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Tav, la Francia si ritira, miliardi buttati in un Buco inutile

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ve le ricordate le madamin torinesi in piazza a sostegno della grande opera? con marito manager a fianco attrezzato per rispondere ai giornalisti in estasi sulla improrogabilità della realizzazione della linea di alta velocità Torino-Lione,  prodigio tecnologico progettato per il trasporto di preziose merci la cui circolazione sarebbe stata più fertile e socialmente utile di treni per pendolari e di collegamenti con il Mezzogiorno che risponde ai requisiti del proverbio, chi ha pane non ha denti e chi ha denti non ha pane, come dimostra la storica stazione di Matera, monumento isolato al quale non arriva nemmeno un binario triste e solitario.

Ve li ricordate i primi apostoli della green economy che guardavano all’intervento come a un format esportabile di trasporto sostenibile con il proficuo trasferimento su ferro che già di per sé valeva il costo elevato di un’opera che secondo dati già allora accertati per la sola realizzazione del tunnel di base registrava un saldo negativo di almeno 7 miliardi in aperta concorrenza con il Mose?

Ve li ricordate i 5stelle che appena messi a fare i conti con la realpolitik abbracciarono la tesi del non ritorno, temendo  irrevocabili sanzioni, multe, penali pronte ad abbattersi su decisori  e popolazioni misoneiste, neofobiche e passatiste, giustamente già oggetto di repressione e persecuzione.

E soprattutto ve li ricordate quelli, futuristi fanatici del simultaneismo,  che trattavano i dubbiosi e i critici che temevano che come per tutte le grandi opere obbligatorie per stare al passo con la modernità, anche la Tav si dimostrasse una macchina da corruzione, speculazione, manomissione del territorio e dell’ambiente, come provinciali retrogradi intenzionati a compromettere la nostra reputazione all’estero coi capricci filistei e retrivi assimilabili all’incultura del Nimby e all’immobilismo dei fanatici verdi ormai estromessi dalla storia e dallo spazio pubblico.

Chissà come ci restano adesso che la Francia che, pur avendo completato la prima tratta di 10 km. del tunnel utile per scopi interni, tra Saint Martin la Porte e La Praz, pare abbia deciso che il trastullo non vale la candela, costa troppo, è sovradimensionato rispetto a volumi di traffico prevedibili  e a ipotesi di crescita del comparto commerciale rese nulle dalla pandemia, che sono confermati i sospetti delle popolazioni resistenti sul grande buco senza niente intorno,  che per la costruzione del formidabile manufatto ecosostenibile si sono già prodotte quantità mostruose di Co2  e che  il consumo di suolo e i danni alle falde freatiche sono ormai irreversibili.

Lo si è appreso grazie al Fatto Quotidiano che ha informato dell’allarme lanciato dai patron istituzionali riuniti nel Comitato la Transalpine, che hanno denunciato come sia la Francia a fermare l’iniziativa: “Assistiamo a una costernante impasse francese”, hanno deplorato, lamentando che  la priorità dello Stato consista nella  “modernizzazione della linea storica Digione-Modane, per raggiungere una capacità di trasporto merci di 10 milioni di tonnellate all’anno e meno di 100 treni al giorno”.

Insomma il governo francese si è accorto che non si cava sangue da una rapa, che ormai il traffico commerciale diminuisce, sia su ferro che su strada, che i benefici economici non si vedono e tantomeno quelli sociali.

Ne è convinta anche l’Ue che ha imposto nuove condizioni ai partner, Italia e Francia: per ottenere i finanziamenti promessi in fase progettuale, circo il 50% del costo dell’opera, devono impegnarsi a adottare  una ‘Decisione di esecuzione’,   che includa la progettazione dell’intera opera a partire dalla rete delle vie di accesso,  quale condizione  inderogabile per l’attuazione e per l’accesso alle risorse economiche europee, quindi  non soltanto il super-tunnel sotto le Alpi (di cui finora sono stati scavati solo 10 chilometri, tutti in territorio francese, dei 115 chilometri totali), ma dei due sbocchi nei territori nazionali: la St. Jean de Maurienne-Lione sul versante francese e la Susa-Torino su quello italiano.

Inutile dire che il governo italiano finge di non sapere: anche in questo caso si sente investito di una leadership “criminale” e azzardata, come nella gestione pandemica, come nella partecipazione insensata in forma di belligerante dichiarato nel conflitto Russia-Nato.

Si compiace della strategia in atto per il completamento e la realizzazione di una panoplia di infrastrutture fondamentali, inderogabili che potranno valersi dei finanziamenti del Pnrr quasi allo stesso livello della obbligatorietà delle spese per gli armamenti. Con grande zelo ha messo mano alla via di accesso, oggi più che mai inutile, al tunnel a dimostrazione di non voler recedere dalla decisione fatale, incontrando la ferma opposizione perfino degli incerti sindaci del luogo. Si tratta del progetto della nuova linea Avigliana-Orbassano e degli interventi di adeguamento dello scalo di Orbassano, che interessano anche un piccolo tunnel di 14 chilometri che secondo i tecnici sventrerebbe una collina morenica.

Ma mica si possono lasciare inappagati gli appetiti delle cordate del cemento, del ferro, delle perforazioni in concorrenza con i signori delle armi.

Già a fine anno i ministri “competenti” vantavano di aver completato la ripartizione  delle risorse   attribuite a regioni e comuni , rivendicavano di aver esaminato   progetti infrastrutturali per 22 miliardi da parte di Rfi, che era stata contabilizzata la spesa  per 2,2 miliardi di opere ferroviarie già in corso nel 2020 e 2021, permettendo al nostro Paese di ottenere un vantaggio nella fase di “implementazione” del Pnrr, che non attribuisce la stessa qualità di performance a spese sanitarie e a ammortizzatori sociali.

Per farlo è stata messa al lavoro la famosa Struttura di missione, creata 20 anni fa da Berlusconi, quella con il gran burattinaio Incalza, ora sostenuto dai calibri pesanti del Pd, Delrio, Micheli, che hanno aiutato il ministro Giovannini a portarsi a casa  64 miliardi dei 191 disponibili, pescando non solo nella Missione 3 interamente dedicata alle infrastrutture ma trasversalmente anche nelle altre missioni, soprattutto 2 (transizione ecologica) e 5 (squilibri territoriali e sociali), arricchiti da un    fondo complementare nazionale da 30 miliardi e altri 32 miliardi dalla legge di bilancio per gestire un piano decennale di interventi.

A sfogliare il libro dei sogni versione 2021 oggi aggiornato con i propositi di conquista definitiva di un posticino accanto al cuore dell’impero, si capisce che il governo lo fa per noi, per rispondere a una missione: raggiungere obiettivi essenziali per la transizione ecologica, migliorare la qualità della vita delle persone e ridurre le disuguaglianze; accelerare opere che aumentino la competitività delle imprese; generare un aumento del reddito e dell’occupazione; ridurre i divari territoriali: Nord-Sud, città e aree interne.

Ci credete voi? Vedete già i miglioramenti sulla vostra vita quotidiana, salendo sulla metro e il bus locale, siete compiaciuti quando percorrete la solita Salerno-Reggio Calabria o quando siete in fila al Terzo Valico, vi esaltate pensando al futuro vostro e die vostri figli impiegati profittevolmente in cantieri insicuri magari anche durante la fertile alternanza scuola – lavoro, siete in trattativa col vostro datore di lavoro felicemente appagato da misure che hanno aumentato i suoi standard di produttività e competitività?

E   siete fieri che se per curarvi dovrete intraprendere un viaggio della speranza, un domani potrete concedervelo come il pasto del condannato a bordo  di un lussuoso scompartimento ultra veloce, gratificati di essere paragonati alle mostarde che commercializza Paul Bocuse di Lione?

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