscevo era solito dirmi: attenta gli scemi son bricconi. È  vero anche l’inverso: i bricconi   sono scemi. Succede che certe cospirazioni contro i cittadini danneggino anche chi le organizza.   Gli immigrati versano ogni anno circa 8 miliardi di contributi sociali e ne ricevono 3 in termini di pensioni e altre prestazioni sociali, con un saldo netto di circa 5 miliardi. Ma i contributi versati non si traducono in pensioni perché molti di questi lavoratori lasciano il nostro Paese ben prima di aver maturato i requisiti. Secondo i conti fatti in Inps gli immigrati avrebbero fino ad oggi «regalato» agli italiani circa un punto di Pil di contributi sociali a fronte dei quali non sono state loro erogate delle pensioni. E ogni anno questi “contributi a fondo perduto” degli immigrati valgono circa 300 milioni di euro.

Così lavoratori stranieri e datori di lavoro scelgono sempre più frequentemente il “nero” entrando in quella bolla  che preoccupa tutte e due le parti, chi fin dall’ingresso nel nostro Paese ha vissuto una tremenda condizione di irregolarità ben espressa dallo status di “clandestino”, chi teme che prima o poi uno Stato inteso solo come carnefice e esattore chieda conto,

Leggi ad personam, riforme contro il popolo e i suoi diritti, conflitti di interesse: tutto congiura per dar ragione a un ceto dirigente e a un establishment che vive e prospera nell’illegalità, ispirandoci a fare come loro. Ma se proprio dobbiamo diventare clandestini è meglio imitare i nostri padri e nostri nonni, in montagna.


Benvenuti nel capitalismo dell’oppressione e nel confusionismo

la-fine-della-storia-1Pubblico un lungo intervento di Robert Charvin  sullo stato delle cose che mi pare allo stesso tempo efficace e semplice nella forma, privo del birignao e dell’evasività di molti intellettuali nostrani, ossessionati dai bilancini e dalle alchimie di sopravvivenza editoriale. Charvin è uno specialista di diritto internazionale, decano della facoltà di  diritto e di economia dell’università di Nizza e membro esecutivo dell’Associazione Nord – Sud XXI, organismo consultivo dell’Onu  e in questo lungo excsursus si occupa in primo piano della Francia e del drammatico momento dello “stato di urgenza”, ma attraverso di essa fa un ritratto sintetico e tuttavia molto incisivo  di ciò che è divenuto il mondo e su ciò che ci attende. Buona lettura.

“Se c’è un ideologia dominante in Francia e in numerose aree del mondo questa è il “confusionismo”. Le questioni principali che determinano i comportamenti vengono nascosti dentro un miscuglio di riferimenti pseudo morali e religiosi per cancellare le diseguaglianze sociali, la precarietà sempre più normale, la frattura Nord – Sud, l’incapacità del sistema economico ad affrontare la distruzione dell’ambiente. Non abbiamo di fronte un mondo nuovo, ma quello vecchio che si degrada velocemente e accentua tutte le sue perversioni, con la ricchezza che si concentra in sempre meno mani, con una grave crisi sociali e ambientale a cui il sistema non offre alcuna soluzione.

In Sudamerica, dopo una dozzina d’anni di vittorie progressiste che hanno permesso a diversi Paesi di affermare la loro indipendenza dagli Usa, il nuovo allargamento della povertà ha dato le ali alla reazione che si presenta come confusa alleanza fra estrema destra, conservatori e socialdemocratici. La Bolivia di Evo Morale resiste, ma il Venezuela chavista s’indebolisce, mentre l’Argentina cambia di campo annunciando il ritorno degli States e delle sue multinazionali.

In Africa il disordine e la miseria hanno raggiunto livelli drammatici dopo la distruzione della Libia che ha destabilizzato molti Paesi vicini. Le disuguaglianze, il malgoverno, gli interventi esterni rinforzano il caos e si esprimono attraverso i conflitti religiosi.

In Asia la Cina che ha come suo obiettivo la creazione di una potente economia interna, non sembra ancora avere una strategia leggibile a livello planetario, La sua tradizione esclude qualsiasi precipitazione o fretta nel campo politico ed è difficile comprendere quali saranno gli sviluppi futuri.

Gli Usa sempre più divisi tra ultraconservatori e democratici sempre più moderati, le cui posizioni variano da uno stato all’altro, perseguono, qualunque sia la presidenza, una  politica egemonica facendo ricorso alla forza o all’ingerenza morbida per mantenere i propri interessi economici e strategici, mascherata dietro il velo di un umanitarismo adulterato: l’eccezionalismo esclude qualsiasi rispetto del diritto internazionale.

Gli stati europei che si sono imprigionati nella Ue e nella sua struttura affarista al servizio delle lobby dei più ricchi, sono politicamente malati. Malgrado la retorica democratica l’Unione accetta passivamente governi sostenuti da movimenti di ispirazione fascista (come l’Ungheria e la Lettonia) e si propone di accettare anche l’adesione della Turchia autoritaria, islamista e opportunista dell’ Akp così come non ha esitato a distruggere la sinistra greca vincitrice delle elezioni con un totale disprezzo per la democrazia rappresentativa. La socialdemocrazia che in anni non lontani governava gran parte del continente non è stata in grado di modificare una situazione sociale in via di deterioramento e anzi si è spesso associata alla destra conservatrice come in Germania che è diventata il modello politico per la Francia e per gli altri Paesi europei.

La Francia infine ha ormai perso tutti i suoi riferimenti e non c’è alcuna modernizzazione della vita politica, malgrado le pretese di certi sedicenti socialisti. Al contrario c’è un impoverimento di tutti i valori e il tradimento di ogni principio sotto l’egida di un tripartitismo i cui componenti Front National, socialisti e Ump hanno programmi praticamente identici. Ps e Ump hanno integrato la linea anti immigrazione e le rivendicazioni autoritarie del lepenismo, mentre quest’ultimo ha recuperato qualche elemento del programma sociale della sinistra: non ci pensano nemmeno a scontrarsi, anzi attendono un riallineamento miracoloso dell’elettorato e delle alleanze, comprese quelle contro natura.

Il fascismo imbecille del Daesh, aumenta l’influenza in Francia e in Europa dei peggiori nemici dell’Islam che perseguono il razzismo ant arabo come sostituto del vecchio antisemitismo, imbellettandosi con i colori dei laicismo e della difesa della civiltà. Nessuno può  ritrovarsi in tutto questo, compresa l’intellighentia malata di uno pseudo umanitarismo ossessivo e inefficace. Intellighentia che peraltro è colpevole di un’opacizzazione delle realtà politico – economiche e della lotta di classe (concetto divenuto osceno) che tuttavia sotto forma più complessa e nuove bandiere prosegue, malgrado la mediatizzazione a oltranza della società. Questa pseudo ideologia, questo “confusionismo” contribuisce a uccidere la politica spingendo i cittadini al privato e all’indifferenza verso le lotte sociali, preparando così la via  a un futuro di tipo neofascista, anche se i modi, le circostanze, il linguaggio paiono differenti.

L’apatia politica è coltivata dall’incultura di massa, da spettacoli rozzi, da giochi stupidi. L’emotività rimpiazza la ragione. Il controllo sociale in un format conservatore, rimpiazza la repressione resa per altro facile grazie al controllo della rete. E qualsiasi cosa cosa viene intrapresa pur di cancellare i contropoteri rimasti: l’ordine giudiziario, i sindacati non ancora sbiancati, gli stessi partiti e gli intellettuali critici. Del resto non c’è nemmeno più bisogno di leader autentici per conquistare le folle: un bel faccino o l’immagine di conformismo familiare sono più che sufficienti per manipolare efficacemente  le persone e, ricorrendo alle sinergia della paura, asservire lo Stato e la società ai soli interessi dei poteri dominanti.

L’intossicazione da paura è raggiunta semplicemente denunciandola continuamente e assimilando il coraggio al fatto si continuno a frequentare i dehor dei bistrot. La disoccupazione, la precarizzazione generalizzata, la repressione antisindacale selettiva, il reclutamento a tutti i livelli dei conformisti, compresi i docenti di economia, la valorizzazione costante dei fattori militari e polizieschi, sempre e comunque applauditi, assicurano la diffusione della paura in individui sempre più isolati gli uni dagli altri.

I ciechi assalti del terrorismo sono ancora più determinanti: essi impongono la ricerca di protettori, vale a dire dei più potenti. E tuttavia L’Isis e i suoi complici sono combattuti nell’ambiguità delle alleanze contro natura con L’Arabia Saudita e il Qatar per esempio e con gli “stati di urgenza” che divengono permanenti. Ma gli “esperti” scelti dai cortigiani del potere compaiono in fila attraverso tutti i media, imponendo l’idea che il disordine è “naturale” e che scelte diverse sarebbero peggiori o irrealiste.

D’altronde gli stessi programmi dei partiti sono semplicistici e privi di realismo: la battaglia politica si degrada a scontri di facce e non di progetti. Questi ultimi, a partire dai sondaggi, sono costruiti esclusivamente per piacere e poco importa se finiscono in carta straccia. Ma di fatto in molti Paesi d’Europa le destre estreme sfruttano a loro vantaggio questo clima sociopolitico confuso, ma pervasivo. Il font national per esempio si fa portatore sia delle rivendicazioni popolari, sia delle reazioni popolari più istintive e primitive, tra la compiacenza dei media e dei partiti di governo che si astengono da qualsiasi intervento forse nella speranza di percorrere la medesima strada.

Dalla parte opposta in Daesh non ha per nulla una generazione spontanea: le potenze occidentali hanno distrutto gli anticorpi presenti nel mondo arabo. La Francia e la Gran Bretagna hanno fabbricato dopo la prima guerra mondiale il Medio Oriente con criteri artificiali, strumentalizzando le minoranze e esaltando le differenze etniche o religiose: il risultato è stato un mosaico ingovernabile e soprattutto inespugnabile dalla democrazia il cui carico è stato preso dopo il 1945 dagli Stati Uniti, con il loro interventismo. Proprio gli occidentali hanno eliminato tutte le forze che davano loro fastidio; prima i comunisti e i progressisti, poi i nazionalisti di tipo nasseriano per  ridursi a sostenere i militari e i loro colpi di stato. Inevitabile che alla fine ci sia stata una marea islamista (in qualche caso finanziata direttamente dagli americani come i Fratelli Mussulmani in Egitto) a cui guardano le società meno miserabili e meno sottomesse.

Ma questo non è che un aspetto dello stato confusionale nel quale viviamo e che ha prodotto in tutto il continente  la convergenza di socialisti e destre conservatrici  entrambe profondamente rispettose del sistema capitalistico quali che siano i risultati e i danni che provoca. La democrazia sta male e peggiora: e in Francia si sta tentando di instaurare attraverso lo stato di urgenza un regime ultra presidenzialista, senza un opposizione reale, il tentativo di attuare artificialmente la “fine della storia”, vale a dire quella delle delle libertà e delle conquiste sociali che sono sopravvissute fino ad oggi. Comanda il profitto, comandano gli affari. La Confindustria francese ha condannato il Front National per il suo programma politico e sociale denunciato come “di estrema sinistra”, ma è rimasta del tutto indifferente al suo autoritarismo di tipo neo fascista: tanto un accordo si può sempre trovare come accadde in Germania con l’associazione fra l’industria pesante e il nazismo o in Italia con la conversione al fascismo dell’aristocrazia  nonostante il suo disprezzo di classe.

 

Il mondo degli affari e della finanza non è dogmatico: può sostenere indifferentemente sia la destra che la falsa sinistra o tutte le forze politiche simultaneamente se  questo appare utile e non sono certo ostili per principio all’instaurazione di un regime autoritario. Per gli affaristi che si riconoscono come nuova aristocrazia “la democrazia sommerge le elites con le onde della mediocrità e dell’incompetenza”. Sono “per una società stabile e funzionale che ha bisogno di autorità dall’alto e di responsabilità dal basso. Bisogna favorire il merito e non ostacolarlo”. Tutte cose che in qualche forma sentiamo ogni giorno e che appartengono nella stesura originaria al Mein Kampf.

Quel mondo ha il culto della libera concorrenza che tuttavia è sempre finta. Per contro essa è fin troppo reale tra i singoli individui che sono spinti alla guerra di tutti contro tutti per la sopravvivenza. Così tutte le strutture collettive collassano per il maggior profitto dei potenti che sono l’unica classe . ormai casta – coerente e legata al privilegio. Chi sta sotto viene disarmato: gli attentati islamisti del Daesh, finanziati dagli alleati della Francia e spesso chiamati “guerra” relegano la crisi sociale in secondo piano. Gli elogi continui alla forze dell’ordine e i metodi repressivi delle libertà aiutano allo sviluppo di un clima securitario, nel quale sono svalutate la giustizia, la scuola, r tutto il welfare che invece subisce critiche sistematiche. Il sistema mediatico informativo nelle mani dei grandi gruppi finanziari, non è più il quarto potere ma nient’altro che il megafono dello spirito del tempo.

Insomma ci sono tutti gli ingredienti del fascismo: il “capitalismo della seduzione” reso possibile dai “30 gloriosi” (gli anni dalla fine della guerra alla soglia degli ’80 ndr)  con il consumo di massa, non funziona più e la casta dominante si orienta verso un “capitalismo dell’oppressione”. E per meglio avallare questo passaggio si rafforza il fasto del del potere che assume caratteri mussoliniani più che repubblicani. Il grado di durezza con cui questa nuova oppressione verrà imposta dipenderà dalle reazioni più o meno forti che susciterà: nell’attesa il sistema si serve di qualsiasi evento e pretesto  per presentare un orizzonte infausto e per discreditare i contropoteri residuali e a trattare con disgustosa condiscendenza le autentiche opposizioni rimaste nello stesso modo con cui la Commissione europea ha ridotto all’impotenza ieri Syriza e in cui si appresta a ridurre Podemos. Del resto nessuna prospettiva di progresso o di crescita con ritorni sociali ha un qualche realismo nel quadro del capitalismo finanziario. Egli non può che provare a produrre le narrazioni manipolatrici o a colpire.

Molti non ci credono ancora in questa regressione come se le dittature e gli autoritarismi ci siano solo per gli altri: c’è un’amnesia sull’Europa degli anni ’30 e ’40, c’è ignoranza su molte realtà dell’est Europa, c’è la volontà di non sapere cosa davvero accade nel Sud del mondo. Non vi è che una stupida  lamentela sui progressi della Cina e sulla volontà della Russia di riprendere il suo posto nel concerto delle nazioni, come se fossero per questo stesso nemici. Tutto è sistemato in modo da far apparire gli arcaismi politici e le economie più artefatte come il vertice della modernità.

C’è un solo ostacolo, fortunatamente non così considerato: l’intelligenza e la mobilitazione dei cittadini.”


Guerra tra poveri per decreto

cassa-integrazione

Anna Lombroso per il Simplicissimus

34 morti, un numero sconosciuto di dispersi, ma sono conosciute le ragioni per le quali dei disperati si pigiano su un barcone per arrivare dove nessuno li vuole dove sono un problema che alimenta una guerra tra poveri se ha ragione l’assessore al lavoro della Regione Toscana Gianfranco Simoncini, che denuncia “La decisione del Consiglio dei Ministri di non finanziare la Cassa integrazione in deroga, diversamente a quanto preannunciato e atteso, è preoccupante e grave.  Nel decreto varato dal Governo ci si aspettava il rifinanziamento assolutamente insufficiente, di 330 milioni di euro….Questi soldi non sono invece stati stanziati. Perché? Perché una cifra simile, 310 milioni di euro,  troppo simile per non destare sospetti, è stata destinata all’accoglienza dei clandestini”.

Basta poco di questi tempi per nutrire odio paura e inimicizia. Basta una parola: clandestini, per contrapporre probi lavoratori segnati dalla crisi a irregolari che arrivano qua a trasgredire, compiere atti illegali, mangiarepaneaufo, nemici fin da piccoli, immeritevoli di essere italiani anche se nascono qua. Basta poco per armare gerarchie di doveri, di diritti e di responsabilità, così che vincono le armi, portaerei e bombardieri compresi, sulle ragioni della solidarietà e della civiltà. Basta poco se diventa sistema di governo, non  poi molto lontana da un sentimento comune, la collaudata tecnica brutale del rifiuto di questa  massa immobile di carne, informe senza volto, del respingimento cinico che si riserva a chi non è abilitato a vivere una vita propria, che non gli appartiene, perché negata nei suoi fondamenti, la cui nudità di diritti viene rinfacciata come una colpa e un capo di imputazione, quello di non aver nulla da perdere e che espone al rischio, all’umiliazione e alla probabile, se non inevitabile,  trasgressione. Basta poco per attuare l’unico disegno di questo ceto politico irresoluto imbelle e incapace: quello di far sentire il Paese fragile, in pericolo, assediato, solo, inerme, nelle  condizioni perfette per affidarsi, per consegnarsi a uomini decisi, autoritari, cinici, ricchi, spietati, senza scrupoli e senza compassione. I più attrezzati per dialogare con un mercato e una finanza altrettanto cinici e spericolati.

Va di moda in questo avvitarsi della cronaca, troppo accelerata per diventare storia,  un barcone dopo l’altro in un tremendo replicarsi, distinguere con assennata e puntigliosa precisione tra profughi richiedenti asilo e migranti, ancorché ambedue le categorie siano già clandestine alla partenza da un qualsiasi lido mediterraneo. Ed è giusto: in Italia siamo arretrati anche nelle procedure del riconoscimento dello status di rifugiato e succede che per anni quelli che ne avrebbero diritto, sostino in una terra di nessuno, senza nome e senza libertà, nemmeno quella della nostalgia e della rivendicazione dei diritti. Ma resta una questione di lana caprina perché come gli italiani dagli Appennini alle Ande, come quelli che sbarcavano a New York messi in quarantena, come i siciliani a Torino, chi scappa dalla fame, dalla sete, dalle malattie, dall’avanzare inesorabile  del deserto che inaridisce tutto, anche le speranze, non è forse in cerca di rifugio quanto chi scappa da non meglio identificati gas e dallo scoppio di bombe magari fornite a caro prezzo ad ambo i contendenti di un conflitto, da celebrate aziende italiane?

Non siamo anche   potenziali profughi di una belligeranza senza quartiere, senza regole cavalleresche,  e nella quale i signori della guerra e anche i loro generali stanno in alte torri di acciaio e di cristallo, dietro lucide scrivanie, nelle cattedrali di quella “cupola” planetaria, fatta di grandi patrimoni, di alti dirigenti del sistema finanziario, di politici che intrecciano patti opachi con i proprietari terrieri dei paesi emergenti, di tycoon dell’informazione, insomma di quella classe capitalistica transnazionale che domina il mondo e è cresciuta in paesi che si affacciano sullo scenario planetario grazie all’entità numerica e al patrimonio controllato e che rappresenta decine di trilioni di dollari e di euro, che per almeno l’80% sono costituiti dai nostri risparmi di lavoratori, che vengono gestiti a totale discrezione dai dirigenti dei vari fondi, dalle compagnie di assicurazioni o altri organismi affini? E servita da quelli che qualcuno ha chiamato i capitalisti per procura, poteri forti per la facoltà che hanno di decidere le strategie di investimento, i piani di sviluppo, le linee di produzione anche di quel che resta dell’economia reale, secondo i comandi di una cerchia ristretta e rapace, banche, imprese, investitori e speculatori più o meno istituzionali.

Il XXI secolo non sarà migliore del XX se non impariamo a vivere nel mondo e con gli altri. Non bastano i prodotti volonterosi degli uomini di cultura, libri, film, tesi di laurea, mostre, sull’avventura nuda cruda e disperata dei viaggi da un posto all’altro del mondo, fuori dall’oceano della disperazione magari per annegare in un piccolo tratto di mare.  Siamo noi tutti che dobbiamo affrontare la traversata metaforica dell’esistenza, noi con gli altri e verso gli altri, perché è poi questo il senso della vita, della ricerca di un significato, dello spingersi oltre la paura. “Fatti non foste…”   ecco, non siamo fatti per questo meschino e crudele rinchiuderci in una sopravvivenza minacciata in attesa di qualche apocalisse che, venendo da un alto imperscrutabile,  risolva i nostri problemi nell’uguaglianza finale.


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