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Meloni, un premier per la guerra

Quello che davvero mi riesce incomprensibile è come gli italiani o almeno alcuni di essi possano pensare che il nuovo governo possa cambiare qualcosa rispetto all’Europa, alla guerra e alle varie servitù italiane: non è solo che mano mano la Meloni si è rimangiata tutte le piccole e sghembe dichiarazioni di indipendenza fatte nel corso della sua ascesa politica, ma che è strutturalmente legata alla visione unipolarista americana del mondo.  Non è certo stato un caso se Berlusconi abbia fatto la sua esternazione a favore della Russia e di Putin poco poco prima della formazione del governo peraltro costruito con vecchi pezzi di un Lego con il quale non si va nessuna parte: il vecchio cavaliere sa che da adesso in poi deve tacere perché la Meloni sarà la più fervente sostenitrice della Nato, della guerra e delle sanzioni anche a costo della rovina del Paese. Se c’è infatti un elemento fermo in Fratelli d’Italia, come prima in Alleanza Nazionale e ancora più lontano nel ‘Movimento sociale italiano è l’atlantismo e la fedeltà agli Usa. Anche se paradossalmente si tende a pensare il contrario.

Negli anni della guerra fredda questo atteggiamento di simpatia verso una potenza che occupava militarmente l’Italia e che almeno in via ufficiale aveva combattuto il fascismo, sebbene incongruo, era giustificato con la lotta senza quartiere al comunismo, ovvero al nemico ideologico, per cui l’Msi divenne un fiduciario degli Usa che del resto avevano finanziato e protetto la nascita del partito per avere comunque un cane da guardia da usare all’occorrenza contro il Pci. A quei tempi l’Italia aveva il più forte partito comunista al di fuori dell’Urss e del Patto di Varsavia: dunque era una sorvegliata speciale nella quale valeva la pena di contemplare anche un anacronistico partito di ispirazione fascista, cosa che in altri Paesi era stata scoraggiata da Washington che pure aveva protetto le elite nazifasciste, sempre in vista della guerra al comunismo.  Poi dopo la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione sovietica ci fu la trasformazione di questa formazione ormai senza più legami concreti con l’esperienza storica del fascismo, in un ennesimo partito conservatore di cui peraltro nessuno sentiva l’esigenza, ma la cui ragion d’essere in un periodo piuttosto complicato era proprio quella di evitare deviazioni dalla fede atlantica e dall’alleanza che mentre per gli europei rischiava di perdere d’importanza, essendo scomparso il nemico, per gli americani era diventata una colonna portante dall’unipolarismo a stelle e strisce. Dunque meglio conservare riferimenti politici in grado di evitare spiacevoli deviazioni.

Per questo  è molto difficile che un governo Meloni, già sorvegliato a vista da Draghi in Europa e dal Quirinale dentro i confini , guidato d un leader politicamente esilissimo e che deriva inevitabilmente da questa storia di servaggio nei confronti degli Usa, possa in qualche modo contrastare la volontà americana di creare un conflitto permanente in Europa e di allontanare dal Paese l’amaro calice del disastro economico. Se poi si tiene conto che il personaggio fa anche parte dell’Aspen institute, ovvero un think tank globalista in qualche modo organico alla Nato e dove esiste un flusso plasmatico di personaggi, ormai privi di qualsiasi identità politica, ma con identità di scopo,  si può arguire che la Meloni non è meglio di Draghi, ma,  è esattamente il leader che il sistema “globalista” e imperiale si attendeva, anche se all’esterno ha fatto finto di avere preoccupazioni in merito. Troppo debole per opporsi ad alcunché e per giunta tenacemente convinta di non doversi opporre a nulla  è come la ciliegina sulla torta della Nato – Ue. All’occorrenza, nel caso che le cose volgessero al peggio, eventualità peraltro assai probabile,  è facilmente sacrificabile, può essere mandata a casa come la Truss senza creare troppi sconquassi: si troverà qualche altra faccia per continuare nella distruzione del Paese e fornire a chi ancora ci crede una qualche illusione. Ma la Meloni, questo è bene tenerlo a mente è il premier della guerra ad ogni costo, soprattutto se il costo ricade sui cittadini. Lo dice il suo presente, ma ache il suo passato. E tra un po’ lo dirà lei stessa senza più infingimenti.

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