Archivi categoria: Crisi economica

To’ ci è caduto l’impero

Non è che nel settembre di 1544 anni fa, con la deposizione di Romolo Augustolo i cittadini di Roma e delle altre città italiane o del Norico o del regno di Soissons abbiano detto : cazzo è caduto l’impero romano. Anzi non se ne sono accorti per decenni visto che ormai gli imperatori erano eletti dalla truppaglia barbara – tutto ciò che rimaneva delle legioni – e che le istituzioni formali come il Senato o il consolato continuavano ad esistere pur essendo prive di qualsiasi potere reale. Solo con l’invasione longobarda, avvenuta novant’anni dopo, si prese pienamente atto del cambiamento epocale che si era verificato e che per tre generazioni era rimasto sottotraccia. Questo per dire che non è per nulla facile accorgersi di ciò che si sta vivendo e che sta davvero  accadendo perché i cambiamenti si accumulano lentamente e vengono assimilati a piccole dosi senza che vi sia possibilità di scorgere una direzione. Ma con la pandemia, il sistema occidentale con al centro il suo impero anglosassone, si è rivelato fragile oltre ogni immaginazione nelle sue basi etiche, malato in quelle cognitive e influenzabile oltre che contendibile da poteri extra istituzionali e anti costituzionali: perciò si può più facilmente scorgere la caduta progressiva dell’egemonia della quale ancora non abbiamo piena cognizione. Elitarismo, autoritarismo, soffocante globalismo culturale e tecnocrazia  come conseguenza di una sempre più grande disuguaglianza sociale ed economica aggrediscono da quarant’anni le nostre società tra il giubilo demente di ex avvocati del popolo passati alla parte avversa come capò della persuasione e questo sta indebolendo tutta la struttura imperiale che cerca in maniera scomposta di allontanare il calice amaro dato da bere ai propri cittadini, con guerre e campagne per la democrazia che fanno ridere i polli. Basta vedere come ci si strappi le vesti per ogni normale contenimento di manifestazioni in Bielorussia o ad Hong Kong, quando in Francia la rinnovata protesta del gilet gialli ha provocato una reazione poliziesca senza precedenti con lancio di gas pericolosi di nuova concezione, pallottole  e 200 arresti. Cosa potrebbero dire i giornaloni e le tv se questo fosse accaduto altrove?

Mi verrebbe da dire, aprite gli occhi. Ma evidentemente questi sono sigillati come le bocche coperte da mascherine ed è tanto più difficile farlo quando l’adesione al potere e al sistema viene anche affidato alla creazione di nemici esterni come la Russia o la Cina ai quali addebitare qualsiasi male e soprattutto quelli di creazione occidentale. Ma questo sforzo, mediatico e militare può far vincere qualche battaglia, ma non fermare il declino sempre più precipitoso. Basta vedere come la Cina non solo sia riuscita a stroncare la diffusione del coronavirus, per quel che vale, ma ha del tutto superato la crisi nella quale le elite hanno precipitato l’occidente, e cresce impetuosamente da 4 mesi in maniera che va molto oltre le stesse prospettive del governo di Pechino, un’ascesa che è nelle cose stesse:  gli investimenti esteri diretti in Cina sono aumentati del 18,7% ad agosto, rispetto allo stesso mese dell’anno scorso, attestandosi sui 12, 5 miliardi di dollari , mentre anche l’export è aumentato del 9,5 % . Le importazioni sono invece diminuite dell’ 2,1 % in parte perché il manifatturiero occidentale è ormai ai minimi termini e in parte perché la crescita economica cinese ormai non si fa più sul mercato estero, ma su quello interno. Così nonostante la guerra economica dichiarata da Trump  il surplus commerciale cinese verso gli Usa è cresciuto, sempre ad agosto, del 27% mentre l’import dagli Stati Uniti è stato pari a uno sparuto +1,8%. Altro che aziende che tornano in Usa, anche, se non soprattutto, considerando che molta tecnologia ormai la si fa in Asia.

Per qualche verso al governo di Pechino, che si vede aggredire ogni giorno, questi dati di irresistibile crescita potrebbero creare qualche imbarazzo, ma d’altro canto siamo in presenza di un cambiamento d’epoca nel quale è difficile arrestare il tramonto occidentale: per farlo bisognerebbe invertire completamente la rotta e chiudere definitivamente con il neoliberismo, le sue ideologie, l’impero della finanza, ritornare a redistribuire reddito, a dare lavoro sicuro e buoni salari, restituire tutele e diritti tutte cose assolutamente possibili a patto di smetterla con la droga del mercato e sottraendo gli immensi profitti della cresocrazia. In mancanza di questo è inutile che alcuni suggeriscano alla Cina di comprare di più e diminuire il surplus commerciale per aiutare i poveri occidentali che si sono fatti fare fessi da una pandemia puramente narrativa: non è così che funziona, dobbiamo essere noi a liberarci dalle cause del declino.


Il Conte che non torna

Se non ci fosse un video a testimoniarlo si rischierebbe di essere presi per dei conta balle ancora peggiori di quelli che raccontano il Paese dai giornaloni e dalle fortezze Bastiani delle redazioni dove la realtà è solo l’eco del padrone: ma Conte è riuscito a sbagliare clamorosamente i numeri della cosiddetta pandemia moltiplicando i 35 mila decessi (con covid e non per covid che altrimenti si conterebbero col pallottoliere) e portandoli a 135 mila : molto più  e molto peggio di un lapsus perché non si è corretto e ha insistito tetragono su questa cifra anche dopo che pietosi suggeritori gli sussurravano, “ma no, sono 35 mila” e lui come un gallo cedrone con livrea da Caraceni a ripetere lo stesso errore. Così scopriamo che l’uomo che ha messo in ginocchio e in maschera il Paese, che per 6 mesi ha trasformato l’informazione in un bollettino funerario, che ha distrutto il 15 per cento del Pil e provocato, ma solo per ora, 600 mila disoccupati, non ricorda nemmeno perché lo ha fatto, in seguito a quali eventi, a quali necessità, a quali proporzionalità.

Certo si potrebbe prenderla a ridere perché questa incredibile  gaffe, peraltro censurata dall’informazione mainstream,  è arrivata  nell’ambito di un attacco ai cosiddetti negazionisti: “a coloro che manifestano pensando che il coronavirus non esista rispondiamo con i numeri”. Tralascerò di commentare l’idiozia della parola e del concetto di negazionista anche perché sarebbe fatica sprecata , pare chiaro che l’uomo, insieme al meccanismo mediatico che ne narra le imprese  non è un’aquila, ma una quaglia da supermercato, esattamente come i suoi seguaci distesi nella vaschetta di polistirene espanso e pronti ad ogni tipo di consumo politico ed economico, insomma l’ennesimo  mediocre  inferto al Paese. Tuttavia sarebbe un errore pensare che questa scena da fratelli De Rege, sia un fatto curioso, ma del tutto secondario e accessorio, un piccolo incidente senza importanza: esso invece strappa il sipario di un dramma imposto perché un abbaglio di questo tipo non può essere frutto di distrazione e confusione momentanea visto che ormai da sei mesi ogni cosa finisce in Covid, ma ha invece le sue radici nella invenzione dell’epidemia e nelle sue cifre costruite semplicemente attribuendo ogni decesso al coronavirus in caso di positività.  Essendo perciò numeri artificiali e modulati a seconda del risultato da ottenere e non della realtà sanitaria, possono sfuggire di mente e magari essere sostituiti da altri che inconsciamente paiono più consoni al “momento politico”.  Si tratta insomma di cifre fluide che non hanno mai contato se non in relazione all’impatto emotivo. Chi le ha costruite e diffuse è più legato a queste dinamiche comunicative che alla realtà e men che meno al rigore e alla scienza. Da qui nascono i cosiddetti gli errori.

La moltiplicazione dei morti, unico miracolo concesso a Conte che ha invece sta fallendo nella moltiplicazione dei miliardi europei, fa pensare che subito dopo le regionali che saranno probabilmente una catastrofe per il Cinque stelle e una sonora sconfitta per il Pd, ci sarà una nuova ondata di millenarismo pandemico, di segregazioni e di “misure” raffazzonate e risibili con cui cazzeggia il cosiddetto comitato tecnico scientifico: per il presidente del consiglio o forse dello sconsiglio la nuova ondata di paura corrisponde  alle barricate per rallentare o fermare l’avanzata di Draghi e rimanere a Palazzo Chigi nonostante le conseguenze economiche provocate da un governo di cialtroni irresponsabili e servi. Un desiderio così forte che il presidente del consiglio ha anche tentato di comprarsi Mattarella proponendo improvvidamente una sua rielezione al Quirinale e sta giocando presso un’opinione pubblica ormai impotente e lontana da qualsiasi lucidità, sull’idea di essere l’anti Draghi, essendone stato in realtà il tappeto rosso steso in attesa del grande svenditore ed essendo disponibile da ogni cedimento nei confronti della Merkel e dei frugali. Del resto cosa c’è da aspettarsi in un Paese dove qualcuno davvero può credere  che avere meno parlamentari renda più efficiente il governo del Paese? E’ chiaro che se non se ne ha nessuno ci il massimo al massimo dell’efficienza: che ci sta a fare il Parlamento?  Inutile sottolineare  che questa nuova battaglia a suon di Covid sarà un altro bagno di sangue per la nostra economia e che questo miserabile balletto di sopravvivenza politicante condotto su una mistificazione sarà una sorta di colpo di grazia per molta parte della piccola economia. Ma per carità riguardatevi, il Covid vi guarda.


Tutti pazzi per Giavazzi

parr giavaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Rivolgo un caldo invito a tutti i quarantenni non di prestigio (quelli famosi vengono ancora annoverati tra gli enfant prodige), ai cinquantenni,  ai sessantenni e oltre, quelli  già in odor di cancellazione dalla faccia della terra ad opera di Fmi e Bei. Se per caso vi capitasse di imbattervi in tal Sofia, sedicenne, allora, come nelle vecchie barzellette sessiste, prendetela a salutari ceffoni: voi non sapete perchè ma lei si.

Incarna infatti tutta l’ideologia della severità intransigente e  punitiva di diritti, democrazia, garanzie e talenti, che criminalizza quelli di ieri che si sono dati alla pazza gioia con una vita dissipata, tra agi sibaritici e benessere immeritato, con costumi dissoluti e aspirazioni tanto corrotte da sacrificare l’oggi e il domani a spese delle  generazioni a venire.

In realtà è improbabile che incontriate Sofia, che potrebbe tranquillamente chiamarsi Greta – e allora la sfiorereste tra i flutti durante la vostra ingiustificata vacanza in yatch a vela, perchè è con tutta probabilità creatura immaginaria,  frutto della fantasia non troppo fertile di Francesco Giavazzi che sul Corriere di ieri ne tratteggia il profilo, come dolente allegoria della disperazione giovanile  che abbiamo indotto e per la quale dovremmo essere espropriati a scopo punitivo dei diritti, a cominciare da quello di cittadinanza per eccellenza, il voto.

Quindi se già vi prudono le mani potreste molto meglio riservare le sberle, purtroppo solo virtuali, a questo esponente della categoria di quelli che la vita la guardano passare dal davanzale e dallo stesso parapetto,  pontificano chiamandosi fuori da responsabilità personali e collettive. Perchè  qualche colpa deve avercela di sicuro anche lui, anche solo a guardare il suo curriculum di beato tecnocrate con pretesa di innocenza: ingegnere con studi al Politecnico e poi dottorato al Mit, professore a Ca’ Foscari e alla Bocconi, dirigente al Ministero del Tesoro, membro del Cda di Assicurazioni e del Banco di Napoli, collaboratore della autorevole testata pluripremiato per il suo impegno giornalistico, e, come ciliegina sulla torta,  partecipante di pregio al Tavolo dei Volonterosi, promosso da Daniele Capezzone, nientepopodimeno.

Ma soprattutto nelle sue referenze di feroce servitore dell’ideologia della severità, dell’intimidazione e del ricatto come sistema di governo, spicca il delicato incarico attribuitogli nel 2012 da Mario Monti premier, quello  di prestigioso consulente per la spending review della spesa pubblica, in modo che insieme ad altre eccellenti mani di forbice si addossasse l’onere, sia pur lacrimevole come era costume allora,  di tagliare   garanzie, assistenza, cure, pensioni, qualità e efficienza nell’erogazione di servizi pubblici in modo da favorirne la trasformazione festosa in occhiute e arbitrarie erogazioni a pagamento.

E forse la sua Sofia non sa che dobbiamo a lui, che vanta nel suo pantheon i guru del pensiero liberista, primo tra tutti Friedman, insieme a Pannella e Bonino (tanto per ricordare a chi potreste aver dato una inopportuna preferenza), il sostegno tecnico- scientifico all’abolizione dell’articolo 18,   colpevole di aver ridotto la produttività della nostra economia e di aver promosso e consolidato l’istinto parassitario degli anziani ancora protetti da inappropriate e sconvenienti forme di protezione e tutela,  lesive delle pari opportunità dei giovani.

Vi confesserò che da sempre diffido di chi si vuol conquistare a tutti i costi il consenso dei ragazzi, ricordando quei vampiri di sangue fresco che non hanno saputo godersi le gioie della giovinezza  e così indossano il chiodo e gli stivaletti texano e vanno in moto  sfidando a un tempo l’umidità, il freddo e il ridicolo.

Ma tutto sommato li preferisco rispetto a uno che per compiacere il target degli adolescenti invece della mancetta diseducativa propone che si abbassi l’età del voto permettendo ai sedicenni di partecipare al processo decisionale che tanto li riguarda.

E infatti scrive immaginando di rivolgersi a Sofia:  “Non sappiamo se e quando si andrà a nuove elezioni. Ma quando si voterà, dei 60 milioni circa di cittadini italiani, quasi 10 milioni non potranno farlo perché troppo giovani. Eppure con le elezioni un Paese disegna il proprio futuro, quello in cui vivranno proprio quei 10 milioni di cittadini che oggi non votano”, ricordando, bontà sua di settantenne non proprio marginale,  che ” una quota elevata della nostra spesa pubblica (circa un quarto del totale) è spesa sociale e di questa beneficiano soprattutto gli anziani, che infatti nelle elezioni contano più dei giovani, come i partiti ben sanno”,  e che, vergogna !!, quella quota  approfitterà come sanguisughe “della legge cosiddetta Quota 100, che da quest’anno consente ai sessantenni di anticipare la pensione. Un provvedimento che aumenta il nostro «debito pensionistico», la differenza cioè fra le pensioni che lo Stato si è impegnato a pagare in futuro e i contributi che lo Stato incasserà da chi lavora”.

Sospetto che quando era al Mit di Boston il Giavazzi abbia fatto sega proprio il giorno nel quale hanno spiegato che le pensioni non le tira fuori lo Stato attingendo anche alle sue tasche di accademico, che non sono rendite parassitarie ma sono salari differiti dei lavoratori per goderne finita l’età lavorativa e che operai, artigiani, dipendenti pubblici e privati hanno pagato le tasse che dovrebbero garantire loro assistenza e servizi.

Ma deve aver anche saltato le lezioni di educazione civica se non si è accorto che via via   grazie alla sua ideologia di riferimento, la partecipazione democratica è stata ridotta e non per via generazionale, che l’esclusione dalle scelte è officiata da riti elettorali che non danno spazio al parere dei cittadini, che l’accesso alle informazioni a ai processi è limitato perfino in materia di opere che insistono sui loro territori, che vengono disattesi anche gli esiti referendari, a conferma che il voto deve essere ridotto a atto notarile a suffragio di decisioni prese in alto.

E chissà come la mette con la sua cricca che è solita chiedere a gran voce una riforma delle procedure elettorali in modo da favorire una benefica selezione sulla base di criteri basati su censo, cultura, appartenenza, fedeltà e fidelizzazione non si sa come dimostrabile se non con l’abbonamento ai giornaloni, la visione reiterata di Porta a Porta, la frequenza alla Luiss e alla Bocconi, l’atto di fede all’Europa con tanto di figli all’Erasmus e fan di Greta, molto citata in qualità di idolo giovanile.

Speravamo che il nuovo secolo avesse spazzato  via l’ipocrisia verminosa del libro Cuore,  speriamo che Sofia sia solo l’ invenzione di un paterno nostalgico del piccolo Enrico, spero che Giavazzi non abbia dei nipotini che vengono su con brioche, privilegi ereditati e carriere accademiche assicurate,  altrimenti non ci resta che riporre fiducia in qualche Franti che li seppellisca tutti con una risata.

 


Sinistra organica e umida

arcimb Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è un aspetto particolarmente miserabile e desolante che colpisce nella grottesca vicenda dei “sacchetti”.

Ed è lo sprezzo altezzoso con il quale hanno trattato la protesta, forse arruffona e ingenua, anche soggetti abitualmente critici nei confronti di soprusi e balzelli governativi, una spocchia maturata grazie a  acquisti equi e solidali, a baratti con deliziati procacciatori di uova da covate armoniose, salamini derivanti da maiali liberi e festosi, oli da olive brucanti e gioviali,  alla frequentazione di  folcloristici mercatini a km zero, a sedani ridenti e carote giocose che escono da reticelle e borse intrecciate nelle geografie scelte per vacanze intelligenti. Nulla a che fare con i brutali e maleducati forzati dei supermercati, con le loro spese irresponsabili e infantilmente viziate,  con l’autodafè  dei carrelli cigolanti, stracolmi di sughi pronti e pizze surgelate.

Non c’è da stupirsi di certi schizzinosi e della loro acquiescenza smorfiosa a  una retorica ambientalista, interpretata magistralmente da una dirigenza verde che con  la raccolta degli shopper in spiaggia si redime  del consenso accordate a indecorosi sacchi del territorio, condoni,  “sblocca italia”, Valutazioni di impatto ambientale piegate alle ragioni egemoniche dei privati, della loro accettazione come incontrastabili della Terra dei Fuochi, dell’Ilva e pure dei conflitti di interesse, dazio da pagare per stare nel progresso con la speranza che la “manina” distribuisce qualche beneficio grazie alla generosità di imprenditori innovativi.  O  della sprezzante rivendicazione di superiorità e consapevolezza,  rispetto a plebei tumulti egoistici e fermenti micragnosi che si agitano intorno a 20 infimi  20 centesimi, dei fedeli a un’Europa anche quella irrinunciabile.

Ma nemmeno tanto sotto c’è il timore di venire assimilati ai beceri populismi, agli odiati 5stelle, ai forconi, agli assalti ai forni, a quel malcontento legittimo, ma così maleducato, interpretato da nuovi straccioni che in passato hanno avuto troppo e che viene su dalla pancia, in specie se è vuota, incontenibile come un borborigmo e volgare e ignorante e perciò molesta e riprovevole da chi pensa ancora a una innegabile superiorità di movimenti tradizionali, di organizzazioni strutturate ancorché  liquide, quelle stesse che vivono grazie alla ostensione pubblica e reiterata della impossibilità di un’alternativa e che hanno platealmente eseguito la rinuncia e il tradimento di qualsiasi ideologia che non sia la sudditanza al pensiero nei liberista. Convinti che lo status quo brutto disonorevole e condiviso per vigliaccheria, sia meglio di un ignoto forse promettente seppure sconosciuto e imprevedibile. Persuasi che sia rispettabile e decoroso ripiegare su quello che viene continuamente accreditato come il meno peggio,  quella feroce “concretezza” della realpolitik, quegli imperativi implacabili della necessità e opportunità e quindi  la improrogabile cancellazione anche dall’orizzonte immaginario di una alternativa a quello che abbiamo intorno e ci viene imposto come fatale.

Sono loro che guardano, affacciati alla loro finestrina angusta, lo svolgersi degli eventi, la dissoluzione di esperienze, quella del Brancaccio definita icasticamente un’Isola dei Famosi, il riaffacciarsi delle solte mutrie, i colpi di coda di mostri riluttanti a recedere e si sa che alla fine cercheranno riparo sotto l’ombrello del partito unico, con tanti spicchi colorati che nascondo un cielo cui non sanno guardare. Aspettiamoci i soliti caldi inviti dunque a non disperdere voti che  favorirebbe una destra –  fantasmatica e indefinibile rispetto alla loro così evidente? Aspettiamoci la disincantata bonarietà con cui condannano al limbo delle anime belle programmi e aggregazioni volonterose.

Chi oggi pensa che il meglio non sia nemico del bene. Che non ci si deve arrendere al meno peggio, sarà opportuno che sia meno schizzinoso, per timore di non piacere a intellettuali e commentatori che hanno bisogno del  Viagra movimentista per rimanere giovani. Non basta redigere un quadro generoso dei cosa vogliamo, un inventario degli ideali e delle aspirazioni, quello che hanno disegnato con giovanile e entusiasta potenza i tanti che in 140 assemblee stanno facendo circolare i propositi di Potere al Popolo: 15 punti  o meglio obiettivi fondativi  dalla “rottura” dell’Unione Europea dei trattati all’uscita dalla Nato, dalle nazionalizzazioni/ripubblicizzazione di banche e aziende strategiche, all’amnistia per i reati connessi alle lotte sociali e sindacali, che dovrebbero  consolidare legami e strategie comuni con lavoratori in lotta: da quelli di Almaviva, di Sky, di Atac,    ai metalmeccanici delle acciaierie di Terni, agli autoconvocati della scuola, e tanti altri ancora,con i precari, i disoccupati, gli occupanti, gli sfruttati, i licenziati… e più in generale con chi subisce la crisi voluta e generata da chi ha e vuole sempre di più.

Potere al Popolo fa irruzione in una campagna elettorale nella quale i contendenti ancora una volta ricorrono al manuale Cencelli o alla sua conversione online, non può essere questo nemmeno il primo traguardo intermedio e nemmeno il banco di prova, perché si sarebbe destinati a una mesta ritirata in un contesto avvelenato e truccato, nella totale eclissi dell’informazione, nel ridicolo cui viene condannata qualsiasi iniziativa di rottura degli equilibri mai abbastanza precari dell’establishment.

Guardare a oggi e a domani ben oltre la scadenza notarile del 4 marzo, senza pregiudizi e senza chiudere la porta in faccia a nessuno per intercettare consenso e promuovere un coagulo di pensiero e forza, è necessario per verificare la fondatezza di quel progetto di sindacalizzazione territoriale che non basta da sola ma che è preliminare a un nuovo modo di fare politica, quella combinazione di buone ‘pratiche’ che prefigurano modalità altre di relazioni produttive, della tutela e del godimento dei beni comuni e del patrimonio naturale che vedono la loro avanguardia in resistenze lontane da noi eppure così vicine, quelle irriducibili dei popoli indigeni, dei contadini, delle popolazioni impoverite e di quanti non hanno smesso di usare il proprio cervello e il proprio coraggio, seppure oscurati dai media, quelle di chi non cede bendandosi gli occhi e tappandosi le orecchie, con un attendismo fatale e prescritto,  alla minaccia dell’affermazione definitiva e catastrofica della superpotenza delle imprese transnazionali, dei conglomerati industriali-finanziari.

Qualcuno ha detto che ormai la sinistra rappresenta o i mendicanti, invisibili, o l’alta borghesia, appartata nelle sue enclave, avendo segnato ormai la sua separazione dal popolo. e dai suoi bisogni, dalle sue paure, dai suoi desideri, Eppure sarebbe ancora possibile tornare a parlare di bene e di male, di giustizia e solidarietà, di accoglienza e redistribuzione. di amicizia e interesse comune, di ideali e di idee, quelle che di solito non trovano mai posto sui manifesti elettorali.

 

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: