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Guerra igiene dei folli

Anna Pulizzi per il Simplicissimus

Se Lavrov avverte che una prossima guerra mondiale sarebbe nucleare, c’è da credergli. D’altra parte lo sapevamo già e la sua sembrerebbe un’uscita del tutto ovvia se non fosse in realtà un monito rivolto al mondo neuro-atlantico, insomma ‘non fate stupidaggini perché la posta in gioco è altissima, anzi definitiva’. E di affermazioni lapalissiane c’è bisogno in questi giorni poiché le cancellerie occidentali appaiono del tutto fuori di senno e incapaci di comprendere le conseguenze delle proprie azioni, mentre i mezzi d’informazione, se così possiamo chiamarli, sono caduti preda di un’isteria senza precedenti, al punto che non si capisce se sono le autorità a spingere tv e giornali a rendersi più ridicoli possibile o se invece è l’irrazionalità del latrato mediatico a fomentare le dichiarazioni ufficiali più deliranti.

Al di là delle operazioni belliche o dell’esito degli incontri tra i delegati delle parti in conflitto, l’aria che i governi occidentali intendono far respirare ai loro popoli è già da tempo aria di guerra, ma una volta messa in moto la macchina della propaganda bellicista è poi molto difficile spegnerla ed essa conduce quasi senza eccezioni al confronto militare, quello che Lavrov ammette non potersi limitare ad armamenti convenzionali. Se fossimo in un clima diverso potremmo chiederci come mai non c’è stato tutto questo bailamme pacifinto quando l’Irak venne invaso dalle truppe anglosassoni. O quando la Libia venne aggredita e distrutta dalle potenze colonialiste europee, o quando fu il turno della Siria, oppure in occasione delle decine di colpi di stato organizzati dall’impero d’Occidente in ogni continente a beneficio delle sue oligarchie. E come mai, innanzitutto, c’è chi oggi riesce ad andare in piazza con la colomba della pace per solidarizzare con un governo corrotto e apertamente nazista nato nel sangue e dedito agli eccidi. Ma il clima ormai è tale che ogni obiezione di questo tipo è nel migliore dei casi una pratica oziosa e nel peggiore considerata collusione col nemico.

Così ad esempio il corrispondente da Mosca non può ricordare che dal 1991 la Nato si è allargata verso Est violando ogni accordo, il che in tempi normali sarebbe una semplice constatazione mentre oggi può costare la carriera. Così come avviene che il direttore d’orchestra russo non possa dirigere alla Scala perché non ha rinnegato le proprie idee e amicizie e non si è schierato contro il governo del suo paese. E tra chi riesce ad evidenziare con maggior fanatismo le doti da inquisitore nessuno può ovviamente gareggiare con gli esponenti Pd e con la turba che s’assiepa intorno ai suoi truogoli. Ne ha fatto le spese perfino Dostoevskij, morto parecchi anni prima della Rivoluzione d’Ottobre ma all’insaputa della rettore dell’università di Milano, che forse lo credeva un bolscevico o peggio ancora un ammiratore di Putin, tanto da sospendere il corso a lui dedicato, ma solo il tempo necessario perché si prendesse atto della sua dedizione alla causa del mondo libero. E per dimostrare che il peggio non conosce fine, ci si accanisce sugli atleti russi e bielorussi vietando loro di partecipare alle paralimpiadi di Pechino, una decisione che davvero non basta definire ignobile.

La guerra in Ucraina non è l’unica causa di questo delirio collettivo ed è piuttosto l’ennesima ma corposa occasione per alimentare l’odio verso il paese che nella narrazione anglosassone è il nemico geopolitico di sempre, sia esso zarista o socialista o nazionalista. Nei media occidentali Putin era già una sorta di belzebù ben prima che l’Ucraina venisse sacrificata alle mire americane ed anche se il presidente russo avesse lasciato massacrare i cittadini della Novorossja dai reparti nazisti ucraini senza alzare un dito per soccorrerli, la trama intessuta intorno a lui dalla propaganda occidentale sarebbe stata la stessa.

Il processo di demonizzazione del leader russo era iniziato all’indomani della sua nomina da parte di un Eltsin politicamente al tramonto, raggiungendo particolari livelli di ignominia soprattutto in occasione di eventi tragici, come gli attentati dinamitardi nei caseggiati, il massacro alla scuola di Beslan e quello al teatro Dubrovka a Mosca, tutti di chiara matrice islamista, per non parlare delle morti eccellenti, dalla Politovskaja a Litvinenko a Nemtsov, per finire con gli avvelenamenti stranamente inefficaci tipo Skripal padre&figlia e naturalmente Navalny. Il colpevole è sempre Putin, per negligenza, cinismo o animus necandi, e ad accusarlo non si corre mai il rischio di passare per complottisti. Questa è l’informazione in tempo di guerra, che non potrebbe dispiegarsi efficacemente se non fosse accompagnata dalla persecuzione di chi obietta o semplicemente dubita. Ma noi a tal proposito siamo già stati sottoposti ad un biennio di addestramento, non potendo diffidare pubblicamente della narrazione pandemica e delle sue cifre senza precipitare nel ludibrio del terrapiattista o di chi si cura col basilico, mentre il nostro regime testava con successo la fedeltà di medici e giornalisti, senza il cui concorso non si sarebbe mai vinta la guerra contro i diritti basilari dei cittadini.

Le operazioni sul campo mostrano un’Ucraina oggetto di digestione più che di invasione, forse più lenta del previsioni iniziali, evidenziando che i comandi russi operano cercando di evitare vittime civili e che il paese era stato rifornito di una quantità impressionante di armi negli otto anni di sbronza nazi-atlantista. Il pericolo che il regime di Kiev venisse infine dotato di armi nucleari ha praticamente imposto a Putin l’unica scelta possibile, pur in previsione di ritorsioni estreme da parte occidentale. Per Washington è stato abbastanza facile inserire un grosso cuneo nei rapporti russo-europei, dal momento che nella porcilaia Ue si era già più che disposti in tal senso e la vittoria in Germania della sinistra di destra (anche questa, come il fascismo, un’invenzione italiana rapidamente esportata) ha agevolato un processo già in atto.

E’ una strategia ridicola quella americana, intessuta intorno all’idea che la Russia possa rovinare in seguito agli embarghi occidentali. Come conseguenza di questo divorzio commerciale imposto trascinando Mosca in una guerra non voluta, le singole realtà europee ne escono pesantemente penalizzate, mentre gli interessi dei rispettivi popoli vengono schiacciati dalla vocazione alla subalternità dei loro esecutivi.

Qui da noi gli eventi offrono il destro per prolungare indefinitamente lo stato d’emergenza in barba alla Costituzione e soprattutto per addebitare al ‘tiranno’ moscovita gli effetti del nostro tracollo economico, l’espropriazione di diritti e servizi pubblici, il saccheggio di quel che resta del potenziale produttivo, l’inflazione senza tutele e la sperequazione sfrenata, in uno scenario in cui pesa l’assenza di un’opposizione politica all’ammucchiata di regime.

A tutt’altro livello invece, dalle parti cioè dell’ombelico dell’impero, i manovratori del sovrano di paglia già in decadimento senile saranno presto alle prese con le elezioni di metà mandato, con un bilancio imbarazzante che comprende il ritiro dall’Afghanistan e la perdita dell’Ucraina, oltretutto senza aver ancora lanciato un solo missile sulla Siria, accorgimento di indubbio effetto mediatico che né Trump né soprattutto Obama avevano trascurato.

Per cui diventa prevedibile nei prossimi mesi un allargamento degli scenari di guerra permanente, che sembra occupare tutti gli spazi dei nostri possibili domani e dove perfino chi inneggia alla pace nelle piazze arcobalenate non sa bene che cosa sia, forse la confonde con la soggezione perenne alla globalizzazione capitalista e l’importante è che non si spari, neanche all’ingiustizia o contro chi ci toglie il pane, nemmeno agli spudorati vessilli del nazismo, oggi finalmente smascherato come la prosecuzione del liberismo con altri mezzi.

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