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La “disinformazione” russa e la banda Biden

Quando si dice il destino: proprio ora giunge la verità sulle schifezze e le speculazioni che Joe Biden e suo figlio Hunter facevano in Ucraina e che erano sempre state negate con veemenza: dunque adesso sappiamo che il massimo responsabile della Nato ha avuto un interesse privato e personale nella leadership di Kiev e che ancora oggi la sua massima preoccupazione è che l’arrivo dei russi possa aprire il vaso di Pandora suo personale e dell’elite americana nella rapina a tappeto del Paese che fa finta di difendere. A questo proposito varrebbe la pena di notare che il numero di cosiddetti profughi, tra i quali si mischia poi ogni cosa, è molto inferiore alla perdita di popolazione subito dall’Ucraina a causa della gravissima crisi divampata dopo il golpe. Tuttavia la vicenda va anche molto oltre perché la soppressione degli affari sporchi di Biden in Ucraina, definita dal New York Time disinformazione russa, così come oggi viene definita tale qualsiasi notizia consistente sulla guerra, è stata anche la chiave di volta della sua vittoria elettorale. Anche qui tutto si tiene e si tratta davvero di una storia contemporanea nella quale emerge tutto il marcio che ci soffoca.

Riassumiamo la storia perché essa ha il medesimo tono, la medesima struttura e o stesso metodo delle altre che da due anni ci colpiscono incessantemente: nelle settimane precedenti le elezioni presidenziali del 2020. Il 14 ottobre 2020, meno di tre settimane prima che gli americani votassero, il quotidiano più antico della nazione, il New York Post , iniziò a pubblicare una serie di rapporti sugli affari opachi del leader democratico Joe Biden e di suo figlio, Hunter, in paesi in cui Biden, in qualità di vicepresidente, esercitava una notevole influenza (tra cui Ucraina e Cina) deducendone l’inopportunità della sua elezione. Il contraccolpo contro queste notizie è stato immediato e intenso, portando alla soppressione della storia da parte dei media padronali statunitensi e alla censura della storia da parte dei principali monopoli della Silicon Valley. La campagna di sbarramento contro questa notizia fu guidata dalla portavoce quasi ufficiale della CIA Natasha Bertrand (allora di Politico , ora con la CNN), il cui articolo del 19 ottobre è apparso sotto questo titolo: “La storia di Hunter Biden è disinformazione russa, dicono decine di ex funzionari dell’intelligence”. Come potessero asserirlo essendo appunto ex non si sa, ma in realtà essi avevano detto una cosa diversa: nella lettera in cui sostenevano la loro tesi dicevano di non avere prove  per suggerire che le e-mail di Biden e figlio fossero falsificate o che la Russia avesse qualcosa a che fare con esse, ma avevano semplicemente intuito questo “sospetto” in base alla loro esperienza. Naturalmente siccome il problema era di non mettere in pericolo l’elezione del candidato che rappresentava la parte globalista dell’establishment americano, la cosa passò come prova certa e inoppugnabile che quelle mail fossero state fabbricate dalla Russia e costituissero una forma di disinformazione. L’Huffington Post arrivò persino a varare una campagna pubblicitaria sulla disinformazione russa cosa che naturalmente giustificava la censura pre elettorale più grave della storia americana. Twitter bloccò l’account Twitter del New York Post per quasi due settimane a causa del suo rifiuto di obbedire agli ordini di cancellare qualsiasi riferimento ai suoi articoli sulla vicenda e fu anche impedito ai singoli utenti di parlare tra loro della questione. Facebook, attraverso il suo portavoce, Andy Stone,  annunciò, che avrebbe soppresso algoritmicamente la notizia in attesa di un “controllo dei fatti ” che , inutile dirlo, non è mai arrivato, proprio perché l’archivio era indiscutibilmente autentico.

Qualsiasi dubbio residuo sull’autenticità dell’archivio Biden è stato infranto quando un giornalista di Politico , Ben Schreckinger, ha pubblicato un libro lo scorso settembre , intitolato “The Bidens: Inside the First Family’s Fifty-Year Rise to Power, “ in cui ha dimostrato che le e-mail chiave su cui faceva affidamento il New York Post erano del tutto autentiche. Tra le altre cose, Schreckinger ha intervistato diverse persone incluse nelle catene di posta elettronica che hanno fornito conferma che le e-mail in loro possesso corrispondevano parola per parola a quelle nell’archivio del Post . Ha anche ottenuto dal governo svedese documenti identici ai documenti chiave dell’archivio.

Trovo davvero curioso che proprio oggi venga smascherata una delle narrazioni più pervasive sulla presunta disinformazione russa, cioè nel momento in cui tutte le notizie  provenienti da Mosca sono censurate e considerate tout court come disinformazione. Viviamo davvero nell’Impero della menzogna.

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