Annunci

Archivi categoria: Berlusconi

Patacche da Oscar

2 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Viene proprio da dire “povero diavolo”, se viene chiamato in causa da certe mezze tacche di lestofanti. In questo caso a nominare il suo nome invano non è Faust e manco Lucifero,  ma l’ex norcino reale, Oscar Farinetti, quello di Eataly, di Fico, del Pisello su cui non siamo aggiornati,  che ride delle accuse di essersi “venduto l’anima” al demonio di Atlanta.

Aver ceduto il marchio Lorisia alla multinazionale”,  secondo  il profeta del km.0, del Made in Italy fatto circolare in tutto il mondo con tanto di accompagnamento delle guglie del Duomo benedette da storici del Rinascimento un tanto al chilo come il Lardo di Colonnata, i pistacchi di Bronte e i fagioli di Lamon (località che da sputi nel mondo grazie al suo carisma si sono espanse sulla mappa e producono tonnellate di merci pregiate prossime patrimoni Unesco ), quello che si è meritato in regime di esclusiva il flop della greppia Expo, ecco secondo lui costituisce   “un ottimo segnale per il Paese”. “Con i soldi incassati potrò aprire altri sei negozi negli Usa”, dice, e aggiunge: “nel’68 anche io ero contro l’imperialismo delle multinazionali. Ma da allora queste realtà sono cambiate e migliorate”, dicendosi sicuro che Coca-Cola abbia comprato il marchio Lurisia per farlo “crescere in tutto il mondo”.

E si dice certo che anche lo storico partner, Slow Food, presto concorderà con lui che  “è molto più efficace nel lungo termine dialogare anche con le grandi aziende internazionali, convincendole ad accettare i nostri valori e le nostre regole”. Ne siamo convinti anche no: quell’alleanza pare proprio inossidabile infatti avendo  garantito una copertura ideale e morale alle sue operazioni, come Coop ha assicurato la sua esperienza in appoggio alla distribuzione degli stessi prodotti che si trovano nei suoi scaffali, ma a prezzo maggiorato per via della narrazione che aveva trovato un aedo autorevole nell’ex presidente del Consiglio e un caminetto davanti al quale tramandarla nella Leopolda.

Sono loro infatti con varie modalità i “soci” sostenitori e investitori del figlio del fondatore di Unieuro (da lì nasce la sua fortuna) che lo accompagnano nella sua “lucida follia che è alla base delle grandi rivoluzioni” – la parole sono appunto di Petrini.

Verrebbe subito da denunciarli per abuso di “diavolo”, di “anima” e, peggio, di “rivoluzione” data a una serie di patacche benedette anche a livello istituzionale, oltre che da quelli che perfino io  mi sento di chiamare radical chic, creativi con casa ai Navigli, televisivi approdati a Testaccio e Pigneto, elzeviristi e columnist che frequentano i suoi spacci acchiappacitrulli in cerca di spunti per il brunch domenicale con altri fotografi modaioli, comparse di Endemol e così via, quelli che non vogliono arrendersi a essere la nuova classe disagiato o degli sfigati, direbbe il Cavaliere, ancora gabbati abilmente e che  continuano a farsi rifilare le stesse leccornie dell’uomo Conad purché costino di più come lo spumone, a differenza dei ruspanti bolognesi che da subito non si sono fatti incantare dal suo villaggio del gusto, il Fico, indicato su tutte le strade che portano a Bologna come a Roma San Pietro, ma tetramente deserto, come merita di esserlo una cittadina del Far West di cartone a Cinecittà, una volta finite le riprese e scappate via le comparse di pastorelle, caciottari, cioccolatai.

E’ che lui quando gli tocca vendersi i gioielli di famiglia, proprio come al nostro ceto governativo,  (pare che Fico, già ceduta ai delfini in vista dei nuovi orizzonti visionari del patron, abbia suscitato un certo interesse di magnati alimentari cinesi), fa buon viso a cattiva sorte, finge che sia necessario a sanare le falle della cattiva gestione, anche se il gruppo ha concluso il 2018 in perdita con 17 milioni di rosso. Ciononostante (a detta di MilanoFinanza) pare che il mondo della finanza gli riservi un trattamento privilegiato con la concessione di  ulteriori crediti per 21,65 milioni, che farebbero salire l’indebitamento verso le banche a 96,3 milioni.

Se a voi non erogano nemmeno un prestito per cambiare la Punto non dovete stupirvi: l’impero di Farinetti altro non è che l’allegoria neoliberista, il monumento edibile del totalitarismo economico e finanziario, quello che non subisce le condanne dell’Europarlamento, che incarna come un incubo i peggiori vizi del turbocapitalismo, avidità, dissipazione di risorse, espropriazione di territori, gestione privatistica di centri cittadini, sfruttamento dei lavoratori precari. E aggiungiamoci anche l’ideologia farlocca che ispira la sua predicazione che fa il paio con i miti berlusconiani, le visioni di Briatore, il “fare” leopoldino, i “giacimenti” del petrolio culturale del tenutario di B&B  Franceschini, insomma quella paccottiglia taroccata che viene smerciata con tanto di slogan che dovremmo tutti ricordare prima del voto: il nostro Sud dovrebbe diventare come Sharm el Sheik, la Sicilia potrebbe essere il nostro polo del Golf mondiale, le multinazionali garantiscono la continuità produttiva dei nostri territori, i nostri musei devono fare cassa come gli Starbucks, e anche Stil novo. La rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter, dal titolo di un immortale testo sempre del Grande Protettore del re delle salsicce.

Di solito quando cade un regime, perfino un “regimetto”,  passa qualche ragionevole tempo, sempre troppo breve, prima che i suoi nani e le sue ballerine tornino in auge, le sue attricette trovino un impresario per ridarsi al varietà, i suoi tirapiedi diventino ministri, i suoi pizzicagnoli riforniscano le cucine dei palazzi. Se non è così è un gran brutto segno.

 

Annunci

Cattivi soggetti

maschere Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche giorno fa all’età di 87 anni si è spento serenamente in California dove aveva trovato riparo insieme alla moglie l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Mazzacurati.

Grazie alla buona abitudine secondo la quale i morti diventano tutti “il povero…”, pure il povero Benito appeso a testa in giù e il povero Adolf costretto a un dignitoso suicidio, anche la figura del manager che aveva definitivamente convertito un mostro giuridico che riassumeva in sé tutte le funzioni, controllato e controllore, scavatore e riempitore, inquinatore e bonificatore, in un polipo che aveva allungato i tentacoli sull’intero sistema politico, istituzionale e sociale della città, anche il povero Mazzacurati grazie ai generosi uffici della stampa locale è stato trasformato in un longanime e munificente visionario, talmente  posseduto dalla radiosa immagine della grande opera ingegneristica che stava allestendo da convincersi che ogni mezzo fosse buono e doveroso per portarla a termine (obiettivo che a essere ottimisti sarà portato a compimento, forse, nel 2023?).

Il ruolo di agiografo dell’utopista delle dighe mobili che aveva aperto le tasche di molti al fiume di denaro sporco e a fortune cresciute sul fango è stato attribuito dal Gazzettino alla segretaria di Mazzacurati andata in pensione previdentemente qualche mese prima che divampasse lo scandalo e che tratteggia a tinte pastellate il ritratto dell’Ingegnere come di una vittima, sfruttata e messa al bando in funzione di capro espiatorio da chi si era approfittato di lui, uomo profondamente religioso, padre di famiglia integerrimo che aveva capito, cito, “ che se voleva realizzare il Mose e lasciare il suo nome scolpito nella storia non c’era altro modo che pagare. Lo faceva a malincuore…. ma lo faceva”.

C’è poco da aggiungere alla letteratura sulla figura idealtipica della segretaria fedele custode di segreti ingombranti, gelosa detentrice delle chiavi per aprire cuore e per assicurare protezione a postulanti pronti a blandire e appagare le voglio del suo capo in cambio di scorciatoie e favori, pronta a coprire marachelle, vizietti e tradimenti, stereotipo esemplare che potrebbe confermare il ruolo gregario imposto per destino biologico o in via patriarcale alle donne, seppure in forma meno efficace del comportamento di qualche ministra.

E ci sarebbe poco da aggiungere anche alla doviziosa narrativa sui grandi corrotti e corruttori che popolano l’autobiografia nazionale, con un particolare in più, perché a fare di Venezia la città esemplare della svolta mafiosa del malaffare più ancora di Roma, è la natura dell’istituto giuridico che ha fatto da ombrello legale alla circolazione di mazzette, atti criminosi, controllori infedeli. Quel Consorzio che ha dato l’imprinting a un modello di  corruzione a norma di legge e al tempo stesso di corruzione della legge  in regime di monopolio esclusivo, incaricato, al fine di ottenere una celere realizzazione degli interventi in laguna, di procedere all’esecuzione del Mose attraverso l’istituto della “concessione”. Una scelta a suo tempo condannata dalla Corte dei Conti, che una pletora di soggetti a vario titolo “interessati” (varrebbe la pena di sfogliare l’album di famiglia di allora, tra Nicolazzi, De Michelis, Craxi, Bernini, Zanda, poi Lunardi, Matteoli  e tanti, tanti altri) aggira grazie ad un altro “istituto” di vecchio conio e di grande efficacia, quello dell’emergenza. Per salvare l’augusta città in pericolo era necessario, anzi obbligatorio, cancellare regole, ricorrere a strumenti straordinari ed eccezionali, accentrare poteri di controllo, veto e firma nelle mani di pochi dotati di autorità incontrastata.

Sappiamo che il successo, che verrà in seguito replicato, di quel format  consiste oltre che nell’alleanza tra imprese spregiudicate che si avvicendano nella cordata come ruotano sulle loro poltrone e attraverso le porte die tribunali i loro dirigenti talvolta in odor di mafia, amministratori locali e nazionali, enti di sorveglianza e controllo, autorità “tecniche e scientifiche”, anche nell’accordo bipartisan tra gli attori politici come ebbe a raccontare agli inquirenti uno dei protagonisti, Baita: fin dagli anni ’90 non so muoveva foglia che non vedesse la concordia tra i partiti di governo e pure dell’opposizione di allora, incarnata dagli interessi delle cooperative, e poi lo stesso Mazzacurati che, si direbbe a Roma dovevi torturarlo per farlo star zitto, e che nel corso delle fasi processuali chiamò in causa i suoi più stretti collaboratori, proseguendo poi con numerosi imprenditori, politici locali e nazionali, esponenti delle forze dell’ordine, funzionari e dirigenti di vertice di enti pubblici.

Quale sia poi il prodotto della radiose visione dell’Ingegnere di quell’opera che tutto il mondo doveva invidiarci si sa: una realizzazione obsoleta prima di essere finita se mai lo sarà,  indebiti risparmi su appalti opachi al ribasso, attrezzature di cattiva qualità, palesatesi sotto forma di cerniere corrose, detriti accumulati, cedimenti del fondale, paratoie che si abbassano e non si rialzano, per un intervento che è costato quasi 6 miliardi, il 40 % in più di quello che poteva esserne l’ammontare senza ruberie, fatture false, tangenti e soprattutto sprechi, come ha ammesso uno dei Commissari Straordinari che stanno trascinando questo monumento di archeologia industriale per non arrendersi al destino segnato di morte e rovina, che comunque ormai costerebbe meno della prosecuzione e gestione.

E’ che ancora e malgrado tutto ci sono ancora interessi vivi e vegeti, gli stessi che si annidano in tutte le grandi opere in corso o minacciate con buona pace dei ferventi manifestanti del Friday for Future: Tav, Aeroporto di Firenze, stadi, infrastrutture olimpiche, grattacieli che superano la Madonnina nella capitale morale del consumo di suolo e altri che superano il Campanile di San Marco a ridosso di Venezia.

Alla loro ombra continuano a prosperare a 27 anni da Mani Pulite le stesse tipologie di imprenditori, manager, amministratori, qualcuna aggiornata, altre rimaste immutate grazie a frettoloso e compiacenti operazioni estetiche. Quelli che in Francia dove ce ne sono stati anche all’Eliseo, chiamano douteux personnage, qualcosa come i nostri cattivi soggetti, senza scrupoli, disincantati, dinamici, spregiudicati, che però esercitano una fascinazione anche nei virtuosi che pensano così di mettere alla prova la loro incorruttibilità senza sapere di venirne invece contagiati almeno “culturalmente”.

Perché così si spiega l’ascesa dei nostri tanti cattivi soggetti, incontrastati e perfino rimpianti quando cadono in disgrazia, che somministrano anche in prossimità di tribunali superiori e dopo aver attraversato quelli terreni le loro lezioni immorali e le loro ricette a base di arrivismo, sfruttamento, speculazioni, corruzione, ricatto e comprensive di appetiti da priapisti bavosi, borbotti piduisti e avvertimenti trasversali a vecchi alleati portati ina auge e irriconoscenti, delfini smemorati e aspiranti imitatori che sia pur giovani vogliono già essere cariatidi immortali.


La banalità del maluccio

166336_xxfnqvwbjaoka6sin1k5bvlpo Anna Lombroso per il Simplicissimus

È risaputo che il successo di un quotidiano fondato nel 1976  e che ha rappresentato un novità nel repertorio della stampa italiana, a cominciare dal formato che ne rendeva agevole la lettura, anche col vento sotto l’ombrellone dell’Ultima Spiaggia, consisteva nell’affrontare temi alti e complessi in modo leggero e i temi frivoli con pensosa e sussiegosa profondità. E nell’ospitare pareri diversi, spesso contraddittori, e ricostruzioni contrastanti,  in modo da accontentare una platea più attenta alle opinioni che ai fatti e persuaderla così di appartenere a un club esclusivo, a un cenacolo ristretto e selettivo di “pensanti” infastiditi dall’ascesa di ambiziosi impazienti, di rentier arroganti, di parvenu arrivisti, estranei alla cerchia chiusa e eletta cui si voleva essere annessi, quella radical chic definizione che allora contava già 6 anni ma che purtroppo è ancora in voga, sotto forma di accusa o rivendicazione.

Inutile dire che il giornale, come tutti, ha perso smalto, ma resta in vigore come costume diffuso almeno uno di quei due caratteri che ha convertito in qualità l’incoerenza fino al tradimento di promesse e mandato, facendo della contraddizione una virtù  a conferma di vivacità di pensiero, capacità di adeguarsi ai tempi e dinamismo, che dà nuovo sapore alla massima secondo la quale solo gli imbecilli non cambiano mai parere. Soprattutto quando certi equilibrismi entrano a far parte della cassetta degli attrezzi  del politico costretto suo malgrado a convertirsi alla realpolitik e a piegarsi alle dure leggi della prassi.

Oddio, anche la leggerezza sembra essere nello spirito del tempo. Peccato che pesi come un macigno, per l’abuso che ne viene fatto sicché ogni riso diventa sghignazzo, ghigno, ogni birignao di signore bene diventa provocazione in favore di empi interventi, ogni criticata melensaggine del bon ton di Jader Jacobelli diventa urlaccio di Sgarbi: capre, capre! e ogni tentativo di riservatezza diventa criticabile manifestazione di ipocrisia e distanza dal popolo che si dice esiga la sfacciata ostensione dei menù del giorno, della esposizione dell’ecografia, mentre cala un sobrio e pudico silenzio sui redditi che permettono sorprendentemente acquisti immobiliari sfarzosi e nuove abitudini sibaritiche.

È la leggerezza che deriva dalla superficialità, quella di chi può permettersi di frequentare la vita da turista, per rendita o affiliazione o dinastia, altra cifra un tempo condannata e che oggi è invece interpretata come una gradita particolarità che distingue dai parrucconi che ostacolano la libera iniziativa e il decisionismo, come ad esempio i famigerati sovrintendenti e gli ancor più deprecabili costituzionalisti, o dai troppi laureati che fanno sfoggio di sapienza per mortificare chi ha fatto la scuola della strada – o dell’avanspettacolo – come sui profili di Facebook o da ieri all’Unesco, ma anche da chi ha un vero talento se non addirittura una vocazione che lo rende inviso a nuovi miti e prodigi, Allevi contro Glenn Gould,  Buttiglione contro  Abbagnano, Serra contro Cioran, Fusaro contro Gramsci, noto solo per la sua avversione  agli indifferenti grazie a Wikiquote.

Si, superficiali, spigliati, disinvolti, moderni insomma, purché su di loro non si faccia dello spirito, che altrimenti si adombrano.  Alzano il sopracciglio come Elisabetta davanti agli hooligans del Chelsea, gli si gonfia la vena del collo, minacciano rappresaglia via tribunali e polizia postale, raccomandano censura per limitare l’uso della violenza che deve restare a loro in regime di esclusiva – oggi buffoni e giullari sarebbero già oggetto di Daspo. Mentre si sentono autorizzati  alle battutacce sconce, quelle alla Berlusconi, scollacciate, da saletta del casino col numero di tacche segnate sul muro, quelle alla Calenda, impudenti, da coffee break del master alla Bocconi: nessuna buona azione deve restare impunita, quelle sempre in voga sui difetti fisici, statura, riporto, tacchetti incalzate da quelle sulla consecutio tradita, slealtà più disapprovata di quelle alle promesse elettorali, soprattutto da alunni scarsi, il cui diploma italiano o albanese, puzza di trastola lontano un miglio.

D’altra parte è finita la satira precipitata nelle mani di ex incendiari che indirizzano i loro idranti micidiali contro chiunque osi criticare la loro cricca e il loro salottificio, proprio come l’invettiva di quelli di “né con lo Stato né con le Br” che  dalle poltroncine girevoli di direttore hanno aggiunto un bel no deciso al molesto popolo ingrato, cui sarebbe necessario levare il pericoloso suffragio universale. Così ormai l’umorismo surreale è affidato alle colonne della prima del Corriere dalle quali il senatore Monti  rimpiange che i governi del passato non abbiano concluso  un trattato di Acquisgrana co ‘a pummarola ncoppa coi due acclarati statisti: Macron e Gentiloni, e lui novello Carlo Magno sortito dal sarcofago.

Si, ormai siamo alla comicità involontaria di Libero che denuncia che calano Pil e fatturato ma aumentano i gay, come d’altra parte insinua il Moccia della filosofia che teme che la concessione di diritti civili possa insidiare quelli primari e sociali, ambedue preoccupati che possiamo svegliarci e aspirare a riconquistarli tutti nessuno escluso.

O quella che ha portato a  pensare come baluardo in difesa della libertà di stampa e del diritto all’informazione oltraggiati dalla rimozione dell’augusto tappetino di Chetempochefa, a una bella striscia dopo il Tg affidata a Maria Giovanna Maglie, interprete talmente strenua dell’indipendenza del giornalista dai poteri da aver avocato a sé anche la gestione amministrativa del suo incarico, quella sì davvero allegra proprio come piace appunto al nostro rappresentante all’Unesco, dove dopo tanta bulimia di “culturame” intende portare il sorriso, anzi, il riso a pensare a quello che susciterà una nomina così estrosa da parte del Paese  che possedendo più “petrolio” artistico e paesaggistico lo lascia bruciare per avidità o trascuratezza o tutte e due.  O quella, demenziale, che suscitano i bestiali lottatori del Catch della politica, il bisonte all’Interno, l’avvoltoio in toga senatoria che mena colpi dal tour di conferenziere, il caimano ancora attivo nel serraglio, la jena allo sviluppo, tutti a sbuffare, digrignare i denti, mostrare poderosi muscoli verbali, tirare le orecchie all’avversario, assestare pugni e smatafloni, tutti virtuale però, perché quello che conta è lo spettacolo: stanno facendo scena, la loro è una indolore farsa a uso di un pubblico infantile che  finge di non sapere  che non si faranno mai davvero male, intenti allo stesso scopo, salvarsi lo sgabellino sul ring. O anche  quella, surreale, che ingenera in noi l’attivismo online di testimonial dell’umanità e della legalità appena scoperta e prima considerata un optional, che pagano in nero colf, dipendenti e press agent, di cantanti su palchi montati da cottimisti a alto rischio, di attori che hanno campato sulle lottizzazioni teatrali e televisive degli operatori culturali in forza all’arco parlamentare, di occhiuti smascheratori delle caste della speculazione con tanto di piscina e attico abusivo, di requisitori inflessibili sul blog e remissivi travet in redazione.

Ecco, anche chi pensa che la leggerezza sarebbe più adatta a questi tempi così poco eroici anche nel male, dominati da ombre di mezza tacca: bestialità, immoralità, cupidigia, arrivismo al posto della disumana efferatezza, dell’amoralità depravata, dell’avidità assatanata, dell’ambizione sfrenata, finisce per arrendersi alla pesantezza della banalità del maluccio.

 

 

 


Siamo brava gente, amiamo Berlusconi

Berlusconi_Salvini Anna Lombroso per il Simplicissimus

È ormai indubbio che siamo stati governati da eccellenti strateghi, capaci e sagaci: avevano un obiettivo, l’evaporazione di un ideale democratico, già ridimensionato a poliarchia, l’instaurazione di un regime autoritario e accentratore  in assenza però dello Stato e il consolidamento del primato del privato sull’interesse generale, il tutto col favore dell’apatia popolare.

E ci sono riusciti. Anzi a poco a poco quell’atarassia si è mutata in appoggio obbligato e nell’accettazione incondizionata di due capisaldi della loro ideologia. Il primo consiste nella persuasione che nel Bene esistono grandi differenza, ma nel Male siamo tutti uguali. E che quindi compito del bravo cittadino  è dare consenso al prodotto che viene pubblicizzato come il meno peggio, Berlusconi compreso. Tesi opinabile e largamente smentita dalla storia e anche dalla cronaca pensando al diverso trattamento riservato dalla giustizia al ladro di due mele o all’imprenditore o al manager risparmiato perfino dopo l’azione della livella che livella non è. O guardando alla deplorazione riservata al fascismo di facciata mentre il totalitarismo economico e finanziario viene trattato come un fenomeno incontrastabile con i suo contro e i suoi pro, che in fondo dà lavoro a tanta gente, né più né meno del Cavaliere che mantiene veline, giornalisti, scrittori, registi e anche parlamentari.

Il secondo e persuasivo fondamento cui piace credere è che gli italiani siano brava gente, che se adesso non nè possono più dell’invasione barbarica, è perché si sono superati i limiti, perché gli stranieri violentano, rubano, mangiano cibi puzzolenti, hanno usi e tradizioni incompatibili, ci scavalcano nelle graduatorie e si superano in miseria, conquistandosi benefici e prebende immeritate. Ad avvalorarlo sono soprattutto coloro che la supposta onda nera dilagante manco la sfiorano, ne conoscono perlopiù rappresentanti in grembiulino e crestina, in livrea o col cappelletto di carta del muratore, che semmai la pressione si vive in periferie remote dove in non abbastanza invisibili si contendono una sotto vita con altre vite nude.

Eh si, saremmo brava gente, ma non bisogna portarci all’esasperazione, come era successo a bottegai ariani, accademici insigni, avvocati, medici, giornalisti, tutti stufi della concorrenza degli ebrei, che anche loro resistevano all’integrazione e conservavano abitudini e tradizioni incompatibili salvo quando si pagavano le tasse, si andava in trincea.

E dire che quella non era un’invasione.  Nemmeno questa, peraltro, a leggere le statistiche cui si crede ad intermittenza come le lucette di Natale. Tanto per dire,  facciamo finta di credere che gli sbarchi sulle nostre coste continuino ad aumentare, e invece nel 2018 sono diminuiti dell’87,4% secondo i dati del ministero dell’interno, mentre a lievitare sono stati i morti nel Mediterraneo: 1.728, di cui 3 su 4 nella sola rotta tra Italia e Libia.  Un’ecatombe quotidiana che ha tra le sue cause l’accordo per il contrasto dell’immigrazione illegale, stretto tra Roma e Tripoli nel febbraio del 2017 e tradottosi in un massiccio piano di respingimenti verso la Libia grazie appunto ai patti stretti dall’ex ministro Minniti con la guardia costiera libica, con i gruppi militari attivi nelle zone interne, con governi di paesi di transito dei profughi.      E non dicano che la preoccupazione è giustificata dalla religione di appartenenza di chi riesce ad approdare qui: oltre il 50% degli immigrati è cristiano.  E, ancora, gli italiani pensano che gli immigrati nel nostro paese siano musulmani, e invece si tratta per la maggior parte (oltre il 50%) di cristiani. Il fatto è che siamo, secondo i sondaggi, il popolo con la percezione del fenomeno più distante dalla realtà dei numeri. Secondo l’Istituto Cattaneo non siamo né la nazione con il numero più alto di immigrati né quella che ospita più rifugiati e richiedenti asilo. Con circa 5 milioni di residenti stranieri, ci collochiamo dopo la Germania, che ne conta 9,2 milioni, e il Regno Unito, con 6,1 milioni, superiamo  di poco la Francia (4,6 milioni) e la Spagna (4,4 milioni).

Non ci rubano il lavoro: gli immigrati svolgono mansioni che non confliggono con le nostre richieste di occupazione,  che non vogliamo, ragionevolmente, né siamo costretti a svolgere in quanto precarie, pesanti, pericolose, soggette al lavoro nero o a pratiche di caporalato. E’ straniero il 71% dei collaboratori domestici e familiari (comparto che impiega il 43,2% delle lavoratrici straniere), quasi la metà dei venditori ambulanti, più di un terzo dei facchini, il 18,5% dei lavoratori negli alberghi e ristoranti (per lo più addetti alle pulizie e camerieri), un sesto dei manovali edili e degli agricoltori. Se e quando si permette loro di lavorare legalmente, i contributi che versano al fisco eccedono del 60% quanto spende lo Stato per loro in materia di edilizia convenzionata, sanità, pensione, istruzione.

È vero invece che i governi che si sono succeduti con la nostra complicità li hanno consegnati e li concedono come manovalanza del crimine, come schiave del sesso o schiavi dei campi, alle varie forme di caporalato, tutte peraltro criminali, ad Andria, a Rosarno, a Forcella, ma anche a Milano dove i clandestini cadono nelle mani dei clan delle costruzioni di notte in quelle degli affittacamere a ore, a Bologna dove vengono sepolto vive nelle fabbriche della moda.

E a Roma, dove un altro manager lungimirante che di nome fa Carminati, e il suo socio Buzzi avevano compreso che lo sfruttamento degli immigrati porta più profitti della droga (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/09/16/ite-mafia-est/ ). E dove a capitolo giudiziario rimosso dalle coscienze e comunque  contestato da quelli che rifiutano l’assimilazione di quel fenomeno malavitoso locale alla mafia, se sono in galera il Cecato,  Buzzi, lo Schiacciapollici, altri continuano nella loro consueta attività, se la famiglia di alcuni signori dell’assistenza domiciliari, passati alla cronaca per aver dato fuoco alla sede legale di una delle loro imprese umanitarie, in modo da sottrarre la documentazione al controllo degli inquirenti, prosegue nel gioco indisturbato di scatole cinesi e di trasformazione dinamica dello status giuridico da coop a associazione, da associazione ad onlus per essere sempre pronti a sfruttare gli stranieri ricattati che non possono difendersi, gli assistiti altrettanto intimoriti che scontano la pena di star male e essere nelle mani di grassatori.  E i cittadini tutti costretti alla partita di giro della cura, obbligati in mancanza di un sistema rispettoso dei bisogni e della dignità a finanziare privati attraverso canali e risorse pubbliche.

E non è un paradosso che gli impresari del risentimento e del sospetto, con una partita di giro anche quella, siano poi i manager dello sfruttamento dell’uomo nero, che fa paura e fa far soldi. Neri pure quelli.

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: