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Il virus born in the Usa

Torna il tema dell’origine del virus perché man mano che vanno avanti gli studi, più si comprende che esso è stato un prodotto di ingegneria genetica a partire da un virus di pipistrello, ma soprattutto si capisce che la fuga da un laboratorio è l’ipotesi più debole rispetto a quella di una deliberata diffusione. Questa che fino a due tre mesi fa era  considerata la più complottista delle ipotesi soprattutto da parte di quegli ignoranti volontari che considerano quasi offensivo informarsi e poco professionale avere un’opinione diversa dal potere che li paga , oggi dopo la desecretazione di migliaia di documenti grazie al Freedom of Information Act, rappresenta la più logica risposta agli interrogativi posti dalla comparsa del virus. E come se questo non bastasse sotto la spinta degli studi filogenetici sul virus e dalla scoperta che esso era presente sia in Europa che in Usa e in altre zone dell’Asia mesi prima della sua scoperta a Wuhan, rendono di fatto impossibile la narrazione ufficiale e pongono in una prospettiva assai diversa gli eventi che si sono addensati poco prima della pandemia come per esempio il convegno Event 201, svoltosi nell’ottobre del 2019,  una sorta di simulazione pandemica  su scala planetaria a cui hanno partecipano anche soggetti privati come la fondazione Gates, multinazionali del farmaco, politici e militari, riguardante guarda caso, la diffusione di  un ipotetico coronavirus in grado di produrre disturbi respiratori. Il fatto è che le diverse mutazioni del virus ( che costituiscono anche un riferimento temporale preciso) collocano l’origine del virus laddove esistono più varianti, ovvero gli Usa piuttosto che la Cina.

Ma siamo di fronte a un virus americano anche per un’altra ragione forse ancora più importante perché esso è in definitiva una creazione culturale del tecno scientismo made in Usa, ormai diffuso ovunque come una peste che non è riuscito a cogliere il senso delle conoscenze accumulatesi negli ultimi trent’anni: ovvero che virus e batteri fanno parte di un “bioma” che può essere più o meno favorevole o più o meno patologico a seconda delle condizioni in cui siamo e che insomma la salute è qualcosa di complesso da definire e da mantenere. Germi che sono del tutto innocui finché rimangono in alcune parti del corpo diventano fortemente patogeni se trasportati altre parti, virus che in alcune condizioni rimangono del tutto innocui si risvegliano invece all’improvviso quando l’equilibrio del corpo muta.  L’idea ancora modellata sulla concezione di Pasteur di nemici provenienti dall’esterno, di invasori da eliminare con qualche arma, che sia essa farmaco o vaccino, è certamente efficace in qualche caso, ma non può essere generalizzata a tutte le situazione come stiamo vedendo nel caso del coronavirus e dei vaccini fallimentari e nel complesso rimane molto “povera”:  non è un caso che essa sia del tutto inadatta a comprendere le malattie endogene vale a dire che derivano da scompensi e fattori interni, come ad esempio i tumori e le malattie autoimmuni che ormai da 80 anni sono al bestia nera della medicina visto che si riesce a curarle efficacemente perché non si è in grado di ristabilire l’equilibrio del sistema immunitario o si debbono colpire a raffica tutte le cellule sperando che quelle tumorali siano più deboli rispetto a certe sostanze.

Forse qualcuno potrà ravvisare delle analogie tra una concezione medica basata sul “nemico” e le ideologie anglosassoni della competizione ancora dominanti nonostante abbiano palesemente fatto il loro tempo e oggi siano un ostacolo alla comprensione del mondo piuttosto che una chiave interpretativa utile. Ma il fatto principale  è che questa concezione dell’azione medica oltre ad essere in accordo con una visione della “lotta” come tipica ideologia di fondo e giustificazione morale del capitalismo è anche quella che consente i massimi guadagni e di fare della medicina un business gigantesco dove non è tanto la salute ad essere venduta, ma il rimedio al male, che non precisamente la stessa cosa. Se andassimo a esaminare le statistiche che possono essere piuttosto precise visto che comunque nascita e morte  sono spesso le uniche cose che rimangono di un essere umano, si può facilmente vedere che l’aumento della vita media è essenzialmente dovuta al miglioramento delle condizioni sociali che vuole dire anche maggiore igiene e possibilità di curarsi senza avere bisogno di patrimoni per farlo oppure di non avere l’assillo del lavoro da svolgere comunque e in qualsiasi condizione. Vaccini e farmaci hanno certamente fatto la loro parte, così come certe evoluzioni della chirurgia, ma non quella principale. Ho già pubblicato la tabella che vedete a fianco (cliccarci su per ingrandirla)  di origine del Cdc americano che dimostra  come – in un ambiente sostanzialmente omogeneo – il grosso per la salute è stato fatto dalle condizioni sociali. E anche una ventata influenzale come quella della spagnola è stata letale nelle trincee o nelle condizioni di estrema povertà collegate alla guerra, ma è passata pressoché inosservata 90 anni dopo in condizioni del tutto differenti.

Insomma non solo c’è bisogno di smontare il meccanismo di business che sta dietro alla salute per poter essere davvero al sicuro dai virus, specie quelli fabbricati per poter poi fare vaccini e per tornare ad avere una ricerca libera dagli eccessivi condizionamenti del denaro, ma per fare un salto di qualità occorre un totale cambio di paradigma rispetto a quello del nemico e dell’invasione per poter davvero affrontare  nuove sfide.

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