Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non so se l’avete notato anche voi, a parlare di “futuro” ormai sono gli esponenti dell’oligarchia, segno evidente che spettano a loro la speranza, le aspettative, le ambizioni e i desideri, mentre competono a noi responsabilità, doveri,  rinunce e tutto un repertorio di impegni sul breve e lungo periodo, che ci vengono comunicati quando le decisioni fatali sono già state prese.

Sarà per quello che dopo i primi fuochi d’artificio, l’epifania europea che dovrebbe garantire ripresa e resilienza  così come il piano messo a punto dal succedersi di ben due governi, sono un tema sotto traccia, coperto da un silenzio superstizioso come si addice a prodigi e riti officiati da divinità enigmatiche e remote. Che però, potete stare tranquilli, si riuniranno già in settimana, annuncia il Corriere, in quell’olimpo che per innata modestia chiamano “cabina di regia”, quando  Mario Draghi, con il ministro dell’Economia Daniele Franco, quelli della Transizione ecologica e dell’Innovazione tecnologica Roberto Cingolani,  Vittorio Colao e forse altri fedelissimi del tirannello, tradurranno in prassi e tempistica l’agenda del Next Generation Eu, da oggi al 2026, con una serie di ardue tappe intermedia, la prima delle quali è stabilita per  fine anno quando l’Italia,   per poter presentare il primo rendiconto e ricevere dunque i versamenti della prima parte del 2022, dovrebbe  soddisfare 42 delle 51 condizioni previste per quest’anno.

Eh si perché come sa chiunque abbia avuto a che fare coi cravattari, prima di vedere i quattrini bisogna presentare le garanzie, le credenziali dei  congiunti che pagherebbero anche col sangue in vece e per conto dell’incauto strozzato, gli eventuali beni da requisire o cui dar fuoco.

In questo caso si tratta di misure che i componenti del  dotto simposio hanno già avviato con entusiasmo, tanto corrispondono alle visioni del loro immaginario ideale: si tratta di disposizioni in gran parte normative, che includono delicati passaggi parlamentari sulla legge delega di riforma della giustizia; una revisione delle politiche attive del lavoro, una   legge quadro sulle disabilità e una riforma universitaria.

In più ci sarà la legge delega sul fisco che Palazzo Chigi spera di approvare in settimana, comprensiva della spinosa questione dei crediti di imposta e dei vantaggi offerti da emendamenti ad hoc a grandi debitori colpevoli di indecenti inadempienza,  insieme al varo in Consiglio dei ministri della legge annuale di concorrenza e  in concomitanza con la nota di Aggiornamento del Def,  che permette all’esecutivo di “aggiornare le previsioni economiche e di finanza pubblica in relazione alla maggiore stabilità e affidabilità delle informazioni disponibili sull’andamento del quadro macroeconomico, relativamente al primo e secondo trimestre dell’anno”,  come se quei sei mesi potessero davvero costituire un test della capacità dell’economia “di trasformarsi e di diventare strutturalmente più solida”, come ha avuto modo di annunciare in una conferenza stampa proprio Draghi.

Salto  le considerazioni già fatte sulla qualità, l’effettiva entità e i condizionamenti imposto dal bottino che il liquidatore fallimentare racconta di aver portato a casa, sul fatto che dei  209 miliardi di euro che il Recovery Plan destina  all’Italia per i prossimi sei anni, 127 sono prestiti che prevedono solo un risparmio sullo spread tra tassi di interesse nazionali ed europei, che per quanto riguarda i restanti 82 miliardi di euro di risorse a fondo perduto, il loro importo netto è condizionato  dal contributo dell’Italia al bilancio europeo, calcolato in relazione al Pil, e che quindi ammonterà a non meno di un onere di almeno 40 miliardi.

La quota annuale erogata al nostro Paese dovrebbe essere quindi di circa 7 miliardi, ma contando il contributo nazionale alla parte restante del bilancio UE di circa 20 miliardi, il trasferimento netto totale scende a meno di 4 miliardi all’anno.

Nel complesso dunque tra prestiti e elemosine, l’Italia riceverà molto meno di 10 miliardi all’anno  per i prossimi sei anni, una somma modesta sia rispetto alla perdita del Pil, che l’anno scorso ammontava a 160 miliardi, sia paragonata al costo economico sociale e morale che comporteranno le “condizioni” imposte dagli strozzini regionali e dalla loro manovalanza locale e che si rifanno ai principi dell’austerità che è già stata sperimentata con esiti nefasti per la salute del sistema sociale e della democrazia.

E’ che come se non bastasse, dovremo anche sopportare il racconto epico degli sforzi dell’Esecutivo per garantirci anni e anni di stenti, rinunce, privazioni di sicurezze, garanzie e dignità: Bruxelles ha già minacciato che se le riforme in fieri non bastassero a corrispondere alle sue indicazioni,  la Commissione sarebbe costretta a non “vidimare la rendicontazione del semestre”, ostacolando e impedendo la successiva richiesta di fondi e rinviando il riesame di altri sei mesi, con il rischio di generare ritardi sostanziali.

Così secondo una tradizione consolidata varie gerarchie di ricattatori trasmettono oneri, responsabilità e doveri giù giù finchè a pagare sono le vittime condannate, inoltre, a essere grate agli aguzzini, che possono mettere in scena il loro teatro delle parti, a proseguire nella sceneggiata dello scontro tra ideali e principi dei figuranti della coalizione, destinata a finire con i tarallucci e vino che dobbiamo offrire noi per garantire la governabilità.

Nell’indecente ipocrisia del nostro ceto dirigente c’è un carattere particolarmente infame, quel bigottismo continuamente ostentato come virtù principesca che ci ricorda che insieme al peso di governarci chi comanda abbia anche l’onere pedagogico di indicarci la via del bene e i modi per contribuire all’interesse generale, vaccinandoci, rimettendo a un domani risanato critiche e pretese, sottoponendoci a forme violente di persuasione e controllo e a paterne forzature rese necessarie dal nostro temperamento indolente e immaturo.

Grazie alla tribuna offerta dalla stampa si prestano i fanatici del regime a accreditare l’immagine di uno Stato che pur avendo perso qualsiasi carattere “etico”, pur avendo trasferito  le regole di mercato in ogni contesto, rivendica di agire per il bene comune e di svolgere un’azione sociale.

Si tratta di quelli che invocano Bava Beccaris, che pretendono che chi vota debba esibire il certificato di igiene, che sollecitano misure per sospendere la pensione ai riottosi, che pensano che i giovani debbano soffrire per prepararsi alla vita, che sono pronti a sacrificare la prole su suggerimento del dio che governa il brand sanitario, che ritengono che i decessi attribuibili al vaccino così come quelli frutto dello stato di abbandono criminale in cui sono stati lasciati i pazienti affetti da gravi patologie, non siano altro che effetti collaterali sopportabili dal sistema che in una situazione di emergenza è costretto a “selezionare”.

Sono diventati loro il ceto intellettuale a libro paga dell’oligarchia, che liquida chi esercita ancora critica o dubbio come molesti disfattisti irresponsabili, che apostrofa di populista chi denuncia l’approccio tecnocratico dei competenti, che deplora come sovranista chi ha l’ardire di contestare la generosità europea. Sono loro che officiano i riti del Pnrr proprio come quelli delle reiterate dosi da somministrare, in modo che si agisca per provvedimenti d’urgenza, per comandi autoritari, per controriforme che non devono intervenire sullo statu quo, che non fanno assunzioni, non investono in stato sociale, non spendono in niente che abbia un effetto duraturo sul servizio sanitario, come in qualsiasi altro settore strategico del “sistema Paese”.

Difficile dar torto a chi come Andrea Zhock  pensa che ormai l’esclusione dei cittadini da ogni scelta è completa e non vale più la pena di denunciare  “abusi, coazioni, forzature, ricatti, discriminazioni, omissioni, bastonature mediatiche, distorsioni della Costituzione, censure, macchine del fango” ormai passati in cavalleria senza che si senta “neanche il bisogno di verificarne i presupposti, senza che un sussulto di indignazione (prepolitica) metta in allerta”. Eppure 30 mila persone a Firenze a fianco dei dipendenti della Gkn, operai che lottano per il salario, precari che vogliono riconquistare status e dignità di lavoratori, comitati di base in agitazione per il territorio, cittadini che il sabato pomeriggio vanno in piazza contro le discriminazioni ci dimostrano che non è tutto perduto. (1. continua)