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Afghanistan e nuove avventure all’orizzonte

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Anna Pulizzi per il Simplicissimus

Quando veniamo a sapere che l’occupazione americana dell’Afghanistan è costata in vent’anni 2300 miliardi di dollari (i conti degli scudieri degli Usa sono a parte) è facile indignarsi pensando che con tutti quei soldi si sarebbero potuti liberare i popoli di un intero continente dallo stato di bisogno permanente. Si può dire la stessa cosa riguardo alle spese militari annuali ma sappiamo già che il benessere dell’umanità, in quanto traguardo del tutto incompatibile con l’avidità del ceto possidente, non è mai stato un obiettivo dei governi che questo esprime con o senza il ricorso al rito elettorale.

In realtà questi sono soldi che dalle tasche dei contribuenti, cioè dei lavoratori, sono giunti in quelle dei possessori di capitale transitando attraverso la bocca del cannone. E ciò collima perfettamente con la dottrina Superciuk dei governi occidentali, indipendentemente dal colore della loro livrea. Per i grandi gruppi del complesso militare-industriale la guerra è tutto tranne che una disgrazia, come dimostra il valore delle loro azioni, in alcuni casi anche decuplicato negli ultimi due decenni grazie alle campagne mediorientali iniziate dal Bush jr. a inizio secolo e poi ampliate dalle successive amministrazioni, in una giostra di interessi che vede i generali passare dai campi di battaglia ai consigli d’amministrazione delle ditte d’armi. Poi naturalmente ci sono le compagnie militari private, grandi finanziatrici delle campagne presidenziali Usa, che in alcuni periodi hanno fornito in Irak ed Afghanistan oltre la metà del personale americano, impegnandosi principalmente nell’addestramento dei reparti regolari afghani e abbiamo notato con quali strabilianti risultati. I filmati dell’addio americano a Kabul sarebbero sovrapponibili alla fuga da Saigon di mezzo secolo fa se il governo afghano avesse ancora dato qualche flebile segnale di vita, come riuscì a Van Thieu per un paio d’anni fino al 1975 e a Najibullah addirittura per sette, fino al 1996, dopo il ritiro sovietico. Invece è venuto giù tutto come un castello di carte, il che fa pensare che il popolo afghano abbia sempre considerato passeggero il nuovo corso nato con l’invasione straniera e che quasi nessuno abbia confidato davvero in un sistema politico diverso da quello basato sul precario sodalizio tra le varie strutture etnico-tribali del paese. Ma fa pensare anche che gli accordi di Doha dell’anno scorso firmati tra gli emissari Usa ed il leader talebano Baradar (già arrestato in Pakistan ma liberato nel 2018 proprio su pressioni americane), prevedessero anche la consegna di abbondante equipaggiamento militare, cosa che poteva avvenire solo dando alla dipartita dell’occupante la parvenza della fuga.

Il fatto che il nuovo presidente de facto dell’Emirato islamico dell’Afghanistan sia stato praticamente messo lì da Washington ci dice anche molto altro: ad esempio che da parte americana ci si intende cautelare contro il pericolo che la Cina estenda il proprio influsso economico nell’area. O peggio ancora, considerando che da sempre le società oscurantiste e patriarcali hanno nella guerra un cemento per i propri valori, si può sospettare che il fervore degli ‘studenti coranici’ non si esaurirà ma verrà indirizzato contro l’Iran oppure verso i paesi dell’Asia centrale ex-sovietica, obiettivi dei disegni espansionisti dello zio Sam fin dagli anni ‘90 e che ritengo fossero ben vivi all’atto dell’invasione del 2001. Almeno fino a quando non è diventato chiaro che gli stati mussulmani dell’ex-Urss non si sarebbero fatti attrarre nell’orbita americana. Dopodiché anche la permanenza militare in Afghanistan perdeva significato. Argomentare sul “diritto” di andare tra i monti dell’Hindu Kush o altrove a cambiare le carte in tavola con le buone o con le cattive è un esercizio ozioso che non ha dimora nelle cancellerie. Le aggressioni si sono sempre fatte per finalità pratiche sotto l’aspetto economico e geopolitico, non certo per volontà civilizzatrice. I sedicenti esportatori di democrazia si sono adagiati in Afghanistan come una sottile pellicola al di sopra del modello sociale esistente, senza cercare di modificarlo se non per quanto poteva tornar loro utile e badando a non irritare i maggiorenti locali, che hanno conservato ricchezze ed influenza politica. Secondo un resoconto presentato all’europarlamento a dieci anni di distanza dall’arrivo dei ‘liberatori’, l’aspettativa di vita in Afghanistan era scesa da 46,6 a 44,6 anni. Il tasso di alfabetizzazione era passato dal 36 al 28%, la mortalità infantile era cresciuta del 4,6% e la povertà assoluta dal 23 al 36%.

Quanto alle condizioni delle donne, di cui oggi nuovamente ci si accorge, tranne che nei quartieri dei benestanti la realtà è rimasta invariata; secondo uno studio di Global Rights l’84,9% delle donne che vivono in zone rurali ed il 69,4% di quelle residenti in città hanno subito costrizioni o forme di violenza anche fisica soprattutto da parte di membri della propria famiglia.Secondo una nota del 2018 degli osservatori dell’Unama (la missione di assistenza Onu), per una donna è pressoché impossibile denunciare alla polizia le violenze domestiche, mentre è raro che qualche tribunale si occupi di reati di stupro e femminicidio. Nonostante le promesse rimaste disattese del presidente Ghani (quello scappato da Kabul con le valigie piene di banconote), la fuga di una donna dalla propria famiglia è ancora considerata un ‘crimine morale’ punito con il carcere o con l’obbligo di tornare a casa, mentre è pratica comune l’umiliante ispezione da parte della polizia per verificare la verginità delle ragazze allontanatesi senza permesso. Questa non è una realtà imposta dai talebani ma il corredo culturale di società patriarcali e quindi misogine, prima durante e dopo la parentesi dell’occupazione occidentale. E che si incontra anche nel nostro passato nemmeno troppo remoto. L’amministrazione Biden che esce mediaticamente malconcia dall’epilogo dell’avventura afghana sembra aver già trovato nuovi teatri di impegno militare, naturalmente con la solita scusa della lotta al terrorismo, in Congo e in Mozambico, paesi tra l’altro ricchissimi di materie prime ma colpevoli di aver aperto le porte agli investimenti cinesi. E’ un atto atteso dai produttori di strumenti per far fuori il prossimo e dai circoli politici in simbiosi con questi, ma anche una compensazione secondo la filosofia del chiodo-scaccia-chiodo per un’opinione pubblica assuefatta all’idea che le guerre americane finiscono sempre come al cinema. Nel tempo questo nuovo scenario africano potrebbe rivelarsi non molto diverso da quelli afghano o addirittura vietnamita perché gli americani anche senza volerlo riescono a farsi detestare ovunque posino gli scarponi. Ma queste saranno certamente rogne per i prossimi presidenti.

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