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Le radici di una sconfitta

Il primo istinto dopo una sconfitta che non si può nascondere è dire che essa non è stata uno smacco. Così adesso sono tentati di mettere si mettono in fila alcune cose vere per fare da barriera all’evidente smacco subito in Afghanistan: si dice che i talebani sono in fondo una prodotto degli Usa, che la loro avanzata così rapida è stata favorita se non addirittura programmata e concordata con gli ex occupanti e che ora per gratitudine il nuovo regime afgano fornirà torme di terroristi per tutte le azioni di destabilizzazione che Washington vorrà. Tutte cose che contengono certamente un nucleo di verità, ma che messe assieme sono un’illusione: la sconfitta infatti non è stata militare, ma strategica, il Paese è stato soltanto occupato, ma non conquistato e reso una base sicura per esercitare una proiezione di potere nel centro Asia dove anzi l’influsso americano è ora in rapido reflusso. Tra l’altro queste tesi sono francamente sorprendenti soprattutto in quei Paesi che sono stati costretti ad intervenire, pagando un altissimo prezzo umano ed economico per quella che adesso in qualche modo viene presentata come una sconfitta programmata con quegli stessi talebani che, veniva detto, erano la radice del terrorismo e del male in generale. Insomma comunque la si metta l’Afghanistan rimane un assurdo, un pasticcio che di per sé testimonia del declino occidentale .

A questo proposito  è interessante riportare qui le opinioni di Brian Dean Wright, un ex ufficiale delle operazioni della CIA, ora personaggio noto sui media, il quale si fa portavoce dell’imenso disagio della macchina militare e di intelligence:  “gli ex colleghi dei servizi statunitensi sono arrabbiati e profondamente preoccupati per ciò che è accaduto in Afghanistan”. Questa vicenda infatti ” ha mostrato al mondo – nemici e alleati allo stesso modo – che le nostre risorse militari e di intelligence sono in gran parte irrilevanti perché non possiamo schierarle con successo. La Cina lo sa. e sarà incoraggiata ad agire per Taiwan e le isole del mat cinese meridionale, mentre la Russia prenderà in considerazione mosse simili sia segrete sia palesi  palesi simili, incentrate sulla Crimea e sugli ex satelliti sovietici. Il timore è che Cina e Russia agiscano di concerto, ma chi si fiderà dell’America dopo l’Afghanistan?”

Wright conclude che tutto questa accade perché  “Le élite americane sono spazzatura: il problema esistenziale è che l’America ha bisogno di una buona leadership per raddrizzare la sua nave, ma non ce n’è”. Biden è un vecchio corrotto e l’impeachment è una possibilità; VP Harris è un fermacarte impopolare. La legislatura è un’incapace cabala di abiti vuoti. In effetti, al di là di queste considerazioni, in vent’anni non è stata messa in piedi nessuna strategia per creare qualcosa in Afghanistan che non fosse un’occupazione militare sorretta dalla produzione di oppio e questa incapacità occidentale di realizzare qualcosa di solido ovunque abbia operato è sotto gli occhi di tutti: l’alleanza in Ucraina con le forze neonaziste che alla fine ha solo rovinato il Paese; il cinema in Siria con l’invenzione di una guerra civile e gragnuole di notizie del tutto false, l’attribuzione ad Assad di quello che invece facevano i terroristi a pagamento di Washington;  l’uso di movimenti violenti in Sudamerica o la creazione dal nulla di personaggi di opposizione la cui unica consistenza è solo l’impronta che lasciano bell’informazione occidentale, il rimbambimento delle opinioni pubbliche con continue e clamorose bugie. La sconfitta è in un certo senso la logica finale di tutto questo ordito allo stesso tempo drammatico e futile. Il medesimo che si apre ormai sul fronte interno con la sceneggiatura di una pandemia che è poi una forma influenzale. Forse le elite che giocano a tutto questo pensano di diventare più forti, ma si mostrano in realtà estremamente deboli, incapaci di costruire qualcosa e impegnate invece a lucrare su tutto.

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