Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dopo che per lungo tempo le vittime dell’Olocausto sono state smentite o tacitate perché le loro memorie non aprissero ferite, per non creare lacerazioni, per non accreditare l’ipotesi molesta che quello che era accaduto si potesse ripetere, adesso, grazie alla provocazione di alcuni manifestanti di Novara che hanno sfilato contro il Green Pass indossando le divise dei deportati, abbiamo conquistato nuove certezze.

La prima è che a parlare della Shoà sono autorizzati solo i diretti testimoni ormai nonagenari, sopravvissuti ai crimini fisici e morali, al possibile suicidio indotto dall’incredulità del mondo che voleva dimenticare, alle umiliazioni del negazionismo che ha vilipeso tutte le vittime, ebrei, zingari, omosessuali, matti e dissidenti, con l’effetto desiderato che la loro scomparsa chiuda definitivamente il secolo breve, illudendo che l’oblio possa sostituire la condanna e che la damnatio memoriae interrompa il corso della storia e le sue infinite repliche.

La seconda certezza – da mesi si prepara il terreno per affermarla – è che si raccomanda cautela anche agli storici, dando diritto di parola solo agli specializzati, selezionati tra i tecnici del ‘900, in modo da esonerare gli incauti esegeti della democrazia e i critici dei totalitarismi che troppo spesso si prestano a paragoni inappropriati.

Ovviamente tanta prudenza  riguarda la presenza sulla stampa e in Tv, perché invece l’opinione pubblica, composta di gente che ha trascurato anche la consultazione del Bignami in vista della maturità ormai orbata del tema di storia e compresi gli insegnanti che arrivano frettolosamente a giugno al trattato di Versailles, è autorizzata a esibire la sua conoscenza del tema, maturata con la lettura del Diario di Anna Frank anche quello retrocesso a prodotto letterario come succede appunto quando la decontestualizzazione serve a deviare i riflettori da responsabilità personali e collettive troppo scabrose.  E d’altra parte succede anche con il Decamerone e i Promessi Sposi che qualche notizia in più potevano darla in merito alle pestilenze.

E difatti il linciaggio quasi unanime,  condito dall’invito rivolto alle autorità a “deportarli”, confinarli, mandarli ad Auschwitz così imparano,  di cui sono oggetto gli sfrontati che hanno osato paragonare le discriminazioni, l’emarginazione condotte prima delle persecuzioni nei confronti degli italiani ebrei, alla pratica di esclusione e apartheid cui sono sottoposti i critici della gestione pandemica, culminate nella produzione di un lasciapassare che non possiede nessun carattere sanitario ma solo l’intento di ridurre gli spazi esistenziali, civili, sociali di una minoranza, ha come sostegno culturale e morale il patrimonio di analisi, dati, testimonianze del fascismo, del nazismo e dei loro crimini, prodotto da autorevoli divulgatori, Benigni, Pansa, Montanelli, Gervaso, Giordano Bruno Guerri, e pure Spike Lee o nel migliore dei casi Spielberg.

Non parliamo poi dei filosofi, zittiti quando osano cimentarsi con i limiti posti dall’ideologia dominante al libero esercizio del pensiero, abusati invece da morti, quando basta Wikiquote per far bella figura su Facebook, lanciando anatemi contro gli indifferenti e evocando la orecchiata  banalità del male come se si trattasse di un cigno nero, un incidente o una manifestazione estemporanea e occasionale.

Per quanto mi riguarda ho scoperto che non sono consentite nemmeno le memorie famigliari: proprio oggi sono stata accusata di profanarle per aver avuto l’ardire di ricordare, a proposito del deplorato paragone, che la discriminazione degli ebrei non si è rivelata d‘improvviso, fulminante e inattesa, ma come un processo a lungo annunciato e poi materializzatosi con azioni sempre più stringenti.

Centinaia di testi di storia, biografie e autobiografie, romanzi che ricreano quel clima tossico, confermandolo, ripropongono lo stesso interrogativo, come, cioè,  si spiegano  la sorpresa, l’imprevidenza, la sottovalutazione che ha trasformato migliaia di cittadini italiani in un allarme sociale, in paria da mettere ai margini, in pericolosi “estranei” da isolare anche per via di abitudini, tradizioni, usi incompatibili con l’italianità.

La prima risposta potrebbe essere che appunto tutto è stato graduale, si cominciò con l’esclusione dei ragazzini dai circoli ricreativi e sportivi (pensiamo ai Finzi Contini che improvvisano il campetto per il tennis in giardino) e dalle associazioni culturali – mio padre ne ebbe la rivelazione quando dopo aver incamerato la quota sociale, lo espulsero dal Touring club.

Poi cominciò la discriminazione dei docenti nelle scuole e nelle università, l’emarginazione di illustri clinici negli ospedali e negli enti di ricerca,  il congedo disonorevole degli ufficiali dall’esercito, condotti secondo uno sviluppo velenoso culminato nelle leggi razziali del ’38, che sancirono le regole, anche quelle di mercato, per penalizzare la concorrenza “sleale”, far retrocedere funzionari dello stato e poi licenziarli, escludere competitori preoccupanti,  fino a proibire i matrimoni misti, cacciare gli studenti da scuole e atenei, dal lavoro, dai mestieri come dalle  professioni.

Il sostegno scientifico a questo delitto era offerto dal Manifesto della Razza, che  teorizzava la concezione biologica del razzismo,  dimostrando l’inferiorità antropologica, fisica, somatica, intellettuale e sociale degli ebrei, l’esigenza di non “assimilarli” costituendo un rischio di contagio per la “pura razza italiana”.

Le affinità con il presente, contestate dal bullismo di “intellettuali” e filosofi che trattano la loro funzione sociale come fossero commercialisti che devono applicare regole e norme e difenderne la qualità anche quando sono palesemente lesive dell’interesse generale, sono evidenti.

È evidente che non è vero che il lasciapassare serve a persuadere i cittadini a vaccinarsi, bensì che il vaccino è propedeutico e funzionale al green pass, lo strumento che  è stato scelto per procedere a una identificazione e rintracciabilità rapida e semplificata dei potenziali rischi sociali incarnati da disobbedienti, disertori, oppositori, allo scopo di limitarne movimenti, attività, aggregazioni, per poterne più facilmente censurare la libera espressione, in attesa di estenderne l’uso per creare una frattura incolmabile tra cittadini di serie A e di serie B, da escludere dall’accesso a lavoro, assistenza pubblica, istruzione, in qualità di immeritevoli.

E qui viene buona la seconda risposta al quesito di sempre, come fu possibile che accadesse?

Come succede adesso. Con la correità di una maggioranza che aspira a sentirsi superiore, grazie all’obbedienza, e che spera così di ricavarne dei benefici. Con il sostegno di una stampa assoggettata e correa, con l’appoggio di una scienza implicata nell’affarismo industriale, con la insensata sicurezza di chi crede che sia impossibile che misure temporanee dettate da una emergenza consolidino una eccezionalità illegittima, permanente e incontrastabile. E con l’instaurarsi di un regime che applica su scala i modi dei totalitarismi: imperialismo interno, sfruttamento del lavoro,  censura, emarginazione degli improduttivi parassitari preparatoria di qualche soluzione finale, controllo e sorveglianza in ogni contesto della vita individuale e collettiva, esaltazione delle gerarchie “ecclesiastiche”, religiose e scientifiche, ricorso all’intimidazione e al ricatto favoriti dalla paura dell’autorità coma dalla riproposizione della figura di nemici interni ed esterni. Ed anche con la negazione legalizzata della storia e della sua verità, che aiuta a accreditare l’impossibilità che l’infamia si ripeta e che sconfessa che gli italianibravagente ne siano complici, come invece sono stati nel passato, fingendo che non sia fisiologico che dalla discriminazione, anche grazie a correità e delazioni, si passi alla persecuzione.

Per quanto mi riguarda io non sfilerei con la divisa  dei deportati, proprio perché non intendo per nessun motivo prestarmi ad essere vittima. Dovessimo prepararci a indossare un simbolo, al posto della stella gialla e della divisa a righe, meglio sarebbero il giacchetto di pelle e il berretto di Marek Edelman nel Ghetto di Varsavia.