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Odiosi odiatori

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Da anni è in corso uno stravolgimento semantico che viene impiegato da chi rivendica una superiorità culturale, sociale e quindi anche morale, al servizio dell’ideologia che ha occupato menti, immaginario collettivo e che sottopone chi non si adegua e non l’accetta a una pratica ormai sempre più esplicita di critica, censura, discriminazione.

Uno dei suoi sacerdoti è il professor Galimberti che ha acquisito notorietà grazie all’uso improprio di studi che dovrebbero contribuire alla crescita della persona umana, alla custodia e manutenzione del pensiero indipendente, dispiegato in rubriche sui giornaloni, comparsate tv, instant book e che ha avuto una più prospera notorietà per aver richiesto con gran foga il Tso per i renitenti al vaccino, subito seguito dai fanatici del green pass che hanno impropriamente equiparato il lasciapassare alla patente dimostrando che   la laurea in materie umanistiche non risparmia da squillanti castronerie.

Quel diploma universitario in filosofia di Galimberti, che lo autorizza a sconfinare in tutto lo scibile del bric à brac contemporaneo detenuto da sociologisti, psicoanalisti, opinionisti, cronisti della post antropologia, gli dovrebbe essere tolto con una certa brutalità per via, tanto per cominciare, dall’impiego aberrante del termine cultura, che come si sa definisce quel patrimonio di cognizioni ed esperienze  che  concorre alla formazione dell’individuo sul piano intellettuale e morale e all’acquisizione della consapevolezza del ruolo che gli compete nella società.

Proprio oggi vengono riprese le sue autorevoli dichiarazioni in veste di figurante irrinunciabile per i temi etici di un talk show  nelle quali con imperdonabile superficialità da cronista di nera,  a proposito del caso Morisi, paragona i comportamenti dell’utilizzatore finale di escort con l’aggravante che erano di sesso maschile, alla punta dell’iceberg della “cultura dell’odio”. Era presenti con le stesse finalità pedagogiche anche la Professoressa Fornero, che faceva sì con la testolina quando il dotto pensatore illustrava i contesti nei quali la cultura dell’odio si esprime: la strada dove devi chiedere informazioni  in giacca  e cravatta per essere ascoltato, nella scuola dove regna il bullismo, ovunque perché non c’è più gentilezza, quella che ha caratterizzato le prestazioni dell’ex ministra così leggiadramente delicata da frignare quando mandava in rovina larghi strati di popolazione forse troppo maleducati per i suoi gusti da richiedere il riconoscimento di diritti maturati.

L’ossimoro usato da filosofo la dice lunga sia sulla sorprendente interpretazione del termine “cultura” alla rovescia, in negativo proprio come è successo alla lotta di classe dei ricchi e potenti condotta contro i poveri e gli sfruttati, che quella che dà dell’odio inteso come rottura delle regole del bon ton, ribellione ai dogmi del politicamente corretto e delle convenzioni relative anche all’outfit, e da condannare unicamente quando reca un marchio indelebile riconducibile all’energumeno arruolato dell’esecutivo, mentre diventa virtù civica se legittima violenta discriminazione, criminalizzazione e punizione di chi si oppone, di chi ha l’ardire di esprimere dubbi, di chi si sottrae per non restare vittima del crollo, ormai prossimo, di una impalcatura di menzogne di regime.

Chiunque si sia posto in una posizione “altra” rispetto a questa sceneggiatura epica recitata dalle autorità, ha provato sulla sua pelle quell’odio, quel risentimento inspiegabile che lo taccia di egoismo e di codardia quando chi si oppone sta scontando e duramente le sue perplessità e pagando e duramente sue convinzioni dovendo rinunciare ben oltre la pizza al chiuso o la visita al museo, al salario, alla socialità, ai viaggi, alla frequenza universitaria.

Per fare un caso personale, un mio contratto di consulenza è stato bruscamente interrotto unilateralmente da una organizzazione che opera nel campo della sicurezza e della legalità, per via dei miei scritti corsari su questo blog e del mio antagonismo ribellista che mi fa rifiutare i diktat governativi, incompatibili con i suoi “valori” democratici di “sinistra”.

Ma stanno certamente peggio insegnanti, portuali di Trieste, dipendenti delle Ferrovie, personale sanitario, colpiti nel salario e nelle aspettative di carriera e che stanno pian piano alzando la testa per rispondere con la forza civile delle loro contestazioni e manifestazioni all’odio incivile che li sta perseguitando.

Qualcuno ha detto che stiamo vivendo l’imposizione di una apocalisse permanente, nella quale i cavalieri e un esercito di stolti benpensanti che sperano di cavarsela mettendosi al loro servizio, alimentano quella che Galimberti chiamerebbe una “cultura” dell’emergenza,  che deve tradursi nella difesa  del poco che ci è stato concesso minacciato dal terrorismo, dal cambiamento climatico con le sue bombe d’acqua, dal contagio dei no vax, dai cinesi che premono alle frontiere commerciali, dagli islamici che professano un culto incompatibile con la nostra civiltà superiore, dai marziani die quali sarebbe prossima la venuta, dalle pestilenze che si ripresenteranno periodicamente.

Come si sa si tratta di rischi dei quali siamo corresponsabili, per aver permesso che si affermasse la convinzione che l’inquinamento dei grandi colossi delle sporcizia e dei veleni si possa combattere raccogliendo lattine, comprando auto elettriche o affrontando i mali prodotti dal mercato attraverso meccanismi di mercato, o che le pandemie annunciate da decenni si possano contrastare trasformando la politica in medicalizzazione universale, o la classe dirigente viziosa dovesse essere sostituita da tecnici, militari, autorità dedite alla repressione come strumento di consolidamento delle proprie posizioni, ma anche come espressione della propria indole. Quella di una minoranza che indirizza il risentimento, la violenza, la ferocia dall’alto verso il basso, invidiosa di chi ancora conserva il sogno della libertà e dell’eguaglianza.

 

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