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Gorbacev, l’uomo delle due sconfitte

Dodici grandi elicotteri  seguivano il corteo serpeggiante delle macchine nere, mentre la gente si assiepava lungo le strade, curiosa e quasi consapevole di essere a un bivio della storia, anche se non immaginavano quale. . Questa è l’immagine che conservo di Gorbacev durante  la sua visita a Milano nel lontanissimo 1989  che avvenne proprio sulla soglia del passaggio tra i due mondi: in quella visita si fondevano insieme la potenza dell’Unione Sovietica che era ancora in vita e la sua debolezza che era stata svelata con la caduta del muro di Berlino poche settimane prima. La gente usciva a vedere perché pensava che con la perestrojka ci sarebbe stato un lungo periodo di pace senza sapere che invece iniziava una lunga stagione di guerre e di instabilità in mano a un padrone unico che ora poteva liberamente fare ciò che voleva. E tuttavia già allora ricordo bene la sensazione di disagio e di disastro che promanava da quell’uomo che si prefiggeva di togliere dall’imabalsamazione il comunismo sovietico, operando però in maniera frettolosa, ambigua e contraddittoria  e trasformando la crisi di efficienza dalla quale era afflitta l’Urss in crisi di sopravvivenza. Agendo in questa maniera scriteriata Gorbacev cominciò a cancellare gli elementi che avrebbero potuto portare al successo un’operazione di rinnovamento che tuttavia non è mai stata chiarita nei suoi scopi finali:  il più importante di questi elementi da un punto di vista geopolitico era conservazione dell’area di influenza dell’Urss per non subire l’iniziativa dell’avversario americano, ovvero del capitalismo che senza l’Unione sovietica si apprestava a buttare alle ortiche i guanti delle dinamiche keynesiane. Probabilmente egli ha pensato che accelerando innaturalmente un processo di liberalizzazione che avrebbe richiesto molto più tempo, di potersi garantire fedeltà o comunque la vicinanza dell’est europeo che si stava occidentalizzando a tappe forzate. Non è stato così come sappiamo e col senno di poi possiamo dire che una maggiore resistenza e fermezza avrebbe portato a esisti molto diversi.

Secondo la tesi di alcuni storici che trova conforto nella documentazione oggi disponibile fu lo stesso Gorbacev a favorire il famoso assalto al muro di Berlino, pensando che la crisi del sistema Ulbricht nella Germania orientale avrebbe favorito la sua posizione e i cambiamenti che egli immaginava all’interno dell’Unione sovietica, non avendo il minimo sospetto che sarebbe stato l’inizio della fine. L’ottimismo che gli si leggeva in faccia in quel dicembre 1989 in una rara giornata tersa e luminosa dell’inverno milanese era totalmente fuori luogo: era il primo capo dell’Urss in visita in Italia ed era anche l’ultimo capo dell’Urss. il problema che non aveva afferrato e che il socialismo reale, alla periferia della Russia  sarebbe stato sostituito dal nazionalismo e spesso da un nazionalismo rancoroso ed estremista che tuttavia  funziona soltanto contro la Russia, ma diventa impotente e servile quando i padroni sono quelli di oltre atlantico che pagano generosamente chi si piega.

Non mi piacciono molto gli epitaffi, ma la scomparsa di Gorbacev mi dà l’occasione di dire che non ritengo molto consistente la leggenda secondo la quale l’ultimo leader dell’Urss sarebbe stato tradito da Eltsin l’ubriacone che poi tentò di svendere la Russia agli Usa e ai pescicani occidentali,  nonostante il fatto che egli stesso abbia accreditato questa tesi:  “Eravamo un impero quando arrivò al Cremlino e quando se ne è andato, sei anni dopo era tutto andato in fumo, ci ha venduti all’Occidente, ci ha portati al collasso”. Così ha detto vent’anni dopo ricordando che stato proprio Eltsin a firmare la condanna a morte dell’Urss orchestrando un piano segreto con i presidenti di Ucraina e Bielorussia. Ma alla fine è stato proprio Gorbacev a permettere e favorire la carriera di Eltsin nonostante avesse avuto più volte  l’occasione di ridimensionarlo: in realtà il vero problema è che Gorbacev non ebbe mai chiara la differenza tra lo sviluppo di un socialismo diverso da quello che aveva dominato l’Urss che prevedesse un controllo sui mezzi di produzione e dunque anche sulla finanza, ma non sulle attività come è poi accaduto in Cina,  e la semplice occidentalizzazione che era di fatto l’obiettivo di Eltsin e di tutti i pezzi di classe dirigente che nel frattempo era stata comprati dagli Usa e che premevano perché tutto fosse fatto con una tale fretta da scassare l’intero sistema.

La scomparsa di Gorbacev avviene peraltro alla vigilia di un altro grande crollo, proprio quello dell’avversario, ovvero di quel capitalismo e liberalismo dal volto umano, l’illusione   per cui a un certo punto ci si è disfatti della prospettiva aperta dal socialismo, per carità, infinitamente perfettibile, ma la cui assenza adesso adesso lascia soltanto la prospettiva di una lunga e insensata schiavitù. Che è insomma la seconda grande sconfitta di questo personaggio

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