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Reato di pensiero

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Quando ancora si festeggiava il 25 aprile si levava sempre un doveroso richiamo bipartisan a ricordare carabinieri e poliziotti  che avevano ritenuto giusto disobbedire agli ordini e rispettare leggi inique e criminali, chiudendo un occhio, tacendo sulle attività degli oppositori che nei piccolo centri conoscevano fin da bambini, aiutando chi nascondeva gli ebrei.

Oggi nemmeno quella disobbedienza sarebbe più una virtù, a vedere le perentorie richieste di provvedimenti disciplinari, già annunciati a mezzo stampa,  contro la vice questora che in piazza ha osato pronunciarsi, in abiti civili, contro il green pass:  “Noi poliziotti, ha avuto l’ardire di ricordare,  abbiamo giurato sulla Costituzione, per questo sono qui”, sostenendo che “il green pass italiano è illegittimo” e bisogna “unire le nostre energie per indicare una via migliore”.   Le ha subito risposto la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, la stessa che aveva mostrato delle perplessità iniziali sull’efficacia del lasciapassare e sull’ipotesi che le forze dell’ordine venissero distolte dai loro compiti istituzionali per essere retrocessi a controllori del certificato .  Riguardo alle gravissime dichiarazioni rese dal vice questore Schilirò durante la manifestazione no vax di ieri sera a Roma, ha comunicato,  sto seguendo la vicenda personalmente con il capo della Polizia,  affinché vengano accertate, con assoluta celerità, le responsabilità sotto ogni profilo giuridicamente rilevante a carico dell’interessata”.

L’incidente fa luce finalmente sulla percezione della sicurezza di molti connazionali oltre che delle autorità, che dovrebbe essere limitata alla gestione dell’ordine pubblico, alla tutela del decoro, alla vigilanza e repressione di comportamenti trasgressivi, al contributo alla soluzione amministrativa e coercitiva dell’immigrazione irregolare, in una parola ai principi cui si sono riferiti i decreti che vengono imputati alla lega, rimuovendo opportunamente il contributo del ministro riformista Minniti, e che sono stati opportunamente riverniciati nelle parti più esplicitamente vergognose proprio dalla Lamorgese, cui dobbiamo anche la fotocopia dell’indegno patto con la Libia.

La funzionaria imputata di senso civico, di amore per la carta costituzionale diventata ormai un prodotto letterario da far elogiare a qualche guitto di regime, di indole solidale e – e questa è proprio un’esagerazione – di rispetto per il valori della democrazia, ha tutte le caratteristiche per suscitare deplorazione, dimostra un elevato livello culturale che la rende incompatibile con la tolleranza per attitudini e azioni incivili e disumane  a carico di sbirri, assolti dalla morale comune grazie alla manomissione di una sciagurata poesia di Pasolini, mostra di avere un coraggio che dovrebbe essere impiegato  in regime di esclusiva al contrasto alla criminalità o a comminare sanzioni a pericolosi runner,  ristoratori e clienti di palestre che disertano l’obbligo verde.

Per giunta è una donna, che dovrebbe accontentarsi di essere stata ammessa a una professione maschile manifestando sobrietà e pudore e dedicandosi a settori specialistici, femminicidio, violenze di genere, limitandosi a oscuro e scrupoloso dovere d’ufficio e attività di carattere amministrativo. E difatti le accuse che le sono piovute addosso riguardano  un evidente esibizionismo tradotto nella pubblicazione di un paio di libri, e in un protagonismo sfacciato che l’ha condotta a esprimersi in una piazza, manifestazione di vanità narcisistica concessa solo a virologi e infettivologi.

Dovevamo capirlo che uno degli effetti dello stato di eccezione che ha sospeso garanzie a diritti a tempo indeterminato sarebbe stato quello trasformare la critica e il dubbio in comportamenti delittuosi, premiando con un passaporto di responsabilità individuale e perfino di antifascismo chi sottopone ogni oppositore della gestione dell’emergenza sociale a riprovazione fino al linciaggio, colpevole di eresia rispetto ai dogmi della scienza e alle leggi del mercato, di diserzione secondo le leggi marziali introdotte da due governi e sulle quali vigila un generale della Nato, di ribellismo anarcoide, accusa che è destinata a pendere sul capo di no Tav, no Muos, di dipendenti di aziende che delocalizzano, di picchetti di protesta fuori dalle fabbriche, di donne che sfilano contro l’obiezione di coscienza che consente di disobbedire a una legge dello Stato.

Per un fenomeno ormai prevedibile, a chiedere contromisure severe contra la funzionaria   sono quelli che sono stati zitti quando il segretario di un sindacato di polizia si è fatto esibire sul palco da Salvini, a scopo propagandistico. Ma anche quelli che deplorano che l’Italia abbia tardivamente integrato nella sua giurisprudenza il reato di tortura, limitandone la portata penale, gli stessi che sui social gridano contro gli abusi degli sbirri mandati a caricare i manifestanti per il lavoro o gli studenti per lo studio, quelli che, al cinema davanti a un film o una tantum gridano su Twitter la protesta contro gli assassini di Cucchi o Aldrovandi.

Sono quelli che permettono a indegni rappresentanti delle forze dell’ordine, quelle che vengono chiamate mele marce, di non dover distinguere tra comportamenti legittimi e abusi, autorizzando comportamenti estremi coperti da una divisa e legittimandoli come espressioni sia pure esagerate dell’obbligo di obbedienza agli ordini.

La banalità del male  non alberga solo negli esecutori, che rinunciano alla  facoltà di pensare e alla capacità di distinguere tra giusto e sbagliato, è presente anche tra i cittadini che preferiscono non vedere, non sentire, non pensare, limitandosi a pretendere  che i tutori dell’ordine li proteggano dai borseggi, dai furti, dalle minacce dei malfattori di strada. Mentre invece non hanno il coraggio civile di esigere che li tutelino dai ricatti, dalle intimidazioni, dai soprusi dei poteri costituiti, dai quali non sanno salvaguardarsi da soli, così come non sanno esercitare la disobbedienza civile da leggi ingiuste.

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