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Memorie del 25 Aprile

Anna Lombroso per il Simplicissimus

In casa nostra non si diceva mai: zitti, non disturbate papà.

Si leggeva, studiava, si ascoltava la musica dal radiogrammofono che continuò a imperare anche dopo l’avvento della Tv, quando eravamo già adulti: la televisione rimbambisce i ragazzini, era la frase di mia mamma. Si aspettava lui per cenare e infatti la grande cucina era attrezzata per quello e raramente si mangiava nella deliziosa saletta da pranzo formale che affacciava sul Canal Grande e sul piccolo giardino tra i liagò con gli oleandri dai quali noi bambine, io e le cuginette, ci  dovevamo guardare perché erano belli ma velenosi.

Era proprio grande quella cucina, da un lato c’era l’antico acquaio di pietra oltraggiato da una moderna rubinetteria, a fianco un piano di marmo che intorno a Natale ospitava un esercito di tortellini, ma in mezzo era collocata l’istituzione, il tavolone nel quale si imbandivano pranzi e cene aperti a amici, compagni, amichetti, intorno al quale scoppiavano furibondi contrasti riappacificazioni, discussioni fino all’alba e si lanciavano insulti che a me piccola sembravano sanguinosi: scissionista, carrista, secondo il vocabolario delle troppe fratture della sinistra.

La casa era organizzata in lunghezza, per andare dallo studio dove c’erano le nostre scrivanie alla cucina c’era una lunga teoria di stanze, e io preferivo non attraversarle o confessare la mia paura del buio aumentata dalle leggende che circolavano sul palazzo Falier, teatro dell’assassinio del Doge del quale si conservava in androne la portantina, quindi anche i compiti si facevano là, Paolo più grande e io che grazie a lui imparai a leggere e scrivere precocemente, imparando le poesie che doveva studiare a memoria, sciolte le trecce morbide, dalla cui recitazione in piedi sullo sgabello  ero fortunatamente esonerata.

In una parte di quella casa, chiusa da una porta con davanti un grande armadio, erano stati nascosti per quasi tre anni i miei nonni paterni e i miei zii: mio padre intorno al ’35 aveva compiuto un viaggio in Germania e una volta rientrato aveva cercato di persuadere i famigliari ad andarsene dall’Italia dove prima o poi si sarebbero riprodotti i crimini, gli assassinii, le persecuzioni e le deportazioni contro gli ebrei e gli oppositori, delle quali si sapeva, eccome. Non ci fu verso, come accadeva in tante altre case ricche, borghesi o povere di tutta Europa. Non ci si voleva convincere che si potesse verificare una simile apocalisse, senza dire che mio nonno vantava una “discriminazione”, in favore di chi aveva avuto dei congiunti che avevano partecipato alle imprese di Garibaldi. E anche il ricordo di quella clandestinità consumata proprio nel piano sottostante un comando delle SS che si era installato nello stabile, mi faceva preferire i riti allegri e rumorosi della grande cucina.

Ma era risaputo che c’era un giorno ogni anno nel quale compunti e silenziosi sapevamo che papà era in affanno,  alle prese come ogni 24 aprile con il discorso che il giorno seguente  avrebbe pronunciato in una piazza, una sezione di partito, un teatro. Si sedeva in un angolo del tavolo e cominciava a vergare quei fogliettini con una grafia da mosca, regolare e febbrile, cancellava e riscriveva fino a notte fonda e guai dirgli, come faceva mia mamma, ma Cesare per come vanno le cose puoi leggere quello di cinque, dieci anni fa!  Macché, il suo era un debito d’onore coi compagni, con chi aveva lottato al suo fianco, con noi figli. Che poi quando la mattina, contro il suo parere: non venite che mi emozionate! lo accompagnavamo, scoprivamo che si ricacciava in tasca quei suoi foglietti e improvvisava a braccio, appassionato e trascinante.

Non parlava mai di sé in quei discorsi, eppure la sua era una vera allegoria, una vicenda esemplare. Nato a Venezia dove i Lombroso si erano stabiliti nel 1492 quando gli ebrei che non volevano convertirsi dovettero lasciare la Spagna,  aveva a lungo abitato in una casa con una trifora che affacciava in Rio Tera’  San Leonardo, dove per una strana magia tanti anni dopo  ha vissuto la sua amatissima nipote Sara con il marito e le bambine. La famiglia un tempo ricca si era via via impoverita per via dei costumi dissipati del padre, un bon vivant amante dei viaggi e di particolari compagnie femminili, cantanti wagneriane sulla cui carriera investiva il suo patrimonio sempre più ridotto e che, come scoprimmo alla sua morte, una volta conquistata una scrittura gli lasciavano come viatico pacchetti di lettere in carta azzurrina o rosa indirizzate a meine liebe e loro istantanee con l’elmo e le bionde treccione morbide sul possente decolté.

Ad  aprirgli un mondo nuovo fu un vicino, Carlo Izzo, che aveva a cuore quel ragazzino solitario e che gli fece scoprire i poeti inglesi, gli scrittori americani, e Mann e Musil, tanto che dopo un soggiorno a Genova dove la famiglia si era trasferita per via del lavoro paterno, un incarico nella società Adriatica di navigazione offerto all’antico e prodigo cliente delle loro crociere in terre lontane, decise di iscriversi a lettere e filosofia, scelta ostacolata dai genitori che costrinsero le sue ambizioni ai ragionevoli limiti di una laurea in economia da conseguire a Trieste.

Avevano fatto male i conti, lui e altri amici che poi gli saranno compagni nella lotta partigiana, Nino e Guido, cominciano a frequentare la libreria di Saba, circoli antifascisti, intellettuali di confine, cosmopoliti e appassionati di studi di filosofia, arte, psicoanalisi. Faticosamente laureatosi torna a Venezia e trova un impiego al Mulino Stuky, dove, protetto dal direttore anche lui antifascista e ebreo, comincia a intessere una rete di dissidenti e oppositori del regime. Là conosce mia madre, si innamorano, lei è figlia di un fumantino sindacalista che ogni fine settimana in occasione delle visite dei gerarchi viene messo in galera a scopo precauzionale.

Si sposano nel novembre del ’38, uno degli ultimi matrimoni misti autorizzati dalla leggi razziali, ostacolato dai genitori di lui che avevano messo gli occhi su una possibile ricca fidanzata in grado di sanare le finanze  domestiche, e si stabiliscono in uno studio di pittore alle Zattere, una casa con grandi vetrate che diventa un luogo d’incontro e un rifugio di antifascisti, dove si scrivono articoli per la stampa clandestina, volantini, e dove si prepara la resistenza che verrà.  Sia lui che mio nonno erano già stati messi ai margini della società “civile”, radiati dall’esercito dove avevano maturato i gradi di ufficiali, espulsi da associazioni e circoli, mio zio dall’università e mia zia dal liceo, infine licenziati dal posto di lavoro.

Il giorno della dichiarazione di guerra mio padre e mia madre sono in Piazza San Marco, seduti al Florian, dove echeggia nel giubilo generale la voce roboante del Duce e  decidono pazzamente di fare un figlio, per via di una di quelle insensate e bellissime reazioni della vita contro la morte, dell’amore contro l’odio e dell’utopia contro la realpolitik.

Dal 25 luglio pendono sul capo di mio padre due mandati di fucilazione sul posto, come comandante partigiano e come ebreo, vive ormai in clandestinità, tra Venezia e il trevigiano, per mesi mia madre non sa se sia vivo o morto quel Cesare Landi, noto come il partigiano della giacca verde, per via di una lussuosa e irragionevole giacca di velluto regalo dell’amico Nino, ne segue le tracce nelle campagne e intanto collabora alla resistenza portando armi e materiale di propagande, nascosti nella carrozzina azzurra di Paolo, che non sa bene chi sia quel signore coi baffoni e gli occhiali con i quali si incontrano in fugaci appuntamenti, brevi e disperati, alla locanda Semin di Cornuda o a Maser.

Accanto all’impegno quotidiano nella lotta armata, è il comandante del Cln della Treviso martoriata dai bombardamenti, in tutta la zona fino al Montello, nelle fabbriche e in contatto con i nuclei operai di Porto Marghera, degli arsenalotti e i ferrovieri, è al lavoro per costruire con Pertini quel movimento unitario per l’unità degli appartenenti al Mup con i militanti del Partito Socialisti di Basso e Giavi finalmente riuniti in un Fronte nazionale d’Azione, forte abbastanza da trattare in un perenne contenzioso con gli alleati che vogliono condizionare i loro movimenti, che centellinano i lanci di aiuti e armi, che fanno progetti sul loro potere futuro di influenza, che rallentano la slitta al Nord lasciando le popolazioni in balia della vendetta feroce di  tedeschi e fascisti, che alla fine del conflitto si arrogheranno il diritto dei decidere chi siano i meritevoli del brevetto di partigiani imponendo la consegna delle armi e le regole die loro tribunali.

È quello il vero volto della Resistenza, di gente che vuole liberare il paese dagli invasori e da un regime criminale, ma che crede e intende realizzare l’utopia di un  blocco sociale e politico determinato a  formare una società libera dallo sfruttamento, dall’ignoranza e dalla miseria.

Anni dopo la Liberazione, dopo una lunga parentesi romana durante la quale lavora all’Avanti!  dove è direttore dell’edizione romana e membro della direzione del Partito Socialista, torna a Venezia, continua la sua militanza ma comincia un’altra resistenza, quella contro il consumo a fine di profitto della sua città contro la condanna, finiti i miti dell’industrializzazione, a diventare un museo a cielo aperto, un albergo diffuso, terreno di abusi di speculatori e malaffaristi.

Glielo rimprovera il compagno Sandro diventato Presidente della Repubblica in quelle telefonate la mattina presto, quando mia madre che risponde gli chiede ridendo se è lui o l’imitazione che ne fa Guzzanti. Gli imputa di essersi ritirato, ma lui si difende: Sandro, dice, non fare il retorico, mica abbiamo fatto quello che dovevamo per trarne benefici o premi. Non era disilluso, aveva capito di non essere fatto per il potere che raramente percorre vie virtuose.

Ora vi chiedere perché invece del pistolotto commemorativo d’occasione, ho condiviso con voi questi quadretti di vita famigliare.

Il fatto è che così si dimostra che non tutti gli intellettuali, non tutti quelli che sentono di assolvere un incarico morale e politico si sono fatti convincere che, una volta constatato che resistenze e rivoluzioni si piegano all’opportunità e si addomesticano o si inferociscono in lotte intestine per appagare arrivismi e interessi particolari, allora è più ragionevole appartarsi nelle nicchie protette di rendite, redazioni, atenei, a guardare dal davanzale del proprio studio  con schizzinoso fastidio il mondo che rotola verso la catastrofe, ritenendo che è inutile sperperare le proprie superiori qualità quando un’alternativa è impossibile e tant’è aspettare che a insorgere siano altri alla cui guida ci si potrà mettere in seguito, svolte le prime criticabili mansioni.

Un altro motivo, ancora più personale,  è che, a proposito di un tema molto dibattuto in questi giorni,  è inutile, anzi controproducente, mettere al riparo i ragazzini dalla conoscenza dei danni di vivere sotto un regime, persuasi così di proteggerli, mentre solo così, con la percezione della realtà, delle ingiustizie, si nutrono gli anticorpi che li risparmieranno dal credere alle menzogne sulla storia e sulla cronaca, e che ne faranno uomini capaci di coltivare la propria libertà come un bene supremo.

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