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E’ venuto il tempo del Flou Flou

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sarà per colpa di Galimberti, ma comincio a nutrire una certa diffidenza nei confronti degli psicofilosofi o filopsicoanalisti, particolarmente amati e seguiti da fanatici del “progressismo” ancora indecisi se accettare supinamente la rinuncia a qualsiasi alternativa (a molti pare si addica la conversione  del conflitto di classe in vertenza con Edipo e il suo trasferimento sul lettino),  oppure se continuare a trastullarcisi come dei flâneurs davanti la libreria piena di tomi, che esibiscono nelle rare interviste concesse dal loro buen retiro, dove coltivano il “ritiratismo” aventiniano, disilluso dopo la caduta delle utopie rivoluzionarie, persuasi che ogni contatto con il potere sia un contagio, per non parlare di quello con le masse per le quali si dicono disposti a morire, ma non camminarci a fianco o a sfilare in piazza.

Uno di questi, Miguel Benasayag,  trae auspici ottimistici per il futuro, qualora riusciamo ad abbandonarci al flou, una condizione esistenziale che permetterebbe di convivere, dice lui, con lo sfocato, l’incerto, l’indefinito suscettibili di perturbare l’ordine gerarchico imposto dal sistema facendo emergere un altro sacro, che aiuti le persone a sentirsi vive anche se non risolte e contraddittorie.

Lo so, anche voi leggendo queste citazioni sarete tentati di dire che si tratta di un appartenente alla corrente mai estinta degli acchiappacitrulli.

E credo che abbiamo ragione, perché questo traguardo dell’etica situazionista si dovrebbe raggiungere malgrado gli attentati che compie ogni giorno il tecnocapitalismo, malgrado le sue ingerenze in ogni sfera dell’esistenza, malgrado le tremende disuguaglianze che induce  e incrementa, diventate processi fatali e irresistibili che tocca subire per non cadere in tentazioni rivoluzionarie che si sono dimostrate, cito sempre da lui, disastrose.

Il fatto è che sono ormai pochi i “pensatori” che si sottraggano a questa colonizzazione dei cervelli attuata dal neoliberismo, che li ha convinti che l’unica risposta al che fare è niente, stare a guardare in difensiva come lo scrivano Bartleby, che si limita a dire “preferirei di no”, più saggio, si sostiene,  dei militanti tristi precipitati giù dagli scaloni del Palazzo d’Inverno o degli attivisti gioiosi, perlopiù latinoamericani, trattati come simpatici mentecatti che ci avrebbero provato ma senza riuscire a influenzare l’apparato istituzionale, almeno quanto ci è riuscita la Cia. Per non parlare dei populismi che come al solito sono accusati di parlare alla pancia della gente, sempre più vuota, senza offrire sviluppi creativi, come il flou?

Come incoraggiamento per chi aspetta che il capitalismo si suicidi, il nostro Benasayag li conforta: il ceto dominante non è costituito da superuomini che stanno ordendo e portando avanti una cospirazione, non seguono un disegno criminale contro le democrazie. E’ invece più probabile che si tratti di strateghi senza strategia.

All’anima della consolazione, dovremmo essere confortati dall’ipotesi che il Grande Reset sia un canovaccio buttato là per rimbambirci di paura, tanto da desiderare di essere anestetizzati con le loro balle e le loro promesse di crescita, magari verniciata di green, mentre loro annaspano, si agitano, macinano bolle, giocano alla roulette, a Monopoli e a qualche wargame, anche se la guerra tra blocchi sembra un’opzione vantaggiosa solo per un vegliardo in preda ai deliri della demenza, visto che invece si rivela sempre più profittevole quella di classe di chi ha e perciò comanda contro chi deve essere sfruttato fino all’estinzione di ogni risorsa.

Inutile ricordare che anche senza andare al secolo breve, che alcune strategie, dopo la libera circolazione di capitali, dopo la finanziarizzazione, dopo l’euro, ci hanno già spinto nel baratro, anzi a essere precisi li chiamerei complotti, dalla gita sociale sul Britannia, all’imposizione dell’austerità, dal fiscal compact al Next Generation Ue con i suoi vincoli ricattatori.

Semmai c’è da preoccuparsi di più perché questa strategie non sono nelle mani di personalità demoniache, di ingegni diabolici o di Golem onnipotenti, macchè, si tratta di gerarchie di funzionari, di magnati che non producono arricchendosi più che con la circolazione di merci, con la compravendita dei nostri dati, consumi, desideri, preferenze, inclinazioni, di consigli di amministrazione che aziende che “producono” reddito giocando al casinò azionario, di vertici di multinazionali della salute che mirano alla medicalizzazione della società in modo da spostare secondo i propri interessi eserciti di lavoratori con la flebo attaccata al braccio.

E mettiamoci anche le altre cupole quelle esplicitamente criminali, delle quali il sistema legale ha mutuato comportamenti, procedure e rituali  per trasferirli alle relazioni industriali e commerciali, dove vigono le regole del racket, dello strozzinaggio, del ricatto.

E difatti a ben guardare siamo pieni di esempi lampanti che abbiamo a che fare con peracottari, spacciatori di prodotti taroccati con preferenza ultimamente per quelli sanitari, di ricostruzioni al servizio di speculazioni o meglio ancora del “non fare” che si rivela sempre redditizio  in combinazione con provvidenziali ritardi, doverosi cambiamenti in corso d’opera, emergenze  da gestire con leggi speciali extra legem e autorità eccezionali.

La loro rivoluzione digitale si riduce a app indirizzate alla sorveglianza che si rivelano fallimentari perché i beneficiali, qualcuno promosso commissario o ministro, rivelano subito le loro inettitudini, la loro bulimia di cemento viene giustamente ridicolizzata all’estero dove, come il sindaco di Venezia, di presentano per vendere le loro grandi opere tarocche.

E che dire della loro esibizione di principi e valori costituzionali che ha bisogno di assoldare teppisti per alimentare l’immagine di un antifascismo in confezione spray, da spruzzare come una vernice sul marcio dei loro crimini?

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