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La Cop26 s’incaglia nel ghiaccio

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In questo momento 27 navi mercantili di cui alcuni battenti bandiera di Hong Kong e delle Isole Marshall, sono bloccati dal ghiaccio nell’artico russo in attesa di soccorsi: è semplicemente accaduto  che alcuni settori del mare del Nord sono gelati con due settimane di anticipo rispetto alle previsioni e Alexei Likhachyov, direttore generale della compagnia statale russa che gestisce la flotta nucleare di rompighiaccio, ha accusato l’ufficio del Meteo russo di non essere riuscito a prevedere il ghiaccio precoce. Ma d’altronde il traffico commerciale nell’artico si è sviluppato proprio sull’attesa del riscaldamento climatico e tutte le previsioni tendono in qualche modo ad aderire a questa che da ipotesi scientifica è diventata un credo obbligatorio. E come prevedere una simile beffa proprio appena dopo la conferenza  Cop26 nella quale non si è deciso nulla, comme d’habitude, ma si sono celebrate molte messe cantate sugli altari del “cambiamento climatico” il nuovo idolo che dovrà portare al reset di un’economia finanziaria ormai terminale e salvare così le elite che da quarant’anni si ingrassano in maniera indecente. 

E’ chiaro che questa pressione influenza il giudizio e dunque collabora all’atmosfera millenaristica che si è creata intorno a un’ipotesi peraltro assai contestata, ma divenuto un credo dentro l’Ipcc Intergovernmental Panel on Climate Change che ci ha costruito sopra una sorta di culto di cui i media si sono voracemente impadroniti. Quindi per molti potrebbe essere una sorpresa scoprire che le ipotesi e i modelli climatici nei quali si sostanzia il culto non siano affatto la voce della “scienza”, ma  che visioni molto diverse siano sostenute da un consistente gruppo di ricercatori ed eminenti scienziati oltre al fatto che una moltitudine di documenti sottoposti a revisione paritaria contraddice molti aspetti della narrativa allarmistica dell’Ipcc. Inoltre, sta iniziando a emergere una teoria coerente sull’impatto dei cambiamenti nei gas serra (GHG), costruita sulla base della fisica sottostante, piuttosto che estratta da fantasiose simulazioni al computer e si scopre che le ipotesi costruite attorno al rapporto tra concentrazione di Co2 e temperature atmosferiche superficiali ( generalmente chiamata Equilibrium Climate Sensitivity o Ecs) semplicemente non si riscontra nei fatti. Qui sotto vedete una tabella che può apparire e estremamente complessa, ma che in realtà è molto semplice: la matassa di linee colorate rappresentano 68 simulazioni di riscaldamento delle acque superficiali oceaniche basate su 13 modelli climatici, mentre la linea nera più spessa rappresenta le misurazioni effettive e testimonia di un riscaldamento molto più contenuto del previsto e dentro le normali oscillazioni a breve periodo del clima terrestre.

Discrepanze simili a queste  emergono se si confrontano i risultati dei modelli con le registrazioni satellitari delle temperature atmosferiche. I modelli climatici inoltre non riescono a replicare verticalmente il profilo della temperatura dell’atmosfera, prevedendo un punto caldo nell’alta troposfera tropicale che semplicemente non viene osservato. Il minimo che una persona ragionevole dovrebbe concludere è che i modelli climatici sfornati dall’Ipcc non sono per nulla realistici e non possono essere presi a base di azioni politiche. Anzi nascono essenzialmente più da visioni distopiche  che dalla scienza.  I fattori che contribuiscono alla mancanza di realismo dei modelli climatici sono discussi nel recente saggio di  Steven Koonin, un fisico teorico direttore del Center for Urban Science and Progress della New York University,  Unsettled: i modelli IPCC contengono approssimazioni molto semplificate e talvolta incomplete o addirittura sbagliate della fisica sottostante . Ora voglio evitare lunghe esplorazioni della fisica atmosferica: la sostanza è che le osservazioni satellitari ci dicono che i valori di Ecs per la Co2 vanno da 1,4 a 2,3  gradi per il cielo sereno e da 0,6 a 1 grado per i cieli nuvolosi, valori lontani dai 2,6 a 8,5  gradi centigradi che vengono utilizzati nei modelli Ipcc e presentati ai media e al pubblico come fossero la verità inconfutabile. Altri studi fondati sui dati satellitari presentano valori ancora più divergenti da quelli della leggenda climatica e attribuiscono per esempio all’acqua sotto forma di nubi o di vapore acqueo il 90% di quello che si chiama effetto serra, anche se il nome è sbagliato. 

Questo è importante perché le cifre ipotetiche e non corrispondenti ai fatti  dell’Ipcc rendono le variazioni dell’attività solare in gran parte irrilevanti per il clima terrestre, qualcosa che già di per sé suona come una sciocchezza visto che tutto il clima dipende dalla radiazione solare. Ora possiamo chiederci se per esempio le ondate di freddo dell’inverno scorso sia in alcune zone del continente americano sia nel centro est dell’Europa e ora  l’anticipo dei ghiacci in Artide non sia da mettere in relazione con un ciclo di minimi solari particolarmente rilevanti che sono cominciati proprio nel 2020. La butto lì, ma al di là di questo la realtà è che il clima è determinato una molteplicità enorme di fattori e concentrarsi solo sulle emissioni antropiche di Co2 che sono soltanto una minima parte dell’equazione è abbastanza insensato; se poi si sovrastimano i valori Ecs  di un fattore che varia da 5 a 17 rispetto alle misurazioni satellitari, allora tutte le previsioni catastrofiche mostrano la loro natura strumentale.

 

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