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Pubblico esercizio di suicidio

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E’ di questi giorni il grido di dolore della  Fipe , ovvero la federazione italiana dei pubblici esercizi, che per bocca del suo presidente Lino Stoppani, supplica il governo di prolungare di 13 settimane gli ammortizzatori Covid senza i quali “sono a rischio altri 50mila posti di lavoro solo nel settore dei pubblici esercizi. Non possiamo che essere solidali con questa richiesta anche per salvare una fetta di economia che andrebbe direttamente alle grandi multinazionali, eppure non si può evitare di chiedersi chi ha in sostanza lavorato perché si arrivasse a questo disastro e con una certa sorpresa ci renderemmo conto che è stata la Fipe stessa, la quale ha da sempre affiancato totalmente il governo nella narrazione pandemica compreso il green pass. Sentiamo cosa scriveva lo stesso Stoppani il 20 agosto scorso:  “Il ritorno alla stagione delle misure restrittive sulle imprese deve essere scongiurato in ogni modo e lo strumento migliore per raggiungere il risultato è il green pass. Perché ciò si realizzi occorre collegare l’utilizzo progressivo del green pass all’evoluzione del quadro epidemiologico prevedendo che il cambio di colore delle regioni si accompagni proprio ad un uso più estensivo del certificato. In questo modo si raggiungono tre risultati: si incentiva la campagna di vaccinazione; non si penalizza la stragrande maggioranza degli italiani che hanno scelto responsabilmente di vaccinarsi; non si ferma neppure una sola impresa”.

Invece come anche un bambino avrebbe compreso è andata esattamente al contrario come non poteva che accadere adottando uno strumento discriminatorio e le piccole imprese legate al commercio e al turismo  sono sempre più in difficoltà. Ora non voglio certo perdere tempo a giudicare l’intelligenza e il servilismo di chi dirige la Fipe, ma questa vicenda mi serve per mostrare come in occidente sono stati proprio gli organismi intermedi, gli ordini professionali, le burocrazie sanitarie, le organizzazioni di categoria, persino sindacati a rendere possibile che la narrazione pandemica si trasformasse in una forma di governance totalitaria. Nel progressivo declino delle istituzioni democratiche essi si sono trasformati da organismi destinati ad interloquire con il sistema dei partiti e con i governi, da cinghia di trasmissione tra la base e il vertice come si diceva una volta, in una sorta di sua estensione del potere esecutivo volti  a far ingoiare decisioni prese dall’alto a una base spesso incapace di vedere il proprio stesso interesse. Questo è avvenuto in maniera esplicita con gli ordini dei medici e quelli dei giornalisti che si sono assoggettati a non polemizzare e a non remare contro i diktat sanitari, sin dalla ignobile stagione della Lorenzin, dove alcuni vaccini furono resi obbligatori a suon di balle stratosferiche, anche se per fortuna si trattava di vaccini veri e non di trattamenti genici,  fino a tutti gli altri, magistratura compresa, come il caso Palamara mostra in maniera fin troppo inquietante. Ora proprio la distinzione dei poteri e delle funzioni ad ogni livello è ciò che dovrebbe impedire alle democrazie di diventare dei sistemi autoritari. Ed è stato appunto il progressivo annullamento di tali distinzioni, che ha raggiunto l’apice con l’esautorazione de facto del Parlamento, che peraltro si è fatto espropriare senza emettere nemmeno un fiato., che ha permesso di coordinare una campagna di terrore sanitario fondata su una semplice sindrome influenzale. E’ stata questa governance a forma di piovra che ha impedito lo svilupparsi di adeguate resistenze.

Adesso quelli che inneggiavano al green pass semplicemente perché fottere chi ti ha eletto è meno pericoloso per la carriera  che combattere il governo, lanciano un allarme tardivo e molto probabilmente inutile a salvare attività, dopo che molti risparmi sono stati bruciati nel tentativo di non chiudere.  Ma almeno se si riuscirà a risalire la china della dignità e dei diritti, ad uscire da questo buco nero, servirà, si spera da lezione.

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