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Ritratto di asini in cattedra

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dobbiamo soprattutto alla Francia di fine secolo una cerchia di pensatori magnificamente e pomposamente indecifrabili e perciò molto citati,  decostruttivisti e poststrutturalisti, che solo pochi eretici meno sussiegosi di loro hanno accusato di attentare al pensiero logico ed alla conoscenza.

I loro tomi perlopiù intonsi albergano sugli scaffali di ogni libreria che si rispetti dove non fanno poi troppo male. Il brutto è quando i loro autori e i loro interpreti postumi scendono tra noi e svolgono un’attività di servizio pubblico che si traduce in qualche schizzinosa lectio magistralis che nasconde velenose scaramucce di casta e corporazione, costringendo – ed è imperdonabile – irriducibili critici a concordare perfino con Cacciari  o a dedicare pensierini indulgenti al Moccia della filosofia, Fusaro.

Ultimamente abbiamo assistito al fenomeno dell’ermeneutica prestata al progressismo neoliberista mobilitata per contrastare varie tipologie di discriminazioni, di genere, di “etnia”, di religione, di opinione, quelle cioè elencate nella banca dati dell’ideologia del politicamente corretto, mentre nessuna tolleranza è riservata agli ignoranti, perlopiù usciti dai loro corsi universitari e dalle loro buone scuole, agli invisi “populisti”, primitivi e rozzi anche se si chiamano Laclau e Mouffe, ai “sovranisti”, di sicuro assimilabili al più gretto nazionalismo, anche se si chiamano Galli o Fraser o Formenti, ai marginali delle periferie che in qualità di caotici e bestiali fermenti se la prendono con immigrati più disperati di loro.

Adesso si sono aggiunti nuovi oggetti al linciaggio di questi ceti “superiori” socialmente, culturalmente e dunque moralmente: sono le piazze che manifestano, gli occulti burattinai e gli espliciti promoter No-green pass, ovviamente e sbrigativamente arruolati tra i novax anche se, a volte inopinatamente, propagandano la loro avvenuta vaccinazione, anche se si tratta di colleghi nello stesso ateneo, anche se autori di sovrabbondanti pubblicazioni. Tutti attori in quelle arene “malate”, “segno  di tempi deragliati…. foriere di sciagura, gravide di presagi inquietanti e di ombre nere, con un pesante retrogusto fascistoide”. come le descrive Marco Revelli impaurito dai fermenti dei margini.

E come potrebbe essere diversamente se sfilano fianco a fianco con Casa Pound che occupa il posto lasciato libero da questi sacerdoti del progressismo e dell’antifascismo, cito: dentisti,  ristoratori e  baristi esponenti di caste che omettono ricevute e scontrini, quindi più deplorevoli dei finanzieri della Leopolda con le sedi fiscali nelle Cayman o in Lussemburgo, leghisti e   mescolati ai bene-comunisti, apprendisti o  giuristi d’assalto,  tutti espressione “della rottura di ogni principio di responsabilità nei confronti degli altri, del loro ben più sostanziale diritto alla salute e alla sopravvivenza”.

Beata questa élite autoproclamatasi tale che non ha dovuto patire e non soffre dell’espropriazione di tutti gli altri diritti fondamentali, lavoro, tetto, istruzione, che può pagarsi assistenza e cura, che non è costretta alle pene del turismo di massa per godere dei beni comuni, e che si sente autorizzata a stabilire le graduatorie dei bisogni, delle garanzie e delle prerogative.

E che grazie a ciò è legittimata meglio di Proudhon e di Gaber a definire cosa è di destra e di sinistra, chi è fascista e chi antifascista, chi è democratico e chi non lo è. Sentite qua “basterebbero già gli slogan complottistici, le insinuazioni negazionistiche e soprattutto le parole apertamente antisemite (per via dell’abuso della stella gialla per indicare nuove forme di discriminazione. ndr) per far capire quale siano impronta e inclinazione del movimento contro il pass sanitario….La battaglia contro il Green Pass è una battaglia reazionaria, una battaglia di destra (se non di estrema destra). E lo è sotto un profilo filosofico, politico, etico”. A scriverlo sulla Stampa è Donatella Di Cesare, accademica che insegna Filosofia teoretica a “La Sapienza”, autrice di un tempestivo instant book edito a pochi mesi dall’insorgenza dell’epidemia e intitolato “Virus sovrano?”, sottotitolo “L’asfissia capitalistica”, nel quale ammette che la pandemia sia figlia di un modello di sviluppo avvelenato, ma consiglia di soprassedere sulla critica antisistemica in presenza di una simile apocalisse.

Par di capire che un contagio è sicuramente diffuso tra chi ferma la critica al “sistema” all’osservazione delle patologie, alla diagnostica per poi compenetrarsi nell’assoluta convinzione che non esistano alternative.

Convinzione più fatale e implacabile oggi, che il nemico così infinitesimale e quasi invisibile, che ha messo in discussione le certezze e “la pretesa di onnipotenza delle democrazie occidentali” costringendo a un realismo senza tentennamenti che giustifica stati di emergenza doverosi, sospensioni democratiche obbligatorie e una unità di consenso e azione intorno alle autorità impegnate a cercare soluzioni, perché questa crisi sanitaria – lo dicono loro – sarebbe “esterna al capitalismo”,  addirittura ne ha fermati gli ingranaggi e dunque è con altri metri e altri approcci che va affrontata,  sospendendo sterili opposizioni e adottando strumenti emergenziali.

La loro inossidabile certezza trae origine dalla considerazione che esiste una immunità delle democrazie occidentali che possono sopportare limitazioni, anche estreme, leggi straordinarie, stati di eccezione senza sovrano ma con l’avvocato o il bancario, autorità speciali e accentratrici che scavalcano i parlamenti, senza che per questo sia lesa l’essenza dello stato di diritto.

Eccoli qua a denigrare Reagan ma incensare Clinton a vituperare Trump e gioire per Biden, alla pari propmoter della finanziarizzazione, dello smantellamento delle barriere e della protezione della libera circolazione die capitali, della deregolamentazione delle banche e dell’esplosione del debito predatorio, della deindustrializzazione oggi verniciata di green, dell’indebolimento dei sindacati diventati piazzisti del Welfare aziendale e della diffusione del precariato a forza di riforme.

Tutto questo in cambio di una politica di riconoscimento progressista, superficialmente egualitario e emancipativo di ideali  di diversità elitaria, di multiculturalismo e cosmopolitismo, anche grazie alla riduzione dell’uguaglianza a meritocrazia, sicchè i diritti diventati discrezionali elargizioni vanno a chi se li merita, ereditandoli, conquistandoli a forza di fidelizzazione  o comprandoli.

Non stupisce che abbiano identificato il nemico, il collaborazionista del virus in chi dubita, che sarebbe poi  “il problema del complottista, chiuso nel proprio insospettabile dubbio, che è il suo fondamento e la sua ragion d’essere”, sempre secondo la Di Cesare, chi è incredulo della terzietà della scienza e dell’impegno morale e responsabile di chi governa e che viene invitato secondo le auree regole del benaltrismo a occuparsi d’altro rispetto alla mobilitazione contro il necessario e benefico Green Pass, garanzia di rispetto per gli altri, senso civico e altruismo:  “quegli obiettivi cioè di una politica di sinistra, togliere i brevetti, dare il vaccino ai più poveri, immunizzare il mondo”.

Si vede che nuova utopia progressista non consiste nella lotta all’imperialismo, allo sfruttamento, alle disuguaglianze bensì la medicalizzazione universale, senza confini e senza discriminazioni di classe, si vede che l’antifascismo si materializza  all’unanime consenso offerto al potere costituito, a costo della rinuncia alla libertà, alla coscienza critica in nome di qualche necessità superiore, si vede che il “pacifismo” deve essere ridotto al contrasto alla violenza antagonista e antisistema che legittima il ricorso a una crescente pressione morale che generi e induca  intimidazione, colpevolizzazione e criminalizzazione di qualsiasi forma di dubbio o pensiero alternativo.

Ma invece non consisteva proprio in questo il loro proclamato restare umani? Nel libero arbitrio, nella forza del pensiero indipendente, nella conoscenza e nella critica fino al dissenso e alla opposizione all’ingiusto e all’iniquo?

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