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Polanski, il j’accuse delle quote rosa

neo Anna Lombroso per il Simplicissimus

Siccome ogni volta che ci si esprime bisogna preliminarmente esibire curriculum, referenze,  e predisporre una dichiarazione di political correctness a propria discolpa, specialmente quando ci si vuol sottrarre all’affiliazione a curve e schieramenti precostituiti, anticipo che la violenza sessuale è un crimine odioso che va perseguito  e represso con particolare severità, soprattutto quando viene commesso ai danni di creature più vulnerabili ed esposte e quando chi lo consuma gode di una posizione gerarchica o psicologica “superiore” e “protetta”, proprio come nel caso della tortura, che lo fa sentire esente da regole, leggi e imperativi morali offrendogli condizioni di immunità o impunità, proprio come nel caso dell’Ilva.

Ciò premesso considero inquietante l’anatema scagliato contro Polanski, vincitore del Cèsar per aver diretto J’accuse, dalla regista Cèline Sciamma, l’altra autrice  in lizza per il primo premio con il film Ritratto della giovane in fiamme, e dalla sua protagonista l’attrice Adèle Haenel, che, è stato notato, hanno lanciato la loro maledizione in un movie on the movie di j’accuse con un Vergogna!  e un “Bravo à la pédophilie”  gridati, ripresi e diventati virali in rete, proprio al momento della consegna del premio, facendo pensare  all’indispettita esecrazione per il trionfatore più che per il reo.

E infatti a gettare l’ombra del risentimento degli sconfitti sulla scomunica tardiva, è stata proprio la tempistica che ha fatto scegliere per la sdegnata epurazione dall’interno proprio la cerimonia pubblica con tanto di télé e giornalisti da tutto il mondo, mentre invece i soci dell’Académie des arts et techniques du cinéma, si erano già dimessi molto prima, Brad Pitt aveva cortesemente rifiutato il premio alla carriera e da giorni associazioni femministe avevano protestato innalzando cartelli  contro Violanski.

Come è giusto Roman Polanski paga in consenso e popolarità il delitto confessato nel 1977, quando ammise di aver consumato “un rapporto sessuale extramatrimoniale” con  una tredicenne, Samantha Geimer, reato per il quale  è ancora sorprendentemente “sulle sue tracce” l’Interpol e che appunto è turpe e ripugnante anche qualora non ci fosse stata violenza, perché un maschio autorevole, prestigioso, famoso esercita una potenza sopraffattrice anche se in forma psicologica e solo “persuasiva”.   Ed è sfuggito alle maglie della giustizia, per prescrizione, nel caso dell’accusa di stupro, rivoltagli 44 anni dopo il fatto, da  Valentine Monnier, giusto giusto l’8 novembre, cioè alla vigilia dell’uscita francese dell’ultimo film.   Altre donne poi pare abbiano sollevato addebiti analoghi, anche quelli postumi e che hanno avuto come teatro fori virtuali e gogne mediatiche, invece di uffici di polizia e tribunali.

Non voglio biasimare la natura e la qualità di queste incriminazioni a posteriori, accese come una miccia e non casualmente si direbbe, solo quando si è creato un clima favorevole alla condanna dell’opinione pubblica, in assenza di processi.  Non lo faccio perché è purtroppo vero che da sempre, dalla mitologia a Artemisia, dal Circeo alle vittime convertite dai magistrati in furbe adescatrici o spericolate provocatrici per via di abbigliamento arrischiato e incauta presenza a rave o apericena, la rivelazione e la denuncia dell’oltraggio subito  sono un onere e una pena che si aggiungono allo stupro con un carico di violenza e ingiuria,  capaci di trasformare il dolore in vergogna, tanto  che può sembrare preferibile e raccomandabile rinunciare alla tutela della propria persona e della propria dignità, nascondendo l’umiliazione  e lo sfregio.

Ma è anche vero che la denuncia, soprattutto da parte  di donne che hanno una tribuna e la possibilità di usare tutti gli strumenti per la propria difesa con maggiore forza, per via dell’appartenenza a ambienti e cerchie più acculturate e privilegiate, è un diritto, ma anche un dovere che si deve compiere in nome della salvaguardia e della protezione di  altre donne che potrebbero subire e subiscono lo stesso danno.

Perché se il privato è politico, come abbiamo sostenuto per anni, allora si tratta di una responsabilità civile e collettiva che va assunta ed esercitata con forza, se non si è tredicenni, se non si è in stato di soggezione fisica, morale o culturale come accade alle schiave del sesso deportate, a mogli che ritengono che faccia parte delle prerogative coniugali soggiacere a vessazioni bestiali, anche per proibire a chi a vario titolo si presta a difendere quelle che per secoli i giudici hanno definito virili  e naturali persuasioni o delicate ingiunzioni,  di far sospettare che si tratti della ricerca del solito quarto d’ora di celebrità di attricette a caccia di notorietà e consenso.

E quindi al plotone in smoking e merletti sul red carpet dovremmo tutte e tutti preferire la condanna della giustizia, con il biasimo che ne deriva rivolto al colpevole non alla sua opera artistica o professionale. Perchè se è vero che Hannah Arendt e i suoi allievi avrebbero dovuto pretendere che Heidegger non subisse la sconcia fascinazione del nazismo, imperdonabile in chi ha l’onere di interpretare e definire i modi del pensare, del conoscere e dell’agire, non è ragionevole ritenere moralmente accettabile rinchiudere e chiudere la bocca a Assange fantasiosamente denunciato per stupro, censurare la Gioconda per via delle accuse di sodomia e pedofilia rivolte a Leonardo, mettere all’indice le poesie di Cèline o i Canti del povero Pound già offeso per l’abuso ai suoi danni dei una formazione che, quella sì, dovrebbe essere oscurata per apologia di reato, o coprire pudicamente i quadri di Caravaggio, baro, violento, brutale attaccabrighe e  forse assassino.

Questo non significa che dobbiamo riconoscere una inviolabilità del talento, una superiorità morale della creatività e del genio che debbano esonerare dall’obbedienza a imperativi etici e leggi civili, perché allora avrebbero avuto ragione le gerarchie ecclesiastiche a rinviare le sentenze sui preti pedofili al giudizio di Dio e non a quello dei tribunali, limitandosi alla esecrazione, come se la tonaca o la casacca da pittore attribuissero carattere di sacralità a chi li indossa.

Al contrario si dovrebbe ristabilire il rapporto di fiducia delle donne e degli uomini nei confronti della legge, esigendo che non venga eseguita come un’operazione aritmetica, ma con giudizio e trasparenza, in modo che nessuna vittima possa sentirsi colpita due volte e nessun colpevole, nemmeno il più prestigioso, nemmeno il più autorevole, nemmeno il più influente possa sentirsi dispensato dal pagare per il suo reato.

Pur nutrendo a volte nostalgia per i tribunali del popolo e un certo affetto per le tricoteuses, dovremmo preferire la giustizia al giustizialismo, limitare la portata delle giurie di genere (maschile o femminile che sia) e di lobby,  perché non trionfi la legge del più forte, si tratti non solo del lodevole imprenditore, ma anche del venerato poeta, del celebrato regista, se dietro alla loro fama c’è la colpa, ma senza che la fedina penale sporca  imbratti opere che hanno aiutato donne e uomini ad essere liberi di difendere i loro diritti.


Oci ciornie

occhAnna Lombroso per il Simplicissimus

Si chiama Occhionero, un nome che in quel contesto rievoca più gli esiti cruenti di una violenta scazzottatura che la struggente melodia russa, l’ultima folgorata dalla weltanschauung boscorenziana, dopo due senatrici, la Conzatti,  di Forza Italia e la Vono, pentastellata.

Il primo interrogativo che viene alla mente, anche in considerazione del fatto che della giovane avvocatessa di Termoli passata da Leu a Italia Viva non si era mai sentito parlare per una qualche iniziativa parlamentare o per una sgargiante performance professionale, mentre con il cambio di divisa è salita all’onore delle cronache, riguarda la selezione del personale politico che nella maggior parte dei casi e nella forma bipartisan che ormai caratterizza l’agone politico e che ricorda i quiz della Settimana Enigmistica: Dov’è la differenza. E che fa sospettare vengano adottati i criteri e premiati i requisiti in passato tanto criticati per l’esercito delle majorette e dei portaordini berlusconiani, che dovevano essere bellocci, ambiziosi, arrivisti, spregiudicati e di volta in volta ubbidienti all’ultimo nella successione di padroni.

Oddio, un sia pur piccolo cambiamento c’è,  se la vispa deputata invece di recitare come si faceva un tempo il mantra delle appena elette a Miss Italia compresa la vocazione a contribuire alla pace nel mondo, sciorina tutto il repertorio del più sgallettato “progressismo” per motivare la sua scelta: “Mi convince, ha dichiarato,  il progetto, ma anche la squadra: giovane, dinamica, vivace, brillante”.

Francamente se quelli erano i valori cui guardava e si ispira poteva pure restare in Leu, che a scorrere la lunga pagina dedicata da Wikipedia alla formazione politica nata dalle macerie del bulldozer con il quale vuole ricongiungersi,  si prestava e accoglie tutto e il contrario di tutto in un altrettanto vivace e dinamico marasma, fuori dal Pd ma integrandone gli “ideali”, accettandone di buon grado le “misure” per essere uguali e liberi di predicare bene e razzolare male, di essere parimenti soddisfatti di subire i comandi padronali pur di assicurarsi poltrona e pensione negati ai meno uguali, combinando con agile poliedricità il mugugno e il sostegno attivo, la critica e la critica all’opposizione.

Si vede che, fatti due conti,  l’Occhionero – che appunto ringrazia  le donne e gli uomini di Leu, ma che è costretta ad ammettere: “non siamo riusciti a vincere la sfida di divenire un gruppo politico realmente unitario e capace di affrontare le sfide dell’oggi e del futuro. Ora è il momento di mettersi in campo superando le differenze e, anzi, considerandole un valore” –  ha scelto consapevolmente di garantirsi un futuro, ovunque, anche in Trentino, e comunque, con chi della slealtà e dell’interesse personale, dell’indole a mettersi al servizio solerte e generoso di ogni padrone in ordine di tempo, Germania o Franza o Spagna purchè se magna,   ha fatto  il segreto del suo successo, Forza Italia o Italia Viva, unite da personalità affini oltre che dall’abuso aberrante di amor patrio nell’etichetta.

E pare che il movimento promosso dalla scrematura del Giglio magico attragga e catalizzi il pubblico femminile, grazie tra l’altro alla sua leader in quota rosa ( e infatti il profilo su Facebook dell’ultima arrivata rivela una cifra politica comune in più con la Maria Elena, la procace ostentazione di un succinto bikini) e quello più assetato di indipendenza e autonomia ( e infatti la 5Stelle proclama: ora finalmente ho la libertà di esprimere le mie idee). Infatti , motiva la sua decisione la ciarliera  paladina della legalità e delle belle forme: “mi è piaciuta la scelta di Maria Elena Boschi come capogruppo. Una donna giovane che riveste un ruolo di guida in Italia Viva. Questa leadership femminile mi piace e mi fa pensare che ci sia uno spazio di maggior agibilità in un progetto che sa apprezzare il valore delle donne”. E ribadendo una specificità e superiorità di genere che dona alla politica una qualità estetica oltre che morale, aggiunge estasiata in risposta  alle domande dell’intervistatore, in vena di ardita provocazione, sulla venustà della dirigenza di Leu: “Boschi è donna, Federico Fornaro (capogruppo Leu alla Camera) è uomo. Eppoi Fornaro sarà un bell’ uomo, ma la bellezza della Boschi non ha eguali”.

Eppoi dicono che le donne sono invidiose delle altre donne. E lo diranno anche di me, perché ormai, pur apprezzando il suo look audace, non sono autorizzata a dichiarare che la Bellanova ha riposto velocemente in un cassetto il suo passato di lavoratrice prima e di sindacalista poi (ma questa è cifra comune delle rappresentanze fedifraghe degli interessi degli sfruttati) per mettersi a disposizione di chi ha smantellato l’edificio di garanzie e conquiste che le ha permesso di arrivare dov’è, oppure di biasimare  il prodigarsi della bella senza uguali, pur condannando le dicerie maligne sulla sua cellulite,  senza essere tacciata di sessismo, maschilismo, virilismo.

E lo credo, piace a maschi ma anche alle donne questa svolta perversa e abusata del femminismo, che rende intoccabili, immuni e impunite le stronze in virtù dell’appartenenza di genere, che si accontenta di imitazioni di ambientalismo o antirazzismo, purché impersonate da icone in quota rosa, che ritiene che il riscatto consista nella aritmetica sostituzione di generali con generalesse,  che pensa sia sufficiente istituire la parità di salario in modo che ogni addetta di un call center, di un campo di pomodori, di una cassa del supermercato possa essere sfruttata parimenti al marito, al padre, al figlio, altrettanto messi sotto ma ai quali si riserva la consolazione di appartenere al sesso superiore. Piace alla gente che piace convincersi che le delicate qualità femminee emancipino dalle tentazioni di rubare o sopraffare, che siano quelle a rendere accettabile anzi gradita la pratica di surrogare i servizi pubblici di assistenza e cura che garantiamo con le nostre tasse, con la muliebre dedizione nei confronti di malati, bambini e anziani rimuovendo talenti e vocazioni non più concesse in nome della necessità.

Non deve essere un granchè quello che è appropriato chiamare il femminismo liberal, se sono queste le sue figure di punta, volontariamente gregarie di un bullo o di un vecchio puttaniere o di leader che si prodigano per  la Casa delle Donne,  ma tagliano i fondi agli ospedali per promuovere l’assistenza privata, che si portano appresso nella scalata cheerleader promosse a costituzionaliste e che sono interpreti dell’aspirazione a  pari opportunità di potere,  per occupare posti prestigiosi e autorevoli, consigli di amministrazione e poltrone ministeriali, dove imporsi e imporre un modello di supremazia mutuato da quello maschile, che vuole affrancare un 1% che eccelle e non il 99% delle oppresse a casa e fuori, quelle che i vetri rotti del soffitto di cristallo, come lo hanno definito non a caso le post femministe americane, li devono raccogliere  spazzando e pulendo lo sporco di un “progresso”  che si dimentica di uomini e donne colpevoli di non essere abbastanza schiavi.

 

 


Alici nel Paese delle Meraviglie

alice-678x381Anna Lombroso per il Simplicissimus

Siete meravigliosi: prima sembrava che bastasse rovesciare il bestione perchè tutto si risolvesse magicamente e adesso siete preoccupati, vi guardate intorno come bambini sperduto nel mondo cattivo dei non innocenti.

Avete creduto che fosse sufficiente detronizzarlo dalla sdraio dello stabilimento balneare perchè si aprissero i porti, si desse civile accoglienza e asilo agli immigrati, si potesse manifestare il proprio dissenso per il Jobs Act, la Buona Scuola, si riempissero gli ospedali di solerti clinici pronti a farvi effettuare in tempo reale l’agognata Tac, uscissero lunghe liste di collocamento cui accedere, voi e i vostri figli, per esprimere talenti finora frustrati. E avete pensato che tutto questo sarebbe stato reso pubblico da una stampa incaricata del dovere di informare con obiettività e doverosa imparzialità.

Invece adesso avete la tremenda rivelazione che vi eravate illusi nella vostra beata ingenuità, adesso che avete invece fatti fuori i populisti in veste di ultimi arrivati del deplorevole populismo, rei di non aver mantenute le promesse elettorali e ancora di più di averle mantenute in una sterile lotta contro la lobby più influente, adesso che vi siete scoperti europeisti e adoratori dell’euro in funzione antisovranista ma li avete penalizzati perchè non hanno mostrato i denti e tirato fuori le unghie con il perverso potentato di Bruxelles, cominciate a aver paura di non averci capito niente, che eravate più credibili quando alzavate le spalle scontenti e malmostosi proferendo l’immancabile mantra: tanto sono tutti uguali.

Eravate meglio allora, dimostravate una maggiore lungimiranza di ora, che vi ha sorpreso il patto stretto da Pd con Salvini, che non è certamente né occasionale né estemporaneo perchè rivelatore di una coincidenza affaristica di interessi, ora che la crisi balneare promette un governo balneare come ai cari vecchi tempi di Fanfani, che ora vi appare come uno statista di vaglia, al posto della smargiasso che sembra però rappresentare se non i vantati 60 milioni di italiani, almeno una scrematura potente al servizio dei soliti padroni che stanno da tempo preparando la definitiva eclissi democratica.

Ci sono stati tempi nei quali la sinistra godeva di certi disastri, perchè si augurava il simbolico e persuasivo “tanto peggio tanto meglio“, ma purtroppo anche in quello ha dimostrato di sbagliare, perchè al tanto peggio non c’è mai fine mentre non è stata capace di far vedere come avrebbe potuto essere il meglio, appiattita sul pensiero rinunciatario che ormai non c’è nulla da fare per contrastare lo status quo, tanto che sono state retrocesse a utopie visionarie perfino i programmi di Sanders, di Podemos e Mèlenchon, tanto che chi sostiene che nessun governo attuale potrà mai agire espropriato com’è del potere decisionale in economia, è immediatamente annesso alla marmaglia sovranista e populista, che sarà giustamente messa a posto dal prossimo ometto dell’ex troika che sopravvive allo sfaldamento dell’alleanza carolingia, alla recessione tedesca conclamata, come una funesta potenza di morte e carestia.

Siete meravigliosi, adesso che non sapete fare altro che prendervela con i perdenti, cui attribuite la responsabilità di non aver fermato il fascismo e la sua marcia su Roma. anzi di essersi accordati con lui, come fossero un Pd qualunque o dei berlusconiani che però sapevano riconoscerlo per via della lunga famigliarità, adesso che per sentito dire scoprite certe affinità con la caduta della repubblica di Weimar, che, vi comunico, proprio come il momento attuale, seguì a una lunga preparazione  e vide molti attori e correi in campo, che come quella attuale, di effetto secondario di una crisi nata nello stesso luogo di origine. E che, anche quella, colse tutti di sorpresa, come un fulmine, come un terremoto, come un funesto accadimento del quale ci si trovò ad essere ignari spettatori. Spettatori, vittime e complici.

Perchè succede così quando di declinano responsabilità, soprattutto quelle di non voler vedere. di non voler sapere per non correre il rischio della libertà e dell’autodeterminazione.

 


Occupazione stradale proibita, ma non per l’I phone

filaAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’è da provare una certa amara stanchezza nel vedere l’affaccendarsi dei professionisti dell’antifascismo di questi giorni, sorpresi dal rinnovarsi inatteso di un incidente della storia  che con tutta evidenza li coglie talmente alla sprovvista da guardare con rimpianto a un’età di Pericle nella quale il tiranno di Atene assunse le fattezze del cavaliere, con tanto di macchie sulla reputazione e pure sulla fedina penale, e con un’unica paura, non della morte ritenendosi immune per censo, ma di scomparire  dalla scena politica con le conseguenze che ne deriverebbero per il suo ego ipertrofico e per i suoi poliedrici interessi.

Il sospetto ( ne avevo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/09/28/fascimo-malattia-senile-del-capitalismo/ ) è che ci troviamo di fronte a una strumentalizzazione dell’antifascismo  da parte dell’establishment come difesa di ultima istanza del proprio potere e dei propri interessi, che sollecita a prendere le difese dello status quo minacciato dagli empi populismi e dall’ancora più degenerato sovranismo. Tempi bui per chi non si arrende all’arruolamento forzato nei due fronti, quello che cerca di coagulare una opposizione di salute pubblica al governo in carica, intorno a un immaginario simbolico che fino a ieri considerava arcaico e superato, l’altro che dietro alle bandiere ripiegate dell’antieuropeismo e della lotta ai privilegi della casta, dimostra l’inettitudine o l’impotenza a rovesciare il tavolo liberista.

A dimostrare che si fa bene a pensar male, basta guardare allo stupefatto sdegno con il quale i riformisti si sono fatti  sorprendere dalle misure del decreto sicurezza la cui paternità attribuiscono al golem crudele cui è stata soffiata la vita per svolgere i lavori sporchi, il cattivo ghignante dei manga e che si dicono impegnati a contrastare con un referendum abrogativo, che in questo caso ci augureremmo abbia più successo di quello con il quale pensavano di cancellare lo spirito costituzionale. Non solo qui e non solo ora, studiosi della materia ma anche semplice gente con gli occhi aperti hanno diagnostica e compreso il nesso sistematico tra la distruzione dello “stato sociale” e il rafforzamento dello “stato penale”, favorito tra l’altro da un razzismo che non è nemmeno quello poi tanto originale. Le varie leggi che apparentemente dovevano regolare il fenomeno migratorio, Bossi-Fini, Maroni, Turco-Napolitano, hanno sancito in via giuridica e amministrativa che gli immigrati poveri debbano “prestarsi” senza alcun diritto e sotto costante ricatto. I fisiologici contrasti fra la forza-lavoro italiana e quella immigrata, la riduzione del costo del lavoro che ne deriva, determina una frattura insanabile che fa perdere di vista perdere di vista il vero nemico di classe.

Eh si, questo risveglio, il sospetto che quello che viene messo in atto per i migranti possa compire anche gli indigeni, è remoto ma comincia a farsi largo, sia pure con la certezza che le misure di repressione siano opportunamente pensate solo per colpire gli indigenti: se ha suscitato preoccupazione la norma che potrebbe proibire gli assembramenti e blocchi stradali,  possiamo star certi che i nostri ragazzi in fola per l’iphone di nuova generazione, le madamine no-no-tav, i caffeinomani di Starbucks potranno continuare a esercitare il loro inviolabile diritto, a differenza dei metalmeccanici che convennero a Roma – Alemanno sindaco – dirottati perché non offendessero decoro e bellezza dei luoghi storici, a differenza dei risparmiatori che protestavano contro il salvataggio di Banca Etruria.

E così via, in virtù di leggi  dello stato e ordinanze sindacali che mettono un’ipoteca sulle libertà di espressione e circolazione, come nel lontano 1956 quando venne arrestato Danilo Dolci alla guida di cittadini che invasero una via, sì, ma per ripararla, o in occasione delle manifestazioni per la celebrazione del 60° anniversario dei Trattati di Roma, quando decine di manifestanti hanno ricevuto fogli di via preventivi, dal territorio romano, senza nemmeno poter arrivare in città; e sui diritti compreso quello alla difesa sulla base del censo o dell’appartenenza etnica, come  2008, quando per tutti i reati era stata introdotta la circostanza aggravante dell’essere il fatto “commesso da chi si trovava illegalmente sul nostro territorio”.

Tanto per aggiungere qualche dato recente, l’approvazione dei Decreti Legge nn. 13 e 14 dello scorso febbraio, con le firme degli allora ministri Minniti e Orlando, incaricati di dare un senso di “sinistra” alla sicurezza e l’autorizzazione a aver paura dei diversi, dimostravano che la scelta  del “sorvegliare e punire”, addirittura superando e inasprendo il terreno già seminato dal Decreto Sicurezza di Maroni del 2008, altro non è che il concretizzarsi sul terreno securitario dei capisaldi della concezione dello Stato nella trasformazione aberrante del neoliberismo, che si sottrae dall’ottemperare ai suoi compiti nei confronti della “cittadinanza”   per scatenare l’indole più ferina del mercato, affinché sia possibile l’espandersi dei dispositivi penali per gestire le conseguenze sociali generate dalle disuguaglianze. In modo che l’emarginazione e la punizione di poveri corrisponda a un disegno “sanitario”, di difesa dei beni e dei privilegi minacciati dalle vite nude dei falliti, giustamente estromessi dalle magnifiche sorti del mercato, che è meglio vengano sottratti alla vista della gente per bene abilitata a conservare dignità e decenza, eliminandoli dal panorama comune in qualità di  molesti prodotti delle politiche governative, o veritiera  profezia di quello che potrebbe capitare ad ognuno di noi, a causa di quelle stesse politiche, perché non possa venire alla mente di immaginarsi una vera e praticabile alternativa.

Prima di questo decreto sicurezza, i Daspo urbani, le ordinanze dei sindaci, gli interventi del governo Gentiloni per “contrastare l’immigrazione clandestina” con l’azzeramento di tutta una serie di diritti costituzionalmente garantiti, a cominciare dalla giurisdizionalizzazione delle Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione e l’abolizione del secondo grado di giudizio, hanno aperto la strada indisturbata a quello che oggi pare una fulminea e inattesa epifania nefasta. Che riguarda tutti i paesi occidentali, le cui leggi ma pure la percezione e perfino l’immaginario sono condizionati dagli Usa, e che hanno scelto la repressione più che la dissuasione anche di comportamenti considerati “offensivi” ma non definiti come reati, o che erano reati in passato ( si pensi alla prostituzione e  alla mendicità) e che lo ridiventano,  grazie al fine desiderato di “ripulire le strade dagli indesiderati” comune agli amministratori del Galles e alle ruspe di Salvini, a quello di contenere inquietanti fenomeni giovanili, ma anche il bighellonaggio comune alla gente de borgata e ai profughi di Padova, limitati da apposito muro.

Si può tranquillamente dire che uno dei valori indiscussi della fortezza europea è mettere al sicuro i primi e rassicurare i penultimi, criminalizzando e penalizzando gli ultimi, come appunto in Spagna, con le  “Ordinanze per il civismo e la convivenza”, in Francia con la criminalizzazione dei “comportamenti incivili” più che mai se e assumerli è gente in gilet, deplorata perfino da Madame Le Pen o in Belgio, dove vige anche là quella combinazione di leggi statali e provvedimenti di autorità locali, che ha ispirato le politiche securitarie italiane in modo da promuovere discrezionalità e arbitrarietà, dispiegate su base “economica”.

A guardare indietro e a guardare l’oggi si capisce che il fascismo abituale declinazione capitalistica, conserva come da tradizione il suo target di propagatori e consumatori ben mimetizzati e integrati nelle file del folclore con cui dividono la riprovazione per chi non si uniforma ai diktat imperiali, per chi non accetta incondizionatamente l’immigrazione così come non aveva appoggiato la partecipazione a necessarie guerre esportatrici di democrazia, per chi non schifa la possibilità che Stato e popolo si esprimano in materia economica.

Da tempo la frase che campeggia sul mio profilo in Twitter è quella di  Enzensberger:  ai tempi del fascismo non sapevo di vivere ai tempi del fascismo. In realtà da anni io lo sapevo e lo so, in molti lo sapevamo e lo sappiamo. Non era difficile a meno che non ci si trovasse bene ai tempi del fascismo, di ieri come di oggi.


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