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La guerra dei servi

Anna Pulizzi per il Simplicissimus

Draghi viene convocato a Washington e insignito dell’onorificenza che si dà ai buoni valletti imperiali e c’è da domandarsi quali altri impegni avrà preso, quale nuovo cappio avrà stretto al collo del paese che governa senza alcun mandato popolare, pur nella certezza che sarà riuscito a combinare qualche nuova infamia con cui arricchire il suo curriculum. Ma trovandoci ormai sull’orlo dell’Armageddon tra il mondo oligarchico e quello eterogeneo che intende sfuggirgli, il crisma ricevuto presso l’ombelico del bellicismo ad oltranza non può che avere a che fare con l’assicurazione di un coinvolgimento ancora maggiore nella guerra in atto. Non tutti i governi europei sono altrettanto servili e in particolare non lo sono quelli che ancora contano qualcosa, Francia e Germania, entrambe con un solo piede posato sulla mina dell’obbedienza. Ma in questi paesi esiste un confronto tra forze politiche dalle posizioni differenti, esistono istituzioni che bene o male comprendono che cosa significa una guerra contro la Russia non solo in termini di approvvigionamenti energetici ma anche di rischio deflagrazione bellica incontrollata. Ci sono inoltre sindacati che non fanno nulla di eccezionale ma il loro mestiere almeno quello sì, che possono indire scioperi e portare in piazza moltitudini, ci sono moltitudini che scioperano quando è doveroso farlo e il cui voto poi in qualche modo influenza le scelte dei parlamenti e degli esecutivi.

Draghi viene convocato a Washington e insignito dell’onorificenza che si dà ai buoni valletti imperiali e c’è da domandarsi quali altri impegni avrà preso, quale nuovo cappio avrà stretto al collo del paese che governa senza alcun mandato popolare, pur nella certezza che sarà riuscito a combinare qualche nuova infamia con cui arricchire il suo curriculum. Ma trovandoci ormai sull’orlo dell’Armageddon tra il mondo oligarchico e quello eterogeneo che intende sfuggirgli, il crisma ricevuto presso l’ombelico del bellicismo ad oltranza non può che avere a che fare con l’assicurazione di un coinvolgimento ancora maggiore nella guerra in atto. Non tutti i governi europei sono altrettanto servili e in particolare non lo sono quelli che ancora contano qualcosa, Francia e Germania, entrambe con un solo piede posato sulla mina dell’obbedienza. Ma in questi paesi esiste un confronto tra forze politiche dalle posizioni differenti, esistono istituzioni che bene o male comprendono che cosa significa una guerra contro la Russia non solo in termini di approvvigionamenti energetici ma anche di rischio deflagrazione bellica incontrollata. Ci sono inoltre sindacati che non fanno nulla di eccezionale ma il loro mestiere almeno quello sì, che possono indire scioperi e portare in piazza moltitudini, ci sono moltitudini che scioperano quando è doveroso farlo e il cui voto poi in qualche modo influenza le scelte dei parlamenti e degli esecutivi. In Italia queste cose non le abbiamo e quasi inaspettatamente siamo oggi costretti a domandarci se abbiamo mai contato qualcosa. Noi, il popolo voglio dire, quello a cui appartiene la sovranità, termine non per nulla sufficientemente vago. Perché poi scopriamo che un ceto dirigente di ricattabili inetti può portarci in guerra come e quando vuole. Da sempre.

Come nel 1915, un Salandra qualsiasi in combutta con i poteri padronali può far firmare un trattato segreto che ci getta in una guerra che nessuno sano di mente vorrebbe. Come nel 1940, quando il ruolo legislativo del parlamento è ormai evaporato, in maniera piuttosto simile a quanto sta accadendo oggi. Ma si può dire la stessa cosa per ogni avventura coloniale e poi per le varie partecipazioni a conflitti nella scia dei padroni americani o europei in palese violazione della Costituzione e ciò indipendentemente dalla sfumatura politica del governo. Abbiamo militato come foederati ausiliari allo stesso modo al tempo di D’Alema o di Berlusconi, bombardando e uccidendo in base agli ordini, perché quando andiamo a votare non decidiamo una linea politica bensì il colore della livrea dei servi che la devono espletare.

Il regime in cui per ignavia siamo precipitati sta cercando oggi di instillare dall’alto l’odio verso un nemico. I suoi alfieri sanno benissimo che la propaganda può non raggiungere gli scopi, ma ciò ha importanza relativa. Non hanno bisogno del nostro consenso ma della nostra rassegnazione. Il loro scopo è mostrarsi ligi esecutori allo sguardo del padrone, il quale ne appoggerà le meschine ambizioni in termini di carriera, posizione e prestigio. Tutti o quasi capiscono benissimo che ci viene ordinato di odiare i russi ed il loro governo, così come ci viene richiesto di esporre il braccio all’inoculazione di oscure sostanze, da parte di istituzioni occupate da un manipolo di figuri senza coscienza

Tutti o quasi capiscono che a costoro nulla importa del benessere collettivo o del disastro in cui ci stanno precipitando ed il loro tentativo di deviare lo sdegno popolare verso un paese che nulla ci ha mai riservato se non stima ed affetto viene perlopiù accolto con rassegnato fastidio. Né sembra avere miglior fortuna l’apostolato bellicista dei cacciaballe addetti ai notiziari o dei conduttori televisivi strapagati per esibire la loro ottusa faziosità. La macchina della propaganda ha una sua inerzia e in questo caso si muove da tempo nei territori del ridicolo senza che qualcuno provi a fermarla nel timore di finire nella lista dei disertori o peggio ancora in quella dei conniventi col nemico. Se perfino una fida vestale della narrazione ufficiale come Berlinguer viene oscurata su disposizione governativa per aver dato il microfono ad un sociologo che canta timidamente fuori dal coro, significa che siamo al parossismo e prossimi ai roghi dei libri in piazza. Anche se qualcosa comincia a muoversi in senso opposto, forse solo per fisiologica reazione all’ingerimento di troppa irrazionalità tutta in una volta, come un rimbalzo del gatto morto, mediaticamente si continuerà a censurare posizioni contrarie o ad isolarle in farlocchi dibattiti televisivi sottoponendole in perfetto stile Azov al linciaggio di una mezza dozzina di emeriti lacché.

In una recente puntata del programma diMartedì uno spontaneo applauso del pubblico per Fulvio Grimaldi, colpevole di aver detto cose del tutto ovvie e risapute sul martirio del Donbass per mano nazi-atlantista, è stato interrotto dallo pseudo moderatore poiché a suo avviso nelle parole di quel veterano del giornalismo non vi era nulla di condivisibile. Ma siamo ormai assuefatti ad ogni tipo di enormità e sconvenienza, in particolare sul piccolo schermo, compreso il fatto che un conduttore intaschi centodiecimila euro al mese (e avete letto bene) per mostrare sfacciatamente di militare come censore nel battaglione del pensiero unico. Chi ha abbastanza anni sul groppone da ricordare il volto serafico di Jader Jacobelli nella Tribuna politica del giovedì, capirà bene che ora ci troviamo su un altro pianeta. Quello su cui l’appuntamento elettorale non impressiona le istituzioni più di quanto possa fare un flash mob e dove le diatribe intorno ad ipotetiche alleanze politico-elettorali finalizzate alla costruzione di un’alternativa appaiono al contempo tardive e insufficienti.

Il nostro sistema plutocratico si sta voltando sul lato dispotico e si fa regime ad un tempo liberista e illiberale, pressoché immune ad eventuali ritocchi elettorali. Se è la guerra ciò a cui intende costringerci, scoprirà presto che qualunque persona con la testa sul collo comprende bene, e non da oggi, da quale parte si trova il nemico.

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