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Pandemia, la riscossa dei mediocri

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Due giorni fa in coincidenza non casuale con le restrizioni al libero diritto di manifestare, è stata confermata la fiducia, chiesta dal governo, sul decreto green pass, approvato dal Senato con 199 voti favorevoli e 38 contrari, nessuna astensione. Il provvedimento, varato dall’esecutivo il 21 settembre scorso, disciplina le modalità per estendere l’obbligo della certificazione vaccinale nei luoghi di lavoro del settore pubblico e privato. Sarà ora trasmesso alla Camera per la conversione definitiva in legge.

Si sancisce così il riscatto dei mediocri. Nemmeno questo mi convincerà a dar ragione al misoneismo sprezzante di Eco, ma è più che probabile  che la comunicazione in rete e sui social abbia affrancato dall’invisibilità un mondo di sotto e di mezzo che adesso si sente legittimato a vomitare insulti, a disprezzare e ridicolizzare anche e soprattutto chi in passato ha idolatrato: personalità autorevoli cui imputano la colpa di prendere le distanze della narrazione mainstream, di usare le proprie conoscenze, a differenza dei sagrestani del tempio della scienza e dei custodi del controllo sociale e della censura, allo scopo di informare e svegliare invece di manipolare e narcotizzare.

È l’unico lusso concesso alla “massa” dal dominio, l’uso senza censure per chi ha scelto la soggezione e il conformismo,  di un formidabile potere, sia pure rozzo e fortemente condizionato,  per esibire le proprie credenziali morali, certificate da un lasciapassare che anche così, ve ne fosse mai bisogno, dimostra di non possedere nessuna finalità sanitaria.

Certo se si è in 100 è meglio: si possono pubblicare contro appelli e lettere aperte con firma in calce istantaneamente pubblicati dai giornaloni esultanti, ma funzionano anche la riesumazione senza segni evidenti di esistenza in vita di ex sindacalisti, sociologi minacciati dai fermenti dei margini, pensosi opinionisti costretti a lasciare il posto ai propri figli e nipoti grazie al familismo giornalistico e pure le invettive individuali di laureati all’università della strada  che premette comodamente di fare copia incolla della scienza “vigente”, evitandosi la fatica della conoscenza.

Che pacchia, un tirannello grigio ma feroce ha messo loro in mano un giocattolo con cui trastullarsi, con tanto di app che attesta per un anno la loro superiorità, il loro sapere, il loro senso civico, il loro spirito di servizio, e grazie al quale  possono sentirsi “parte “ attiva di una maggioranza benpensante e benvivente, autorizzata a esigere l’iscrizione coatta dei disobbedienti o la condanna all’emarginazione l’anatema e il  linciaggio.

Sono ammessi così a contribuire all’applicazione dei valori portanti dell’ideologia imperante, quelli della concorrenza sleale, dei criteri e delle norme che regolano con mano ferma le ingiuste e arbitrarie  licenze, elargite come regalie compensative, permettendo che si penalizzino competitori veri o inventati, quelli   che hanno conquistato più like, più visibilità, più  comparsate in tv, ma soprattutto quelli che hanno meritato nel vero senso della parola, con tenacia e applicazione più titoli in libreria e più diplomi di studio, che potrebbero dimostrare una reale supremazia sociale, culturale e morale.

Che pacchia villaneggiare Agamben, dileggiare il Cacciari antiautoritario dopo che lo si è votato in qualità di podestà,  il premio Nobel, il clinico che rischia per la sua disobbedienza, in collaborazione con autorità e stampa tutta,  grazie al diploma temporaneo conferito in qualità di caporali di giornata sotto il generale della Nato. Che pacchia poter rivendicare saggezza, lungimiranza e sapere, da testimonial di quell’idea dell’istruzione imposta da anni di controriforme, che ha fatto della scuola il tirocinio per mansioni esecutive frustranti e alienanti, legittimando la superfluità di una conoscenza, e dei suoi attestati, che sviluppi talento e libertà di opinione e autorizzando i diplomi in Albania, il plagio delle lauree e in sostanza la convinzione che cultura e carriere siano all’origine destinate solo a chi vi può accedere e che per chi non ha le possibilità per acquisirle si accontenti dei margini e di espedienti realizzati con obbedienza e fidelizzazione.

Che pacchia essere autorizzati a norma di legge a colpire con orgoglioso ostracismo chi osa sconsideratamente paragonare l’impedimento a manifestare alla censura fascista che consegnava le piazze solo alle adunate di regime, o le leggi razziali al Green Pass, che pacchia potergli augurare il confino in un lager a scopo pedagogico. Che pacchia per l’infermiere che si sente eroe e martire, auspicare di avere tra le mani il novax per dargli una lezione, per il  medico retrocesso a impiegato amministrativo di basso rango, intimorire il vecchietto e imporgli il vaccino coatto in nome del giuramento che da anni ha tradito quotidianamente,  che pacchia per i rimandati in scienze salire in cattedra e sbertucciare Montagnier.

L’elenco è infinito e dimostra che alla fine vince chi comanda perché ha la capacità, quella sì superiore, di dirottare l’odio che meriterebbe verso obiettivi diversi.

Ed è vasto anche l’elenco delle motivazioni: dall’invidia  che anima le contese corporative tra filosofi e clinici ormai ridotte agli schemi narrativi delle serie di Netflix,  alla comodità di esercitare, senza sforzo sul sofà o in poltrona davanti al pc, addirittura in pizzeria se ci si è conquistati un posto all’interno, un potere maligno  di esecrazione senza che all’oggetto, indicato dalle autorità come criminale e reo, venga dato diritto di difesa. Non hanno diritto di parola da due anni, nemmeno i capri espiatori, le vittime designate di restrizioni e obblighi come comandato da Confindustria con l’appoggio dei sindacati, chi ha sofferto le pene comminate dal regime di eccezione, esposti serenamente a rischi che per gli altri erano definiti mortali, mentre è offerta una tribuna privilegiata a chi maschera da scelta libera e informata l’accettazione di un ricatto e di una minaccia intimidatoria.

È anche plausibile che covi in certi soggetti l’invidia della sia pur rischiosa capacità di esercitare il libero arbitrio, di dissentire e andare contro quando tutto congiura per criminalizzare e penalizzare chi non aderisce al pensiero e ai comportamenti comuni. E che si combina con quella decisione maturata in anni di osservazione del mondo dal davanzale dalla finestra del tinello o dello studio che sia inutile schierarsi, che sia futile impegnarsi se non aggrottando le sopracciglia e aderendo ai gruppi Facebook contro le discriminazioni, perché tanto non c’è alternativa, non esiste la possibilità che un blocco sociale si formi per rovesciare il tavolo.

È lo stesso credo del ritiro che anima i puristi, quelli che con scontrosa sicumera invitano a guardare la luna, perbacco, senza concentrarsi sul dito, quelli che facendo mostra di infallibile razionalità e virtuosa integrità raccomandano di non perdersi in queste retrive battaglie di retroguardia, quelli che: mai coi fascisti di Forza Nuova, preferendo con la loro astensione e il loro casto Aventino dare indiretto sostegno al totalitarismo che ha inviato il bancario a fare il suo sporco lavoro, sospendendo ogni giudizio alla fine dell’emergenza sanitaria.

Quando cioè, non hanno la testa e il cuore abbastanza spaziosi e attrezzati per fare più lotte in una volta, che tanto sempre di quella di classe si tratterebbe, si sarà legittimati a occuparsi dell’emergenza sociale che l’ha determinata.

Chiamateli come volete, come li chiamavano Longanesi o Flaiano, questi soldatini della maggioranza che non è più silenziosa perché è stata concessa loro la voce per gridare la loro rancorosa mediocrità nel culto dell’obbedienza. Però vi suggerisco di ricordare i nomi e le facce dei loro guru, di crearvi una banca dati delle loro citazioni (ecco qualche esempio: “Vorrei vederli cadere come mosche”,  Andrea Scanzi, giornalista. “Tutti i vaccinabili siano immunizzati con le buone o con le cattive”, Matteo Bassetti, infettivologo. “Mi impegnerò a staccare la spina ai pazienti non vaccinati”. Carlotta Saporetti. Infermiera. “I rider dovrebbero sputare nel cibo dei no-vax”,  David Parenzo, giornalista. “Io sono molto democratico: campi di sterminio per chi non si vaccina”. Giuseppe Gigantino, dottore. “Carrozze dei treni dove segregare i no vax”, Mauro Felicori, assessore alla cultura Emilia Romagna) per quando, se ci sarà un dopo, rinnegheranno la loro mesta militanza di servitù.

 

 

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