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Presepe Pnrr, nuova mangiatoia per i Comuni

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il Pnrr stanzia 40 miliardi di euro, dei 66,4 destinati agli enti territoriali, da far spendere ai sindaci.

Ci sarebbe da gioire, se non fosse che esistono  luoghi comuni duri a morire. Uno di questi alimenta l’illusione che i primi cittadini siano più vicini ai bisogni della gente, più partecipi delle esigenze della vita quotidiana.

Magari potrebbe essere vero per Rio Bo, anche se in verità pure “microscopici paesi”  di “tre casettine dai tetti aguzzi” pagano lo scotto di leggi elettorali che hanno retrocesso il voto a timbro notarile da apporre su scelte imposte dall’alto, e di misure che hanno ridotto lo spazio dell’informazione ai cittadini e della partecipazione al processo decisionale, soprattutto in materia di opere pubbliche, di infrastrutture e appalti. E non potrebbe essere diversamente da quando l’urbanistica si è trasformata in contrattazione tra enti e soggetti privati nella quel hanno il sopravvento gli interessi dei secondi.

Anche in altri settori l’estinzione della  province e la discrasia tra governi locali e Regioni che la aree metropolitane non possono sanare ha prodotto l’esito di spezzare la cinghia di trasmissione tra poteri decisionali, dando luogo a una concorrenza sleale che si manifesta in alcuni settori cruciali, gestione dei rifiuti, assistenza e aiuto dei soggetti fragili, scuole. Per non parlare dell’occupazione, che vede i sindaci come convitati ridotti a un silenzio interrotto solo in occasione di quegli accordi di programmi diventati un rituale o una sceneggiata intesa a ratificare intese opache tra soggetti preminenti.

I quasi due anni di governo della pandemia hanno dimostrato una volta di più il ruolo di figuranti cui non si sottraggono neppure i sindaci della grandi città chiamati a mobilitare le loro polizia locali per multare i runner, controllare i pass,  svolgere quella funzione di ordine pubblico che da anni esubera prepotentemente dalle loro competenze.

Così da tempo vediamo petti in fuori cinti dalla fascia tricolore  esporsi per tirar su muri, recintare parchi, introdurre limitazioni all’uso delle panchine da parte degli indesiderabili, discriminare sull’utenza delle mense scolastiche, partecipare attivamente delle politiche governative di tagli ai fondi per l’assistenza di disabili (è di questi giorni la notizia della sottrazione di 200 milioni per “contenere la stangata del caro-bollette“), adottare circolari e disposizioni di emergenza a difesa del decoro in forma bipartisan (Bologna è stata una delle prime città ad applicare i decreti sicurezza dell’energumeno oggi insostituibile pilastro della coalizione), condurre pogrom e repulisti contro gli ultimi, immigrati, barboni, senzatetto, in modo da rassicurare i primi e anche i penultimi.

Adesso poi è stata fornita loro l’occasione per esibirsi nella funzione di pubblico ufficiale addetto alla tutela dell’ordine sanitario, come abbiamo visto fare al primo cittadino di Trieste, che aspirano ad imitare sindaci di grandi e piccoli centri che da anni si sono volontariamente fatti esautorare delle competenze sulla qualità dell’aria e della risorsa idrica, sulla tutela ambientale e quindi sanitaria.

Tutti, nessuno escluso, hanno giustificato la loro inazione e l’impotenza con l’alibi dei bilanci fallimentari e con le condizione imposte dal patto di stabilità, alle quali i più creativi hanno pensato di porre rimedio partecipando a bolle e allargando la voragine con subprime e titoli farlocchi.

Ma tutti, nessuno escluso e a tutte le latitudini chiedono più fondi, pretendono più autonomia, esigono più indipendenza e libertà d’azione proprio come il fronte delle  regioni secessioniste in modo da sbizzarrirsi nella fertile pratica delle privatizzazioni.

Il Governo ha dimostrato paterna comprensione partecipe del fatto che se le città non funzionano, se i servizi sono sempre meno efficienti e sempre più onerosi per gli abitanti, se dall’Alpi all’Etna le aziende comunali sono le sedi del voto di scambio e il suk delle pratiche familiari e clientelari, se la criminalità si infiltra negli incarichi e negli appalti, come anche nelle attività di gestione dei rifiuti, nella fornitura di acqua, la colpa è della microcorruzione, del disincanto democratico, di quei tratti antropologici dell’italiano medio, insomma,  indolente, ignavo, irrispettoso del bene comune, per contrastare i quali serve un pugno di ferro, un uomo forte, un soggetto regolatore, il mercato ad esempio.

Così ha creato un prodotto ad hoc per riparare i guasti  effetto della troppa democrazia con un attrezzo perfetto, quel ddl sulla concorrenza che delinea un settore pubblico a cui è praticamente vietato gestire qualsiasi cosa, anche i monopoli naturali, esaltando il sistema delle concessioni, più costoso  e che impedisce il controllo dal basso, accreditando così il pregiudizio secondo il quale  l’ingresso dei privati garantisca funzionalità, innovazione, efficacia delle prestazioni e ostacoli la pratica clientelare.

Così sebbene per i sindaci la manutenzione del consenso sia regolata da leggi che favoriscono  l’assenteismo e  garantiscono il successo di candidati imposti in forma coercitiva a prescindere dai loro meriti,  viene data loro un atout in più, poter rafforzare la loro credibilità.

Si tratta della rivendicazione, l’ha fatto invano la Raggi,  del successo conseguito con l’introduzione delle leggi del mercato e l’applicazione delle regole dell’aziendalismo nelle aziende comunali, che premetterebbero di “sanare”  i bilanci delle imprese del trasporto pubblico, a fronte di uno scadimento della qualità delle prestazioni, di un rincaro delle tariffe, di interventi sulla viabilità che penalizzano le periferie già condannate alla marginalità.

Il Presidente de Consiglio ha da tempo anticipato di essere stato mandato tra noi in qualità di garante che verranno accettate le condizioni e i capestri imposti dai cravattari per l’erogazione del prestiti. Ministeri, enti territoriali, comuni sono impegnati a assicurare che le linee guida indicate vengano seguite scrupolosamente come indicato dalle Missioni del Piano.

E se una volta dei documenti di programmazione di diceva che erano libri dei sogni, siamo autorizzati a dire che il Piano redatto dal Governo Conte e fotocopiato con un cattivo inchiostro da quello vigente è un libro degli incubi, per giunta farraginoso  alla faccia del dogma caro all’oligarchia: la semplificazione.

Tanto è vero che alcuni sindaci colpiti dalla pioggerella di quattrini hanno lamentato che “con gli organici ridotti all’osso sarà un’impresa ardua spendere bene e presto tutte le risorse a disposizione”, reclamando di poter godere della consulenza dei 1000 professionisti reclutati tramite bando, che promettono di diventare un nuovo bacino di scambio di favori familisti.

Comunque già sappiamo su quali linee direttrici si muoveranno gli enti locali per contribuire alla campagna di privatizzazioni cominciata tanti anni fa anche allora con la affaccendata presenza del mozzo del Britannia. A dimostrare che sono fuori dagli interventi prioritari, quelli relativi alla sanità, ai trasporti, all’energia, i sindaci sono chiamati a prestarsi per le   opere di bene della Missione Inclusione e Coesione,  quella dove la fuffa retorica la fa da padrona, alla quale i Comuni e gli altri enti parteciperanno come  “soggetti attuatori ai bandi al fine di effettuare interventi di rigenerazione urbana e social housing e di rafforzare il ruolo dei servizi sociali territoriali a favore dei cittadini, tutelando i soggetti senza fissa dimora, promuovendo lo sport quale strumento di inclusione sociale, supportando la strategia nazionale a favore delle aree interne, valorizzando i beni confiscati alle mafie” mentre la gestione economica e operativa è interamente delegata al Terzo Settore, individuato come soggetto privato moralmente più accettabile.

Anche la Missione  4, che mira a rafforzare l’Istruzione e la ricerca quali basilari condizioni per garantire lo sviluppo di un sistema economico, colloca in prima fila i Comuni ai quali è data l’occasione di “potenziare l’offerta dei primi gradi istruzione (asili nido, scuole d’infanzia) sia intervenendo sulle infrastrutture (edifici scolastici e strutture sportive) che sulla qualità del servizio, con l’estensione del tempo pieno e il maggior utilizzo delle mense” . E come? ma è ovvio, promuovendo la mobilitazione di capitali e soggetti privati a garanzia non solo di efficienza, ma della trasmissione fin dai banchetti dell’asilo dei messaggi e della cultura utile a forgiare le generazioni future, poliglotte, informatizzate, digitali, specializzate e obbedienti.

 

 

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