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Arancio meccanico

pappaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Dovessimo giudicare lo stato e la tenuta di una democrazia dalle sue piazze, non ci sarebbe da stare allegri.

Personalmente nutro analogo fastidio per l’arruffapopolo ex militare cacciato dall’Esercito, passato attraverso le più squallide formazioni della “scontentezza”, pallida macchietta di Tejero più che di Pinochet, che per il piccolo arrivista senza né arte né parte se non quella in commedia sotto l’ala  protettrice di Prodi e dei petrolieri, che alterna pensose e troppo brevi  pause di riflessione con l’entusiastica militanza elettorale nell’area progressista, con la stessa aspettativa, un posto al sole, una poltrona, un reddito, l’unico ormai sicuro, sapendoci fare.

Certo l’uno schiamazza e articola grugniti bestiali con Casa Pound, né più né meno di acuti opinionisti o accreditati direttori di telegiornali che li hanno voluti accanto per dialogare in nome del pluralismo, certo l’uno ha dato vita a una calca incompatibile con l’emergenza ancora in corso, nè più né meno  di un pericoloso assembramento di autorità a accogliere festante  la connazionale infine liberata.

Ma diciamo la verità a suscitare biasimo nella pubblica opinione non è tanto la  performance di un attempato aspirante golpista, ex tutto dal Psdi ai forconi, nemmeno l’ostentazione ribellista contro le regole imposte dallo stato di eccezione, equiparata ai vergognosi rave, ai deplorevoli apericena ai Navigli, alle deprecabili grigliate in terrazza condominiale. E probabilmente nemmeno l’alzata di scudi contro il Governo, unanimemente considerato il migliore caduto dal cielo per la gestione dell’emergenza, meno che mai l’odio antistatalista, che aveva rappresentato fino a ieri il sentimento comune, consolidato la convinzione che si trattasse di un padre padrone, inefficiente, forte coi deboli e debole coi forti,  ridotto a erogatore di aiuti generosi ai ricchi e spietati e di assistenza pezzente ai parassiti.

No, è che ai generatori meccanici di indicatori della pubblica percezione, un ceto che conserva ancora qualche sicurezza, più o meno acculturato, grazie al succedersi di riforme perverse della scuola e dell’Università, più o meno informato, grazie a una stampa che via via si è ridotta all’Unico Grande Giornale degli italiani,   più o meno posseduto dal mito del progresso, malgrado qualche tentennamento recente, ammesso che si sia accorto della qualità modesta della nostra comunità scientifica, ecco a quel ceto che rivendica una superiorità sociale, culturale e morale, proprio non gli stanno bene queste piazze cialtrone, ignoranti, belluine che non conoscono il bon ton e le regole dell’educazione.

A ben guardare non gradiscono nemmeno altre piazze che dovrebbero invece appartenere alla loro formazione di cittadini probi, a giudicare dalla indifferenza, quando non riprovazione riservata alle manifestazioni di lavoratori in lotta, di immigrati irriconoscenti degli sforzi per introdurre il caporalato di governo, di No Tav o No Triv, retrocessi a molesti disfattisti che ostacolano sviluppo e lavoro avviato dei cantieri a beneficio di giovani altrimenti pigramente inoccupati.

Non hanno ricevuto il minimo sindacale di solidarietà dai reclusi del divano davanti a Netflix, nemmeno le manifestazioni e gli scioperi dei primi di marzo quando gli addetti costretti ad esporsi alla pestilenza hanno reclamato per ottenere dispositivi e misure di sicurezza.

E d’altra parte nessuno ha pensato di ricorrere agli strumenti messi a disposizione dalle democrazia per impugnare quei decreti di ordine pubblico che si sono susseguiti negli anni, che limitano il diritto di esprimere dissenso in nome del decoro alla pari  del contrasto a violenza insurrezionale e terrorismo, ancora pienamente vigenti e oggi rafforzati in virtù della crisi sanitaria che esige unità e coesione intorno all’esecutivo e ai suoi consiglieri speciali autorizzati a aggirare il controllo parlamentare.

Eh si, le uniche piazze legittimate sono  quelle in favore di governo e qualche governatore, che poi quelli che oggi non riscuotono consenso, sono comunque ammessi a restare al loro posto, oggetto al più di garbata satira, così come gli appelli degli intellettuali, primo caso in assoluto salvo lontane rimembranze che riecheggiano oggetto immediato di anatema.

Vige la pretesa di innocenza, così nessuno si assume la responsabilità di ammettere che piazze e critica sono stata consegnate nelle grinfie di innominabili, che ormai la Repubblica nata dalle resistenza e fondata sul lavoro ha perso il diritto di parola, salvo una, il si, pronunciato in segno di accettazione e fedeltà a un “potere” superiore allo Stato nazionale, che ci offre a caro prezzo la sua carità pelosa  inadeguata, come il Recovery Fund, il cui continuo rinvio conferma l’inconsistenza, per imporci come fatale il Mes, il rimborso senza sconti e i conti ingenti dei tagli della spesa pubblica e degli investimenti  sociali, della privatizzazioni dei servizi pubblici con relativi licenziamenti, delle imposte su patrimonio e immobili, della piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali, di una profonda e radicale revisione del sistema di contrattazione collettiva nazionale nel quadro di un contesto di riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali.

Nessuno dichiara la sua complicità nell’aver permesso che l’ideologia e la pratica neoliberista sconvolgessero il sistema di classe, senza abbatterlo, confondendo i confini delle geografie: proletari, piccola borghesia, segmenti sociali attivi nei settori produttivi e nella pubblica amministrazione sono stati persuasi, dopo la demolizione degli apparati politici e sindacali, della bontà di arruolarsi nell’esercito padronale, per poter godere del rancio e della paga del soldato.  Sono loro che dettano gli slogan del “buonsenso comune” nella piazza virtuale, per condannare alla marginalità, senza parole e senza diritti di cittadinanza, il popolo bue, ignorante, rozzo, rispetto al quale si ha l’opportunità di sentirsi superiori.

In attesa dell’assalto ai forni,  a mobilitarsi sono i ceti medi impoveriti, i piccoli imprenditori, i commercianti, i bottegai, oggetto di generalizzato disprezzo, assimilati a quella maggioranza silenziosa che ci ha consegnato a Berlusconi, mentre l’edificante proposta alternativa era l’avvicendamento di Prodi, D’Alema, Amato, Monti, bersaglio di schizzinosa condanna in quanto vittime predisposte del contagio del populismo e del sovranismo, in quanto restie all’approvazione suicida delle politiche razionali e severe dei tecnici e poco inclini a sentirsi rappresentati nella celebrazione del grande centro, tra destra e diversamente destra progressista, che prevede la gestione “neutrale” e concordata degli affari pubblici.

Vedrete come finiremo per aver perseguito la loro colpevolizzazione tramite ostracismo sociale e culturale, quando gli affamati faranno giustizia di chi pensa di poter conservare pane e denti, ma è già condannato a perdere entrambi avendo rinunciato alla consapevolezza e alla lotta.

Non ci fossero i gilet arancione, dovrebbero inventarli:  si deve a loro l’opportunità di assimilare ogni forma critica e di opposizione alla gestione della crisi sanitaria e di quella economica alle loro formazioni, di condannare ogni legittimo dissenso al silenzio della mascherina sulla bocca e sugli occhi.

 


Vedi Milano e poi muori

milanAnna Lombroso per il Simplicissimus

La Milano che prima era da bere, poi da mangiare, adesso è da vergognarsi.  Come al suono delle trombe dell’Apocalisse sanitaria sono cadute le mura della Capitale morale, mentre tace il rombo futurista del motore dello sviluppo nazionale.

Con ferocia voluttuosa i calabresi guidati dalla Santelli, i veneziani elettori di Brugnaro, i laziali sotto il magister elegantiarum delle mascherine, gli emiliani sollecitati dal loro presidente a prestarsi in qualità di festosi volontari per infoltire  la schiera di braccianti o di ronde, in modo da meritarsi reddito di cittadinanza e altre risorse parassitarie, possono prendersi il lusso a poco prezzo di criminalizzare lombardi e milanesi per la fiducia accordata ai loro rappresentanti, per aver subito l’onta delle morti dei loro cari lasciati soli, l’umiliazione di essere la popolazione più contagiata e contagiosa.

E dire che per capire che un giorno un qualche accadimento naturale o non, più dello straripamento annuale del Lambro o del Seveso più di licenziamenti a raffica, più di un terremoto, più di una nube tossica che avvelena l’aria, avrebbe avuto la funzione di rivelare cosa si nascondeva dietro a orgogliose rivendicazioni e narrazioni epiche, bastava poco.

Bastava poco per diagnosticare che i mali del “caso Lombardia” fanno parte di un contagio nazionale, che non si voleva e non si vuol vedere, per non dover prendere atto che dietro il festoso barzellettiere, il gioviale sciupafemmine a pagamento, il generoso mecenate che si pagava anche il rinfresco del G8 c’era il golpista, il colluso con le mafie, lo speculatore intento a trasferire la sua città ideale della corruzione e del malaffare, le Milano 2 e 3, perfino nel cratere di un sisma.

E mica è colpa dei soli milanesi o dei lombardi se parte delle morti in concorso col Covid sono da attribuire ai furti e agli espropri perpetrati ai danni della sanità pubblica, se poi il divino ladrone celeste pontifica su igiene, salute e profilassi sanitaria e sociale dalle colonne di un autorevole quotidiano nazionale.

O se tuttora il vertice, le teste insomma, del governo regionale che meriterebbero la ghigliottina, perseverano nell’infamia idiota e diabolica, reclamando che si incrementi la loro indipendenza, alla luce delle performance ottenute in cima alla graduatoria di assassinii,  e restano al loro posto pur suscitando la collera della plebaglia, che però è la stessa che riserva un  consenso ammirato per la figura iconica di altro bramino del secessionismo regionale che pretende di  esercitare la dovuta superiore autonomia in materia sanitaria, per via di una statistica meno ferale, e in quella dell’occupazione e della scuola, per fare un severo collocamento di immigrati e percettori di mance e redditi improduttivi nell’ambito del cottimo di stato.

C’è un proverbio che la dice tutta sul disincanto tossico dei romani: er più pulito c’ha la rogna. Ma pare possa funzionare egregiamente a tutte le latitudini, se il Pisapia che viene a cadenza regolare tirato fuori dalla naftalina in qualità di leader di un rinascente progressismo, è stato artefice del processo di svuotamento del centro di Milano dai residenti, proprio come un Brugnaro o un Nardella qualsiasi, per consegnarlo a multinazionali della speculazione, al terziario del lusso, alle finanziarie e alle banche che hanno bisogno di sfolgoranti vetrine per esibire al loro avida smania di accumulazione, agli emiri del Qatar intenti a fare shopping di terreni e di club sportivi a Milano come in Sardegna.

Si adatta a tutto lo stivale se  tutta la stampa nazionale ha partecipato alla narrazione della nuova Grande Milano guidata con destrezza dall’ex commissario di un epico fallimento, segnato da infiltrazioni mafiose sulle quali l’autorità anticorruzione ha dovuto chiudere un occhio anzi due, in nome dell’ineluttabile e incontrastabile “interesse generale”, da un primo cittadino che accoglie il collega disobbediente di Riace come un eroe e permette in contemporanea i repulisti repressivi di immigrati, da un sindaco che sta realizzando le più famigerate espropriazioni di beni comuni per cederli a società immobiliari e costruttori posseduti dal demone dei faraoni, che sognano di lasciare un’impronta indelebile sotto forma di grattacieli che non vogliono più a Dubai, frutti delle visioni tossiche di archistar  la cui reputazione crolla alla prova di un’ovovia o di un colpo di vento.

Sicchè la bulimia costruttiva fa il paio con il gigantismo megalomane di chi concede il passaggio attraverso Venezia delle Grandi Navi da crociera, oggi rimpiante e richieste a gran voce per contribuire alla ricostruzione dopo la guerra al virus,  o con la compulsiva volontà di riaprire i cantieri delle opere infrastrutturali, da anni rivelatesi come formidabili macchine mangiasoldi pubblici per appagare gli appetiti delle solite cordate, o con i propositi del Ministro Franceschini per il rilancio turistico del Paese, grazie alla sua immaginifica visionarietà, la stessa di Farinetti e di Renzi, fare del Sud la Sharm el Scheik d’Italia, della Sicilia un immenso campo da golf, degli Uffizi un juke box, di Venezia un museo a cielo aperto.

Vi avevano detto di stare tranquilli, che niente sarà come prima.

E per una volta mantengono la parola, tutto sarà peggio di  prima se la cifra antropologica degli italiani pare non sia l’arroganza meneghina, la spocchia veneziana, l’indolenza napoletana, la spilorceria genovese, l’ostentazione palermitana,  ma invece un’arrendevolezza brontolona ma docile, la licenza e la piccola trasgressione del così fan tutti al posto della ribellione.

E succede perfino quando tra Franza e Spagna non si magnerà più in un Paese sull’orlo del fallimento, nel quale centinaia di migliaia di persone si affacciano cautamente di casa, con la fierezza del loro finalmente riconosciuto senso di responsabilità, che nasconde la paura di misurarsi col disastro legittimato dalla minaccia apocalittica, con il tentativo di rimuovere o almeno rinviare la catastrofe, pagando pegno per il loro sabbatico con  proibizioni, quarantene, forme di controllo sociale  tecnologiche, bastonate,  controlli perfino con droni e elicotteri, divieti di spostamento, sanzioni  presto comminate dalle ronde che fino a ieri erano l’inaccettabile format ideale poliziesco salviniano, ora irrinunciabile sistema di necessaria vigilanza e contenimento delle disobbedienze oltre che immaginifico bacino occupazionale insieme agli steward sulle spiagge, o ai braccianti al tempo delle ciliegie.

Il poco che ci hanno fatto sapere, fatto di avvertimenti trasversali e minacce, di come immaginano il nostro futuro prossimo dall’Alpi alle Madonie parla di una condanna alla servitù, nel migliore dei casi, quella già ampiamente avviata nella normalità malata di prima della malattia, subendo i ricatti padronali, le ipotesi non remote per i più fortunati di riduzioni del salario a  fronte di aumento dell’orario di lavoro, il caporalato tramite smart working, con l’assillo di dover rendere i prestiti benevolmente concessi, quelli personali erogati da quelle banche oggetto di salvataggi dagli effetti del loro avventurismo finanziario effettuati a nostre spese,  e quelli dovuti all’Ue,  sotto l’intimidazione di nuove e sempre più severe privazioni in qualità di pena meritata per aver dissipato, goduto, consumato in merci e libertà.

E dire che per anni i risparmi dei cittadini, i fondamenti sani del Paese, hanno costituito un orgoglio oltre che la fonte cui attingere al bisogno, e si sa che il bisogno si presentava sempre più frequentemente per ovviare alla distruzione dello stato sociale, a quella del lavoro, della scuola pubblica. Da oggi risparmiare è un lusso come succede durante le carestie, se chi tiene la cassa comune non ha fatto come gli antichi, che riponevano le scorte nei granai. Ed è ancora di più un privilegio curarsi, nutrirsi, istruirsi, viaggiare, studiare, scaldarsi o rinfrescarsi, e poi amarsi, convivere sotto un tetto dignitoso, andare al mare, visitare un museo.

Non sarà stato un complotto di un impero del male quello che ha liberato e fatto circolare il virus, ma dovremmo trovare una parola adatta per definire questa prova generale, che sembra non finire, di repressione delle aspettative in cambio della sopravvivenza, della libertà di decidere di sé in cambio della “salute”, secondo criteri intesi a imporre una autorità morale abilitata a decidere che cosa è il meglio per noi, alcuni di serie A protetti dentro le mura di casa, altrui di serie B incaricati di garantirci i beni e i servizi elementari, come esige lo stesso sistema che vuol farci pagare i danni che ha prodotto, secondo la regola aurea che socializza le perdite e privatizza i profitti.

Forse è ormai troppo tardi per conservarci il diritto di resistere all’ingiusto e di disobbedire all’illegittimo, la malattia ci ha contagiati molto prima del virus.

 

 

 


Lavoro. Gli assassini dei diritti

lav 2Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi succede di ripetermi, ma ho un’attenuante: troppe cose si ripresentano, spesso in forma peggiorativa. Come, ad esempio, la riduzione a flebile commemorazione e a celebrazione retorica di eventi, lotte e conquiste che avrebbero potuto renderci più liberi e migliori.

In questi giorni si ricorda che lo Statuto dei Lavoratori ( Legge 20 maggio 1970, intitolata ‘‘norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”) compie 50 anni e infatti puntualmente è arrivata puntuale la liturgia istituzionale. Così sembra paradossale che i giornali del 22 maggio 1970 titolassero: “La Costituzione entra in fabbrica”,  in un tempo, il nostro,  nel quale pare che la Carta sia uscita dai luoghi di lavoro, dalle case, dagli uffici, dalle piazze e dalle strade, se diritti che parevano meritati, acquisiti e inalienabili ci sono stati sottratti sostituiti da  elargizioni arbitrarie, mance discrezionali, riconoscimento limitato di prerogative e inclinazioni, il cui libero esercizio  è circoscritto a chi se le può permettere.

Ancora più paradossale è ricordare i perché dell’astensione del Pci, riassunti nelle dichiarazioni dei suoi rappresentanti alla Camera: “Ci siamo astenuti per sottolineare le serie lacune della legge e l’impegno a urgenti iniziative che rispecchino la realtà della fabbrica ….il testo definitivo contiene carenze gravi e lascia ancora molte armi, sullo stesso piano giuridico, al padronato”, come l’esclusione dalle garanzie previste dalla legge nei confronti dei lavoratori delle aziende fino a 15 dipendenti e la mancanza di norme contro i licenziamenti collettivi di rappresaglia, se pensiamo al ruolo giocato dal partito che negli anni a venire ne avrebbe dovuto perpetuare la vocazione e rispettare il mandato di rappresentanza e salvaguardia dei bisogni e delle rivendicazioni degli sfruttati.

Quel partito cioè che nelle sue ultime configurazioni, di nome e di fatto,  rivendica di incarnare il  “riformismo” e che ha  incrementato, appoggiando perfino le misure berlusconiane e grazie alla rimessa in uso, perverso, della cinghia di trasmissione con il sindacato, la frammentazione della classe lavoratrice, con una molteplicità di contratti di lavoro anomali. L’intento dichiarato e la strategia, riuscita, era pagare meno e isolare gli “occupati” e i sottooccupati ma a norma di legge, a cominciare dal decreto Tremonti, in linea con il Protocollo  del 23 luglio 1993, col quale le parti sociali e il governo concordavano  un  quadro di principi e di regole per rendere coerenti i processi contrattuali   con le politiche economiche e dei redditi in modo da il conflitto e allinearsi al Trattato di Maastricht.  E poi a seguire, sotto tutti gli esecutivi di Berlusconi, Prodi, D’Alema, Berlusconi, Amato, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte, il pacchetto Treu, il decreto legislativo n. 368/2001, la legge Biagi, il collegato lavoro, e poi la legge Fornero, il Jobs Act, fino al decreto Dignità.

Adesso per una di quelle strane fatalità che ci consegna la storia, questo anniversario cade proprio quando la quarantena porta alla luce drammaticamente la struttura di classe della nostra società, dopo che  per anni hanno cercato di persuaderci che per molti motivi le differenze di ceto fossero superate, o diventate indefinibili e impercettibili per via del passaggio da una economia produttiva a quella “finanziaria”, certo, ma anche in virtù delle formidabili mutazioni che aveva prodotto il Progresso, grazie a quelle conquiste della scienza, si, proprio quella che dichiara impotenza e manifesta tracotante improvvisazione davanti a una prevedibile epidemia, e della tecnologia, si, proprio quella che doveva  risparmiarci dalla fatica manuale, donandoci quella condizione di onnipotenza virtuale, dal lavoro seduti sulla poltrona di casa a far cadere una bomba spingendo un bottone,  e in due mesi ha mostrato i limiti della sua inadeguatezza.

Tutto questo non è certo accaduto ora e per caso. Quello che è stato definito un cigno nero, per sottolinearne la imprevedibilità e rarità, mentre era nell’ordine “naturale” e tante volte ne era stato profetizzato il verificarsi, ha la qualità di una rivelazione che stupisce solo quelli che non volevano vedere. Sono quelli che rimuovono la triste epifania che ha reso ancora più profondo il solco che divide chi appartiene, forse temporaneamente o occasionalmente, a ceti che finora hanno conservato qualche bene, qualche privilegio, qualche rendita o qualche opportunità, qualche sicurezza e garanzia, qualche livello “superiore” di istruzione che attribuisce a chi lo possiede una malintesa supremazia morale, e gli altri,  che hanno già perso o stanno perdendo tutto.

Già i primi dati –  a metà aprile l’Inps denunciava  che la crisi sanitaria sta pesando maggiormente su precari, giovani e part time e che a essere colpiti sono i lavori “anomali”, le occupazioni saltuarie, quelle economie sommerse delle startup farlocche, dei B&B, dei franchising dei gelatai e pizzaioli –  dimostrano gli effetti di trent’anni di “flessibilità”, mobilità e  della cancellazione  di quelle tutele viste come impedimento per la competitività.

A una generazione di lavoratori  senza diritti, quando ormai ha preso piede la narrazione epica, resta solo da contribuire alla ricostruzione del dopoguerra, nella trincea dei cantieri riaperti per le grandi opere e le infrastrutture, che se non si devono tirar su i palazzi bombardati la macchina di pace della corruzione e del malaffare del cemento è pronta a rimettersi in moto. Oppure si apre per loro l’opportunità di tornare ai solchi bagnati di servo sudor come piace agli editorialisti che da anni denunciano l’indolenza dei ragazzi (salvo la loro prole), la leva degli scansafatiche colpevoli a un tempo di non essere abbastanza competenti, malgrado la Buona Scuola e le Università degradate a fucine per disoccupati specializzati grazie a un succedersi di riforme “progressiste”, e di avere troppe pretese, come se fosse una indebita pretesa non prestarsi per una paga da fame in pieno regime di “caporalato”. E infatti ci hanno pensato subito Bonaccini, che voleva mettere ai lavori forzati i percettori di reddito di cittadinanza, la Bellanova in veste di neo-lachrimosa, seguiti dai vertici di Confagricoltura che reclamano il ritorno beato ai vaucher, per usufruire dei servizi a poco prezzo di vari “ soggetti che possono lavorare con prestazione occasionale: pensionati, studenti nei periodi di vacanza, persone disoccupate che siano iscritte nelle liste di disoccupazione del centro per l’impiego, percettori di prestazioni integrative del reddito ovvero cassaintegrati, ecc”. In attesa dei quali è stata adottata una “sanatoria” rivolta ad un pubblico ristrettissimo di migranti a cui è scaduto il permesso di soggiorno e che potranno richiederne uno nuovo a patto che il vecchio sia scaduto entro il 31 ottobre 2019, quelli in sostanza già “regolari” ma soggetti a un rinnovarsi di ricatti e intimidazioni.

Così si ripropone con forza la questione salariale, esaltata dall’attuale contingenza che condanna a una sempre maggiore vulnerabilità sempre più soggetti, individui, famiglie di qualsiasi genere, età, etnia, in un paese dove si guadagna meno di 30 anni fa, a parità di occupazione, professione, livello di istruzione e gerarchico. E quando la minaccia di una invasione di immigrati che rubano il posto rivela la sua natura di grande distrazione di massa, perché le aperture a questo bacino di forza lavoro prevedono di esercitare la pressione intimidatoria per costringere tutti a un abbassamento delle remunerazioni, come a recedere da richieste e rivendicazioni, tutti parimenti ridotti a stranieri in patria, Terzo Mondo fuori e dentro i confini.

Come andrà per il lavoro nel Dopo Covid19, si è capito da subito, quando nella conferenza stampa dell’11 marzo Conte, interpretando le preoccupazioni di Confindustria ammette che in Italia si puù chiudere tutto, università scuole, parrucchiere, osterie, hotel, musei, ma non le fabbriche, pena l’estromissione dal mercato globale.  E quando dal giorno dopo si indicono scioperi e fermate in tutta Italia, nelle aziende dove si doveva arrivare pigiati nei mezzi di trasporto diradati e lavorare senza le mascherine salvifiche – soprattutto per la Pivetti, senza dispositivi sanitari, senza distanziamento, senza disinfezione, scatta immediata la reazione contro gli irresponsabili, la censura, il silenzio sulle loro proteste, l’anatema contro chi osserva che anche prima le condizioni sui posti di lavoro erano indegne dei più elementari criteri di profilassi e di sicurezza come dimostrano i dati sulle morti bianche, ma che il Covid19 ben lungi da imporre l’adozione di criteri e requisiti più stringenti aveva sortito solo l’effetto di limitare gli interventi unicamente all’emergenza e in forma “temporanea” e volontaria.

E poi si stupiscono se di fronte a queste disumane e feroci disuguaglianze l’unica autorità che sanno esprimere le élite e le leadership è la paura,  se l’unico modo mediante il quale la classe dominante rende naturale la sua egemonia è l’imposizione di un ordine economico e morale consiste nel reprimere autodeterminazione, nell’isolare gente che ha identità e interessi comuni perché non sappiano più riconoscersi e lottare insieme.

Pare non avesse ragione Gramsci a dire che il vecchio è morto e il nuovo non può nascere, se a perdere la vita e prematuramente sono gli anziani poveri, così come a perdere forza e visioni del futuro sono vecchie conquiste soffocate da un “nuovo” senza domani, senza lavoro, senza popolo.

 


Patrizi e plebei

pat2 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma mica credevate davvero di conquistarvi meriti presso la casta sacerdotale dello sviluppo, presso i profeti della competizione globale, mandando i vostri figli, con grandi sacrifici, alla Luiss, alla Bocconi, pagando  a caro prezzo quei disonesti parcheggi  sotto forma di master in prestigiose strutture formative gestite da acchiappacitrulli e propedeutici a brillanti carriere nella City?

Ma davvero  credevate che così sarebbe stata assicurata loro la scalata sociale e per voi il riscatto, grazie all’automatica affiliazione in quelle cerchie del privilegio, in quei delfinari dove l’inclusione invece è proibita a chi non vanta appartenenze dinastiche o di censo, proprio come lo è nel vostro ceto per il terzo mondo esterno che si affaccia da noi.

Ma davvero vi credevate che fossimo dentro a un film di Frank Capra, dove la virtù, l’onestà, l’onore vengono premiate, dove Mr Smith  va a Washington, diventa senatore come un qualsiasi  5stelle ma restando integro, innocente, specchiato riesce a far valere i suoi lodevoli propositi, o che i  format Publitalia o Leopolda garantissero che studi, curriculum, che potessero avere lo stesso peso e la stessa influenza delle raccomandazioni  ai tempi di Andreotti. Perché se che è vero che  continuano a declinarsi a vari livelli gerarchici in tutte le geografie del clientelismo e del familismo, ma  è altrettanto verificato che non possono competere con le impari opportunità  elargite a chi nasce da sacri lombi, da casati illustri con azionariati incorporati.

Dopo la irresistibile e irriducibile ascesa del cavaliere, dopo le scalate dei due matteo e di qualche altro esemplare in corso,  di archetipi di homo novus  se ne affacciano pochi,  perché certi cursus honorum richiedono investimenti, protezioni, appartenenze speciali e non bastano più i codici genetici dell’arrivismo,  della spregiudicatezza, che costituiscono la dotazione iniziale dei social climber.

E ormai non si vedono più in giro e sui rotocalchi per famiglie le favole edificanti di Cenerentola che sposa il principe, di Pretty Woman che sposa Gordon Gekko, di un personal trainer, o un attore o un giornalista (professione che ha perso smalto) come in Vacanze Romane, che innamora l’ereditiera o la futura regina: le interazioni di ceto sono evaporate nella polarizzazione tra una minoranza che ha e che accumula e depreda per avere sempre di più, combinandosi con altri che perseguono gli stessi obiettivi, e una larghissima e variegata molteplicità sociale con una classe che un tempo coincideva con l’alta, media e piccola borghesia, ormai impoverite, quelle che impropriamente viene indicata come “signorile”  contando sul mantenimento di margini ampi di sopravvivenza,  e i sommersi.

Tra queste  declinazioni pare non ci sia più scambio, interconnessione e reciprocità, grazie anche all’ideologia del politicamente corretto che congela queste gerarchie e differenze, le normalizza, nel timore che diano luogo all’unico conflitto che spaventa, quello appunto di classe.

Infatti è da un bel po’ che gli investimenti sulle generazioni a venire, pur guardati con generosa benevolenza, soprattutto se indirizzati verso università, scuole private, formazione a pagamento persuasive della bellezza del volontariato e della gratuita prestazione d’opera a scopo pedagogico, sono annoverati tra i consumi dissipati di un popolo che vuole troppo, che ha fatto il passo più lungo della gamba, ben oltre i propri meriti. Sono questi gli effetti distorti del mito della meritocrazia, che ha saputo convertire perfino la parola uguaglianza in una bestemmia o in un tabù e che ha convinto milioni di lavoratori dipendenti che   fosse doveroso rinunciare a rivendicare diritti e salari, esigibili e erogabili solo in presenza di risultati produttivi.

E figuriamoci cosa succederà da ieri in poi, quando il lento e cauto riavvio del paese dirige milioni di persone versa una accelerazione traumatica dell’impoverimento,  secondo i dati del Def, che parlano di  un incremento del debito a fronte della contrazione dei consumi, una flessione degli investimenti, un peggioramento del tasso di disoccupazione, una caduta dei redditi da lavoro, un crollo del monte ore lavorate.

Se avete pensato come Renzi che la Buona Scuola, la privatizzazione soprattutto morale dell’università grazie ai ministri che si sono susseguiti, in testa quelli dell’area riformista, fossero il prezzo da pagare per mettere i vostri figli in condizione di rispondere alle sfide del mercato globale, di conquistarsi un posto  in prima fila nel grande teatro dello sviluppo e di un lavoro libero dalla fatica grazie all’automazione, all’informatica, se eravate convinti che il progresso fosse una divinità da adorare perché alla faccia cattiva delle disuguaglianze, del colonialismo, dell’oppressione opponeva quella buona delle conquiste scientifiche, della lotta alle malattie, dell’alfabetizzazione, dell’onnipotenza virtuale, temo che stiate per avere un gran brutto risveglio.

E basta pensare non solo alla guerra persa contro il cambiamento climatico, l’inquinamento, le patologie che ne derivano, alla correità nella demolizione della ricerca e dei sistemi presidiati alla cura, all’assistenza alla salvaguardia della salute, ma alla fine del lavoro inteso come valori di emancipazione, conquiste, quelle sì meritate con la lotta, diritti, ormai cancellati come optional cui è doveroso rinunciare in condizioni di “necessità”

Basta pensare  a quali sono e saranno le occupazioni per i vostri figli, se non si piegano all’appello della ministra ex bracciante e del presidente di regione che chiamano a raccolta, obbligatoriamente, quelli che indegnamente percepiscono redditi di cittadinanza e sussidi, perché restituiscano il maltolto, o quelli che dovrebbero gettare alle ortiche da raccogliere per il risotto e la frittata, anni di studio, curriculum e referenze, per tornare ai campi, in quelle funzioni fino a ieri sottratte occupate abusivamente dagli immigrati, ma con emolumenti inferiori perfino ai loro, come è imperativo nell’attuale stato di emergenza.

Governo e Confindustria le hanno individuate e designate con l’aggettivo “essenziali”: pony, facchini, magazzinieri, operai metalmeccanici e nel settore della fabbricazione di strumenti bellici, cassiere, commessi, camionisti, autisti di bus, guidatori di metro e treni con i quali portare in fabbrica, al supermercato, al call center, in uffici con orari flessibili altri inservienti, donne delle pulizie, postini, netturbini.

Perché contrariamente a ogni ipotesi dell’immaginario pandemico, nulla lascia prevedere  che vengono un futuro richieste figure professionali oggi esaltate, virologi, epidemiologi, specialisti pneumologi, cardiologi, perché la sanità già malata andrà verso l’agonia per i costi dell’emergenza, per risarcire scelte sbagliate del passato e del momento, e pure per non scalzare la casta sacerdotale che inebriata dal primato assegnatole non mollerà le poltrone accademiche e televisive.

Invece potete star tranquilli, manovali, operai sulle impalcature, subacquei addetti all’eterna manutenzione della potente opera ingegneristica veneziana occupata dalla cozze e dalla ruggine, talpe dell’alta velocità, quelli sì sono richiesti per mansioni servili e a termine nella lotteria delle grandi opere mai sospese per coronavirus, sempre attive e instancabili come la speculazione, lo sfruttamento, la corruzione che movimentano un una eterna ammuina.


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