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Frode climatica

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non si se sia capitato anche a voi di intercettare un brano di intervista a cura della tv del dolore Raiset o Mediarai con lo stesso contenuto e lo stesso inequivocabile taglio finale.

Una signora di mezza età disarmata davanti alla catastrofe della sua attività sta concludendo in suo racconto e dice: per la verità le stesse misure e opere delle quali si parla oggi erano state promesse nel 2014.

E zac, il dialogo bruscamente si interrompe e compare la faccia enigmatica del sicario che si vanta di aver stanziato in tempo reale ben 50 milioni per l’emergenza tsunami di Senigallia, parla sconciamente del lutto e ancora più sconciamente del suo impegno personale plasticamente rappresentato dalla visita pastorale e Ostra alta, con l’omaggio dei sindaci arraffa-arraffa commossi per l’augusta comparsata.

In altra occasione le forbici benedette non ce l’hanno fatta: un breve servizio racconta che erano stati stanziati fondi 40 anni fa (sic) per la realizzazione delle vasche di laminazione a Bettolelle che avrebbero dovuto garantire una felice convivenza tra messa in sicurezza del territorio e il fiume Misa. In realtà dopo una lunga pausa Google racconta che i lavori sono effettivamente iniziati nell’aprile scorso con un l’impegno di portarli a termine in 500 giorni o poco più e con l’esito che conosciamo.

Ogni anno si ripetono le cerimonie che parlano di sacco del territorio, di consumo di suolo, di grandi opere che hanno la priorità rispetto a continuative azioni di manutenzione, salvaguardia e tutela di terreni, fiumi, torrenti, boschi, viabilità ordinaria.

Ogni anno si ripete il racconto ormai ridicolo oltre che offensivo dei diritti della cittadinanza dei “piani di emergenza”, riguardino crisi sanitarie, terremoti, valanghe, montagna, frane, dissesto,  siccità  o inondazione, acqua granda a Venezia, ricorrenti finimondo nelle zone del Sarno, già di serie B, o in Liguria retrocessa anche essa sotto i livelli della serie A.

Perché si sa che in un qualche cassetto del Cnr, dell’Istituto Superiore di Sanità, dei ministeri competenti giacciono opportuni piani di emergenza, la maggior parte dei quali oggi vivono una condizione di eclissi doveroso battuti da quelli globali di previsione di calamitose epidemie in agguato e soprattutto di rischi e danni attribuibili al cambiamento climatico.

Nemmeno entro nella ormai lunga diatriba tra “negazionisti” e “entusiasti”, mi fermo a dire che si tratta comunque del solito velo di festose minacce e nutrimento di paure nuove e ancestrali calato per dare un respiro cosmico alla volontà che da sempre esprime di sistema di soggiogarci con il terrore, con l’impotenza, perfino dei migliori, di governare inattesi cigni neri che compaiono inattesi tra tanti cigni bianchi anche quelli, peraltro, ingestibili.

Così sotto al tappeto del  cambiamento climatico si nascondono incuria volontaria, cattiva o inesistente manutenzione, dirottamento degli investimenti su instancabili macchine produttrici di corruzione, su risorse per acquistare armi e nutrire guerre e conflitti alla cui partecipazione siamo chiamati dal padrone l’oltreoceano, su costi vergognosi e disonorevoli imposti dal suo mercato energetico di energia sporca e onerosa.

Draghi lo ha annunciato con quel ghigno che ricorda quelle dei rapinatori con su la calza di nailon a stirarne i lineamenti: non occorre mettere mani al Pnrr per portare aiuto alle popolazioni colpite. Non era servito nemmeno per i terremotati del 2016 che in alcuni centri sono ancora alle prese con le macerie che giacciono su strade, piazze.

Anche in questo caso si parla di adattamento per il quale si stanno mettendo a punto piani straordinari.

C’è da immaginare che valga come resilienza: lo stravolgimento anche semantico di priorità, emergenze vere, diritti traditi, doveri più traditi ancora, fa ricorrere a espedienti linguistici blandi e intesi a normalizzare le più bieche anomalie, le più vergognose volontà politiche di disattendere ogni mandato che non sia quello dello sfruttamento, della rapina, della sopraffazione.

Spetta a noi non adattarci, scendere al fianco dei concittadini che a tutte le latitudini soffrono addirittura più di noi immersi nella quotidianità monotona della servitù che ci hanno imposto tramite sacrifici, umiliazioni, penitenze.

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