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Col Grande Fratello torna il tornello

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

La storia della Serenissima è stata caratterizzata da una formidabile apertura alla “modernità”, al nuovo nell’arte, nella scienza, nella tecnica.  La città per secoli fu un laboratorio dove si sperimentava e un cantiere dove si applicavano scoperte e brevetti per rendere Venezia più sicura, protetta, potente e bella.

Deve averlo tardivamente appreso anche l’attuale doge minore, che aveva manifestato il suo interesse per la tecnologia cercando di rivendere il Mose in forma di patacca ai cinesi, e che oggi, che la prodigiosa opera ingegneristica è sinonimo di fallimento, corruzione, incapacità, malaffare, si converte alla più leggera e “sostenibile” religione digitale togliendo dalla naftalina e aggiornando un suo topos culturale e amministrativo: i tornelli, quelli del 2018, collocati casualmente nel centro storico (lui lo chiama così) con il nobile fine di fronteggiare le invasioni barbariche e contrastare il quotidiano sacco rovinoso della città.

La notizia è di ieri, ma il solerte Brugnaro aveva preparato da mesi, lanciando un concorso di idee e una gara per l’appalto di apparecchi dal design accattivante e dalla tecnologia innovativa,  l’evento di inaugurazione dei simpatici dispositivi da installare, in coincidenza con la Regata storica di settembre, al Tronchetto,  dove ha sede il comando della polizia locale e, dove, soprattutto, è operativa la «Smart control room», fiore all’occhiello del controllo digitale del territorio, con più di 500 telecamere ad alta definizione così sofisticate e precise, racconta la stampa locale in estasi,  “da essere state impiegate con successo  anche durante il G20 Economia di luglio”, perennemente puntate su palazzi, campi, calli, rii e canali e dotate di un centinaio di sensori che fanno il monitoraggio e calcolano e rintracciano, attraverso gli smartphone che si collegano alle celle della telefonia mobile,  chi si muove in città,  identificandone persino la provenienza geografica.

Che progresso da quando il governo della Serenissima doveva contare su sbirraglia, spioni e delatori per misurare il consenso e per sventare complotti. Adesso Venezia in mancanza d’altro si accredita come un laboratorio del controllo sociale, un gabinetto orwelliano post Covid dove verificare  l’efficacia del Grande Reset applicato al turismo, quello auspicato dal presidente del consiglio fin dal discorso di insediamento, quando chiese la sottoscrizione di un grande patto sociale  per “cambiare alcuni modelli di crescita”,  passando, ad esempio, da un modello di turismo intensivo (che occupava il 14% delle attività economiche, e nel quale si erano rifugiati molti degli espulsi dal sistema produttivo tradizionale) ad uno “di qualità” e, ovviamente, “a maggiore intensità di capitale”, che significa cioè incentivare e rafforzare vecchi e nuovi monopoli e oligopoli ben strutturati a livello internazionale, e togliere di mezzo attività minori che pesano sui bilanci pubblici in forma parassitaria.

Così dopo che per anni Venezia, Firenze, Palermo, Napoli, città d’arte e borghi minori sono stati dati in pasto al turismo ciabattone, berretto e infradito scaricato giù da pullman e charter, consegnati alle carovane di pellegrini e forzati delle visite dalla mattina alla sera, contribuendo a creare quel meccanismo degenere e aberrante di espulsione dei residenti per fare spazio all’accoglienza, facendo del turismo la vocazione e il talento “naturale” di una popolazione condannata antropologicamente alla servitù e di un paese destinato a diventare meta, albergo diffuso, luna park, il Covid è diventato l’occasione per esaltare le opportunità e premiare il “capitale” delle grandi catene del viaggio, dell’ospitalità, dello sfruttamento della cultura e del paesaggio come merce, e abbattere definitivamente la rete del “piccolo”, B&B compresi, ormai cannibalizzati dalle piattaforme del settore.

E non è un caso, visto che l’imperituro ministro dei beni culturali di buon grado si è fatto espropriare dalle competenze in materia, passate a più proattivi e dinamici depositari, pronti a esaltare la mission dello Stato come elemosiniere delle multinazionali, ben espresso nei brand già sperimentati di marketing del bene comune, del territorio e del paesaggio  di Cassa Depositi e Prestiti e dell’immancabile Invitalia dell’inestinguibile Arcuri, impegnati in operazione di concentrazione di attività sofferenti, nel quadro della museificazione del presente e della mercificazione spettacolare offerte a un pubblico selezionato.

Dopo tante lamentele per la penalizzazione del turismo, dopo il pubblico compianto per città d’arte ridotte “gusci vuoti” e quinte e scenari  di un teatro soggetto come gli altri alle pene del lockdown, il turismo risorge. Se ne compiace il sindaco di Firenze, che giura  di voler cambiare anche lui il modello di sviluppo, trasformando esemplarmente l’ex ospedale militare in Costa San Giorgio (nel luogo più pregiato del centro storico) in resort di lusso (1° giugno 2020), mentre Brugnaro a Venezia ripropone i tornelli che avevano fallito perché ostacolavano l’arrivo dei lavoratori pendolari provenienti dalla terraferma, mentre le comitive nei motoscafoni li aggiravano beatamente. È preoccupato perché le invasioni sono tornate  con punte di 85 mila presenze il 5 agosto e 80 mila il 18 mentre negli altri giorni ci si è attestati tra le 50 e le 60 mila di tedeschi, francesi, austriaci e  spagnoli, ma mancano all’appello gli americani, i russi e gli asiatici che portano molti più quattrini, vanno in hotel e al ristorante. E perché già adesso  i parcheggi di piazzale Roma stracolmi,  le code ai pontili per salire a bordo dei vaporetti diretti a Murano e Burano e le file per entrare a Palazzo Ducale e in Basilica di San Marco fanno presagire prossimi assalti.

È a quello che servono le limitazioni, in un contesto generale nel quale la gestione pandemica e l’obbligatorietà del distanziamento sono servite a moltiplicare e incentivare le disuguaglianze e le discriminazioni. È a quello che servono i tornelli, i confini, i pass, le app, inutilizzate per creare percorsi alterativi, razionalizzare le visite, favorire l’accesso efficiente ai siti museali, e che di fatto sono impiegate per “seleziona” i target: via libera al transito degli ospiti di relais, ai gruppi delle agenzie del turismo di classe, agli appassionati d’arte con cicerone dedicato e cena organizzata dalle multinazionali nel cortile di Palazzo Ducale o in fastose foresterie affacciate sul Canal Grande.

Non è più tempo del turismo di massa offerto alla plebe come conquista democratica, come compensazione feriale dopo un anno di sfruttamento e umiliazioni, fingendo che non sia avvilente stare pigiati in punta di piedi davanti a un quadro del quale si sa l’esistenza per via di film e di serie Netflix, arrancare coi piedi gonfi fino al ponte prospicente quello dei Sospiri per ammirare le galere di un tempo, o, se si è più fortunati, immedesimarsi per una settimana nel ricco e spietato e vedere i veneziani ridotti a formiche dal ponte superiore del condominio acqueo.

Saranno contenti quelli che ancora cianciano del paradossale  ossimoro del “turismo sostenibile”, le anime belle e progressiste pronte a pagar caro il cosmopolitismo, la ricerca dell’autenticità, che celano il loro disprezzo per i ceti piccolo borghesi, ormai sospinti verso il sottoproletariato, i loro costumi da film dei Vanzina, il provincialismo delle vacanze intelligenti che devono continuare a essere loro privilegio esclusivo.

Non hanno capito che anche i loro residui privilegi sono minacciati, che i nuovi confini segnati li estrometteranno dai recinti dei superricchi che si sono già comprati quasi tutto, opere d’arte comprese riposte nei caveau, spiagge e coste col filo spinato elettrificato, palazzi storici piegati alle regole dell’hôtellerie per ospitare i loro sogni mentre a tutti noi restano solo gli incubi.

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