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Il bon ton della tirannia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Vi ricordate quando era rimasto solo il Cavaliere a temere il pericolo comunista, incarnato da virago irsute, toghe rosse, impresari dello spettacolo che contagiavano grandi e piccini con Brecht?

E dire che i più determinati a smentire le sue fosche profezie erano proprio gli avanzi della sinistra riformista variamente collocata nell’arco costituzionale che ripeteva la ferma volontà di rappresentare altri bisogni e altre istanze, una volta accertato che vivevamo nell’età del benessere, dove il termine sfruttamento era autorizzato nel caso di giacimenti culturali o di immagini femminili in copertina e si era affermato il principio solidale di responsabilità condivise tra quanti stavano sulla stessa barca.

La rivendicazione del tradimento del mandato di farsi interpreti delle istanze di oppressi e sfruttati, fu esemplarmente raffigurato da un intervista rilasciata alla stampa estera di Veltroni, a ridosso della cerimonia fondativa del Pd, nella quale ribadiva il distacco dai valori e dai principi della “sinistra”, arcaici e passatisti.

Così venne autorizzata la consegna definitiva all’ideologia neoliberista di tutti coloro che si erano persuasi che non fosse praticabile nessuna alternativa al sistema dominante e che il contributo che si poteva dare realisticamente consisteva nell’addomesticare la ferocia capitalistica grazie alle conquiste del Progresso.

A partire da allora divenne egemonico il sacerdozio degli economisti, tanto influenti da far dimenticare che propagano e insegnano teorie che la realtà empirica clamorosamente smentiva, profezie sbugiardate di una casta chiusa schierata a sostegno di dogmi liberisti o così disincantata da criticare il pensiero mainstream dichiarandolo però invincibile. E contribuendo tutti a far diventare maggioritarie convinzioni e opinioni dell’establishment in modo da zittire qualsiasi posizione critica.

In pochi mesi l’avidità dissennata dei ceti dominanti che ha dovuto ricorrere a emergenze e stati di eccezione per smantellare definitivamente ogni forma di partecipazione al processo decisionale, ha prodotto uno stravolgimento inteso a rivalutare la qualità del progressismo come asse portante del sistema ideologico e di governo occidentale, con la definitiva condanna dell’antagonismo, dell’opposizione politica e morale al totalitario riconosciuto unicamente, Sassoli docet, come aberrazione del socialismo reale, tanto che si va cercare Stalin sotto Putin, l’autodifesa russa dall’espansionismo della Nato come il tentativo di ricostituire l’Urss. È servito a questo la legittimazione repentina del nazismo come esuberante ma comprensibile manifestazione di amor patrio, di tutela di tradizioni e usi, come salvaguardia di sacri confini nazionali, dopo anni e anni di ideologia dell’apertura e dell’integrazione come deterrente per sovranismi, razzismo, xenofobia.

L’effetto desiderato e cercato è quello di creare un pensiero comune che sostenga il disegno autocratico della ristrutturazione chiamata Grande Reset, di accreditarne la qualità sociale e morale che designa livelli minimi di sicurezza, ordine e benessere da meritare uniformandosi ai canoni imposti al capitale umano che deve dimostrare di possedere le attitudini giuste per cogliere le occasioni negate a chi non si aggiorna, non si adatta al format di successo e affermazione, non è disposto a rinunce in cambio delle quali si partecipa al concorso a premi della cittadinanza plasticamente rappresentato dalle certificazioni che seguiranno il Green Pass, coi punteggi che attestano lealtà, fedeltà, sottomissione.

Grazie all’imperio del bon ton promosso a politicamente corretto, si è formato un pensiero degli sviluppisti educati, che vogliono persuaderci a trovare il buono e l’utile, se non il giusto, nell’operazione di demolizione dello stato sociale, dello stato di diritto e dello Stato, come fossero sacrifici e abiure irrilevanti rispetto ai benefici effetto del progresso, proprio come è avvenuto allegoricamente per i vaccini, ti salvi, non vai in terapia intensiva, dimostri il tuo senso civico, sei premiato accedendo a servizi e pratiche proibite ai dissidenti e gli effetti collaterali, fisici, sanitari e morali diventano trascurabili, sopportabili proprio come le vittime civili in Siria, Palestina, Afghanistan, Yemen, Libia, a fronte delle magnifiche performance della scienza, dell’arte della guerra, delle tecnologie del controllo che identificano e isolano i soggetti che rappresentano un pericolo per la società.

Dobbiamo a loro il culto dei nuovi totem, tecnologia, digitalizzazione,  intelligenza artificiale, bombe intelligenti purtroppo azionate da idioti al servizio di altri più prestigiosi imbecilli. Dobbiamo a loro le crudeli illusioni offerte alle generazioni future, mestieri creativi, indipendenza garantita dai lavoretti alla spina che ti consentono di sceglierti il percorso per la consegna della pizza, le risorse di nonni e genitori per sviluppare start up in garage. Dobbiamo a loro la conversione della politica in presenzialismo e visibilità, così la partecipazione a un flash mob, a una manifestazione bastano per sentirsi a posto in mezzo a altri empatici che sfilano per il bene contro il male.

E spetta a loro un ruolo decisivo nelle distruzione della coesione sociale grazie al galleggiamento dell’etere globalizzato di bolle nelle quali si rinchiudono in forma difensiva ceti di affini che si confrontano con altri ceti “inferiori” che prestano servizi, svolgono mansioni subalterne e non meritano solidarietà o ascolto. Perché la consapevolezza illusoria dell’appartenenza a una élite che ispira i suoi comportamenti ai miti della globalizzazione, dell’europeismo, del multiculturalismo  e del cosmopolitismo dei voli low cost e dell’Erasmus, non vuole sapere e dire nulla sull’impoverimento di intere  classi, sullo sfruttamento del lavoro retrocesso a servitù precaria, sulla demolizione dell’istruzione. Al contrario disprezza i vinti, accusandoli di essere ignoranti, fascisti, conservatori, sessisti, populisti.

Unica consolazione che resta è la paura malamente dissimulata che ci sia un momento di rottura, nel quale i fermenti dei margini esasperati si traduca in collera e si realizzi in lotta di classe.

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