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Neoputiniani e vecchie scimmie

Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’altro giorno un tinello televisivo era occupato da uno di quegli immeritevoli miracolati impegnati nelle loro dinamiche di personalità disruttive,  ascoltati e esibiti come oracoli, malgrado le loro previsioni si siano sempre rivelate fallaci, le loro profezie smentite dalla realtà, il loro orizzonte confinato nei limiti angusti dell’interesse personale.

In questo caso si trattava di Bernabè – banchiere, dirigente d’azienda, dirigente pubblico e accademico secondo Wikipedia – intervistato da una cronista tardivamente folgorata dall’ipotesi che le sanzioni comminate al nemico primitivo, ferino, irrazionale, possano provocare qualche effetto indesiderato sul nostro paese avamposto della civiltà superiore, alla stregua degli affetti avversi del miracolo della scienza, miocarditi, avversi sul sistema riproduttivo, caduta vertiginosa della difese immunitarie.

Macché, ha rintuzzato  con tronfia fermezza l’uomo di mondo, è la Russia posseduta dai demoni megalomani di un folle a aver fatto male i conti e l’impero del Bene ha già vinto la sua guerra minando la potenza del nemico sul mercato energetico  e delle materie prime.

Ma  l’incauta sciocchina di rimando non si è arresa: non sta vendendo alla Cina, all’India? non ha cementato relazioni anche con gli altri paesi  Brics quelli che non si arrendono a ruoli secondari in un sistema globale in evidente sofferenza?  È allora che Bernabè proprio non riesce a  trattenere un gesto stizzito e veemente di insofferenza davanti a tanta ignoranza, ispirata da stereotipi riconducibili a quella miserabile pletora di neoputiniani fortunatamente monitorati dalla nostra stampa lungimirante: quelle alla meglio sono borgate e periferie del grande emporio globale, sembra dire, non sono soggetti affidabili, strutturati tanto da dare garanzie, venditori di paccottiglia imitata da quel contesto al quale prima o poi faranno ritorno.

Non so bene a quando possiamo datare con precisione l’occupazione della spazio privato, pubblico, politico e perfino filosofico da parte di questi soggetti la cui competenza, esperienza  e il cui sapere continuano a restare indecifrabili e incerti, a differenza delle protezioni delle quali godono le loro cerchie. Forse a prima della vittoria dei frugali in loden dopo le sibaritiche esibizioni dei gangster in Caraceni. Forse all’irruzione sulla scena di tecnici contabili promossi dai pallottolieri di palazzo Koch a quelli di Palazzo Chigi.

Quello che invece è certo è che, prima la rappresentazione della pandemia e ora quella della guerra, hanno determinato una cesura epocale, insegnandoci che tutte le certezze che davamo per scontate in tema di libertà di espressione e di pensiero, di scelta autodeterminata e  di critica, possono essere spazzate via se non tuteliamo tutti insieme e testimoniamo di quelli non hanno tribune per esprimersi e la cui legittima collera è retrocessa a fermenti miserabili e rozzi dei margini, a sussulti anarcoidi, a rancori imperdonabili di ricattatati che si meritano un trattamento punitivo.

Mentre i nostri interessi, l’appartenenza alla cittadinanza, il riconoscimento dei meriti e dei punti fedeltà che acquisiamo grazie a obbedienza a regole arbitrarie, all’assoggettamento a criteri imposti dall’alto e che confermerebbero la qualità morale della nostra remissività, sono regolati secondo requisiti identificati e redatti da quella casta sacerdotale che in ogni frangente rivela supercilioso disprezzo per i “laici”, il popolino che non idolatra e non si esprime per atti di fede, nell’autorità, nella tecnica, nella scienza, nella politica ridotta a gestione  tecnocratica  della cosa pubblica in modo che possa meglio concentrarsi in mani private.

A questo è servito l’appello alla sottomissione a categorie fortemente squalificate anche grazie alla svalutazione della loro funzione di servizio: se in una democrazia ridotta a sceneggiatura stantia non ci si può appellare ai principi di autorità costituzionale per imporre obblighi tirannici, allora si ricorre a altri principi di autorità, quella scientifica o quella di una competenza economica che ovviamente deve dimostrare di essere concorde con poteri autoreferenziali, esterni, assolutistici, permettendo il passaggio da funzioni di analisi a quelle prescrittive, tanto che ormai clinici, virologi, ingegneri, chimici, sono diventati d’improvviso legislatori.

Ma non basta, si sono assunti anche incarichi di carattere pedagogico, come sta succedendo con i tempi ambientali e in particolare del riscaldamento globale, in modo da imporre scelte collettive, quelle dell’infame retorica della verniciatura green volte a colpevolizzare cittadini e consumatori per deresponsabilizzare l’establishment. grazie al contributo di esperti che ci “mettono la faccia”, e l’Iban, in uno contesto limitato a loro, visto che a chiunque interpreti un pensiero “altro” è interdetta la parola, denigrata e   delegittimata tanto che la sua opinione è per definizione inaffidabile, perversa a causa di inconfessabili interessi e blasfema, si tratti di questioni sanitarie o di quelle suscitate da eventi che mutano il quadro delle relazioni internazionali.

Finita l’’età dell’informazione simi stati scaraventati in quella dell’uniformazione, di una comunicazione senza dialogo, senza contraddittorio, strutturata per concetti inviolabili che prepara lo stravolgimento di tutto il tessuto sociale, applicando forme massive di digitalizzazione e controllo sociale, intervenendo sulle relazioni industriali, dando un assetto alla scuola e all’università incompatibile con i principi della formazione di cittadini adulti e consapevoli. E al fine certo di affermare l’egemonia di un ceto dominante che possiede nelle sue mani tutte le leve di controllo: governo, parlamento, Confindustria, Colle che oggi ha blindato l’Esecutivo in una fortezza inviolabile, multinazionali del farmaco o digitali, magistratura, servizi che scodellano liste di prescrizioni insieme a una stampa dimissionaria dal suo ruolo, agiscono ben allineati come un esercito per isolare chiunque si opponga a questa cittadinanza per una clientela disposta a pagarsela grazie a conformismo e obbedienza, a una identità elargita e riconosciuta ai soli meritevoli.

Non è più tempo di stare a guardare, occorre davvero tradurre il malessere in una vera resistenza, anche perché ci dovremmo vergognare di essere messi sotto schiaffo da una manica di miserabili inadeguati, impreparati, che si sono fatti comprare a poco prezzo perché ben poco valgono.

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