Anna Pulizzi per il Simplicissimus

Come era facile immaginare, la terza dose non è più una lontana ipotesi ma va acquistando la fisionomia di un obbligo al pari delle due precedenti. E’ un film già visto di cui è impossibile non conoscere il finale e d’altra parte la Commissione europea non ha certo acquistato due miliardi di flaconi aggiuntivi solo per esporli alla polvere nella sua affollata vetrina dell’inganno. Chi ha sperato qualche mese addietro che la narrazione pseudo-sanitaria sarebbe entrata in avvitamento incontrollato a causa delle sue incongruenze, non ha fatto i conti con il fatto che ormai nessuna logica argomentazione può avere un peso paragonabile alla sorda legge del profitto.

Ragionare quindi su come sia possibile da un lato continuare a spacciare per efficace la doppia razione iniziale e dall’altro evidenziarne l’insufficienza obbligando alla terza, è possibile solo fingendo di ignorare che ormai ci muoviamo in scenari kafkiani, increduli di fronte all’impotenza della ragione. Ed è spesso abbastanza frustrante argomentare sulla funzione puramente ricattatoria del lasciapassare o sui ‘vaccinati’ che popolano le corsie d’ospedale, o sulla moltiplicazione di decessi improvvisi specie tra i giovani, così come lo è il presentare dati, studi e opinioni di esperti nostrani e stranieri che non cantano nel coro del terrorismo sanitario. Due anni di follia hanno prodotto una frattura profonda tra chi è disposto a giustificare qualsiasi abuso e chi invece si riserva ancora la facoltà di distinguere il grano dal loglio. Si è scritto molto sulla propensione della maggioranza ad aderire alla narrazione ufficiale ma non si dirà mai abbastanza sul fatto che la maggioranza si affida sempre al verbo che cala dall’alto in quanto scelta più rassicurante, ciò che costituisce d’altra parte la pietra angolare di ogni dispotismo e naturalmente di ogni culto.

Ormai possiamo individuare abbastanza bene ogni successiva intenzione del potere attraverso il cifrario usato per i suoi messaggi. Si inizia con un’uscita apparentemente iperbolica di un sottosegretario o di qualche laureato in medicina televisiva, a cui presto seguono gli editoriali dei pupazzi della carta stampata e le opinioni a senso unico nei dibattiti tv, finché quel che sembrava un’ipotesi surreale diventa il cardine del successivo decreto legge. E’ una via di mezzo tra l’arroganza del potere ed il principio della rana bollita, in un trionfo di hub e booster e droplet e cluster perché la lingua del padrone dà sempre un tocco di credibilità agli occhi degli xenofili anche se asintomatici. E poi se non basta ci sono sempre le manganellate, queste invece nostrane assai, così come lo è l’interpretazione fraudolenta della Costituzione a esclusivo vantaggio del ceto possidente, mentre il miserabile di turno dà prova di solerte piazzista di medicamenti fallaci nell’eco del successo come cicisbeo della cupola finanziaria.

Se poi chiederanno il confinamento in casa per i non vaccinati, da estendere in prospettiva a chi salterà ogni successiva dose annuale, tutto possiamo fare tranne stupirci. Il regime ha bisogno di una minoranza interna da colpevolizzare e su cui indirizzare il rancore per poter meglio servire i suoi burattinai. Così in parallelo alla diatriba pandemica si avrà non soltanto un nuovo giro sulla giostra dell’impoverimento collettivo ma anche lo smantellamento definitivo della previdenza sociale, della scuola pubblica, del servizio sanitario, di tutto ciò che insomma per qualche decennio ha reso il nostro paese un posto in cui valeva la pena vivere, breve interludio tra due epoche oscure. Non è indispensabile la narrazione pandemica per far fluire montagne di quattrini dai bilanci statali al grande capitale finanziario, fenomeno già in atto da diversi lustri, ma il clima d’emergenza facilita il processo, giustifica agli occhi della collettività sia il surplus di sacrifici sia i provvedimenti oppressivi, creando inoltre un capro espiatorio per ogni successivo disastro provocato ad arte.

Non siamo soli in questo scivolamento verso la barbarie. E’ un fenomeno che interessa l’intero impero d’Occidente, strangolato dalle sue oligarchie insaziabili esattamente come quello di quindici secoli fa, perché la storia non si ripete ma i vizi umani sì ed ecco perché ogni parallelo col passato diventa lecito, pure quello di chi sfila vestendo la propria indignazione con la divisa a righe dei deportati e la stella gialla. E come accaduto anche in altri tempi la resistenza è tutta da costruire, perché siamo orfani di grandi soggetti politici e sindacali che se non si fossero suicidati per trenta denari avremmo potuto opporci ai furti passati e presenti in fatto di tutele, sicurezza, fiducia nel domani, civiltà. Anzi, è stata proprio la vista delle loro carcasse a regalare al potere economico la tracotanza con cui va eleggendo l’iniquità a fondamento di futuri assetti sociali, lasciando agli Stati le sole funzioni che le sono riconosciute all’apogeo del delirio neoliberista, ovvero il pompaggio costante di ricchezza dai ceti bisognosi a quelli benestanti e la repressione armata del dissenso.

Non può esservi spazio per il pessimismo in questa deriva. La resistenza può nascere come atto individuale ma si consolida attraverso la diffusione di consapevolezza e l’organizzazione, i cui semi sono già stati inconsapevolmente gettati da un sistema che ormai prolunga la propria agonia rubando perfino nelle tasche dei ceti da cui storicamente trae sostegno. Lo fa avvalendosi di espedienti emergenziali, oggi sanitari e magari di qui a breve dal tenore ecologista, ma non può fare a meno di inasprire il malessere e provocarne effetti che nemmeno presso una maggioranza intimidita o succube è possibile dominare a lungo con la menzogna.