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A chi piacciono i punti fedeltà?

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, ospite in una delle emittenti in forza alla Nato,  ha dichiarato: “non c’è tracciabilità delle armi che vengono consegnate agli ucraini e questo è un problema che il mondo occidentale si deve porre non dopo la guerra, ma adesso. E forse è già tardi”.

E il segretario generale dell’Interpol Juergen Stock, dal canto suo, ha messo in guardia sulla percezione della sicurezza  che anima i governi occidentali, persuadendoli della necessità di venir meno a elementari criteri di controllo e vigilanza sull’uso che verrà fatto “dell’elevata disponibilità di armi offerta a un paese belligerante e instabile anche prima del conflitto e che ne provocherà la proliferazione illegale”.

E ha ricordato che anche “le armi utilizzate dai militari, le armi pesanti, saranno disponibili sul mercato criminale”, riferendosi al ruolo che andranno a ricoprire mafie colluse con poteri statali infiltrati da organizzazioni di chiara ispirazione nazista, ma, c’è da sospettare, anche alla possibilità che cadano in mano a forze antagoniste delle quali Interpol, servizi segreti, polizie temono il potere di aggregazione del malcontento.

D’altra parte l’Europa aveva già sbagliato una volta e come al solito non aveva fatto tesoro dell’esperienza della guerra nei Balcani, se solo ora, a giochi fatti, l’agenzia dell’Unione Europea per la cooperazione tra le forze dell’ordine, ha deciso di creare una commissione internazionale per monitorare le attività terroristiche intorno al giro di armamenti inviati in Ucraina, allo scopo di fronteggiare “il rischio che cadano nelle mani sbagliate, come è già successo dopo la guerra nell’ex Jugoslavia… Un esempio agghiacciante”.

Sarà bene che cominciamo anche noi a porci le stesse domane. Dopo questi anni di stato di eccezione a cosa siamo ancora disposti a rinunciare in nome della “sicurezza sanitaria”, per contrastare nemici interni posseduti da demoni destabilizzanti, a sacrificarci per mantenere questo modello di vita e “governabilità” che impone la dismissione di diritti fondamentali, istruzione, cura, lavoro, espressione, manifestazione?

Perché è evidente che i prossimi passi delle élite dominanti saranno nella direzione di incrementare i doverosi controlli e la sorveglianza, in previsione di una ripresa di nuove e antiche tipologie di  terrorismo mafioso, islamico, neonazista (quello troppo estremo difficile da far digerire ai nostri antifascisti di superficie) che hanno già popolato e popoleranno di fantasmi le nostre esistenze, grazie all’attivismo di soggetti e fazioni organizzate spesso legittimate da ong e enti umanitari, come è successo già in questi pochi mesi di conflitto con attacchi e condotti contro sedi e manifestazioni antifasciste da parte di “profughi” ucraini e militanti locali.

Il fatto è che da anni la necessità di dare un profilo morale oltre che sociale al controllo si è consolidata, offrendo motivazioni e autorizzandone l’impiego anche a livello individuale: alcuni organi di stampa informano sui consigli offerti alla cittadinanza per tutelarsi grazie all’applicazione di app e algoritmi che sollecitano a premunirsi contro eventuali rischi prodotti dal contatto ravvicinato con comportamenti e attitudini incompatibili con la nostra civiltà, come il software che aiuta a distinguere tra i vari livello di pericolo, costituiti da etnie di bianchi o neri, di cristiani o islamici sicuramente annoverabili nelle schiere del fondamentalismo, puntando su stereotipi radicati.   Il processo di cooptazione di “civili”, bravagente di media cultura, il loro arruolamento nelle file della delazione, della denuncia di atteggiamenti eretici è molto avanti, conta su guitti in cerca di scrittura, corsivisti con scarso seguito, intellettuali che devono raggranellare consulenze e collaborazioni.

Una delle loro armi è quella del disincanto che ci deve insegnare che siamo tutti controllati, che la tendenza è in atto incontrastata da quando viene intercettato ogni nostro acquisto, da quando una preferenza espressa su Fb o Amazon è foriera di effetti pratici, consigli per gli acquisti occasioni cui non si può rinunciare, pena il rifiuto o la marginalità.

A quello serviva i patentino, conquistato come l’attestazione della volontà di essere riconosciuti come parte e soggetto perfettamente integrato nella società, tanto da persuadere il segretario del maggior partito progressista a pretendere che chi non è munito di patentino non possa accedere alle urne, o che opinionisti “illuminati” esigano il boicottaggio di docenti disobbedienti, grazie alla maligna potenza espressa dal terrorismo psicologico.

In realtà è almeno da quando le conclusioni della Trilateral Commission nel lontano 1975 impegnavano l’establishment a gestire e contrastare l’eccesso di democrazia, che i governi sono chiamati e limitare le pretese “popolari” e sovraniste e a silenziarne le istanze. Il sistema più facile tra quelli individuati e messi in atto consiste nel perenne e ripetuto ricorso alle dinamiche dell’emergenza, legittimando la progressiva cancellazione della pratica partecipativa, della rappresentanza parlamentare, e giustificando in forma straordinaria la obbligatorietà di operare in forme arbitrarie inaccettabili in tempi normali.

Questi ultimi anni avevano reso evidente che erano ben pochi quelli disposti a perdere beni, garanzie e prerogative per opporsi a distorsioni, omissioni, menzogne che hanno fatto da contrappunto alla pandemia e ora al linguaggio delle armi. Ben pochi  si sono messi in pericolo per impugnare sanzioni, ispezioni, bullismo poliziesco, pratica della delazione che hanno sostituito i modi della politica e del governo della cosa pubblica ormai concessa in comodato d’uso a capibastone, redattori di una pletora di leggi extra legem, soggetti commissariali che hanno occupato contro-istituzioni.

Ma oggi la condanna definitiva alle privazioni, al sacrificio, alla rinuncia potrebbe essere foriera di un risveglio. Certo la battaglia è ardua, hanno avuto gioco facile quelli, Zuboff compresa, che hanno cantato le gesta invincibili del capitalismo anche nella sua veste di incontrastabile sorvegliante che si insinua, infiltra, condiziona ogni nostro atto. La verità è che succede perché glielo lasciamo fare, glielo permettiamo obnubilati dai veleni che esprime come un golem che ha perso ogni sembianza umana per configurarsi come contabile feroce, sicario senza scrupoli, gendarme corrotto, amorfo e ottuso.

Da troppo tempo ci siamo fatti persuadere che il suo dominio sia incontenibile e irrefrenabile, proprio perché concentrato in così poche mani, proprio mentre la sua debolezza potrebbe consistere proprio  in quelle poche mani rammollite dagli agi,  manovrate a loro volte dai fili di altri burattinai e che conoscono solo sfruttamento, che ignorano il lavoro, la fatica ma anche la forza della cura, della carezza, della creazione del bello.

Sarà anche vero che loro sanno tutto di noi, ma è altrettanto vero che noi sappiamo i loro limiti circoscritti dal denaro reale o virtuale, manovrati solo dall’avidità e dalla smania bulimica di accumulazione.

Volessimo predisporre un manuale di autodifesa potremmo cominciare con il rifiutare l’umiliazione di accettare la somministrazione dei loro punti fedeltà, la mortificazione della raccolta dei bollini sulla tessera annonaria che certificherebbe la nostra appartenenza alla cittadinanza,  la soggezione, perché non si può fare altrimenti, all’incrocio perverso dei nostri dati tra enti, istituti, esattorie, aziende, sbirraglie.

Potremmo cominciare da là, dal rifiuto di sottoporci più o meno volontariamente al controllo sulla nostra qualità sociale che passa per condizionatori spenti, docce proibite, mutande grigie, quando ormai perfino il celebrato decoro è appannaggio di chi può permetterselo. Potremmo cominciare, noi, ad affamare la bestia negandole il profitto di usarci come capitale di dati e informazioni da commercializzare in modo che il passaggio da cittadini a clienti, da elettori a consumatori finisca prima della condanna a numeri, informazioni personali  sui nostri sentimenti, i nostri desideri, le nostre emozioni, i nostri comportamenti, il nostro Io, del quale siamo espropriati in favore di un alter ego pubblico, immaginario, concesso per addomesticare la nostra collera sul palcoscenico virtuale dove tutto fa spettacolo, malattia, morte, sopraffazione, miseria, guerra.

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