Anna Lombroso per il Simplicissimus

La verità è che noi negazionisti, complottisti, no vax, antiscientisti  e misoneisti, ignoranti, barbari, oggetti privilegiati di ostracismo e Tso, volontariamente estranei al consorzio civile e ribelli ai suoi dogmi, in una parola, direbbe qualcuno, fascisti, facilmente riconoscibili dalla mancata ostensione di cerottino e pass, siamo invece dolcemente ingenui, teneramente sprovveduti a ci restiamo male davanti a certe defezioni, a quel disincanto reperibile in vecchi attrezzi della sinistra – parlo di quella antisistema – che si sono fatti possedere dai demoni della Thatcher, quelli che ricordano che non c’è, e non ci deve essere alternativa allo statu quo.

Che per quanto gramo, per quanto disuguale, potrebbe far piovere un po’ di polverina d’oro del benessere accumulato da pochi soggetti superiori per iniziativa e produttività, anche su tanti sia pure immeritevoli, in quanto pigri, inadeguati e disfunzionali.

Bisogna ammettere che lo status quo inanella un successo dietro l’altro, in nome della necessità provocata da una crisi pilotata, ha imposto stenti, privazioni, rinunce austere quanto doverose, per favorire l’occupazione ha decretato l’opportunità di licenziare, per promuovere la solidità economica ha imposto l’instabile precarietà e la cancellazione delle garanzie conquistate in anni di lotte dei lavoratori, per esaltare i valori della sicurezza ha prodotto censure, norme repressive, discriminazioni e la criminalizzazione degli ultimi per tranquillizzare i penultimi.

Ma il vero trionfo è aver soffocato qualsiasi forma di critica: il neoliberismo ha dimostrato di non limitarsi all’applicazione di teoremi economici per diventare una vera e propria ideologia che ha occupato i cervelli e l’immaginario di pensatori, intellettuali, filosofi.

Le ragioni sono più di una. La comodità ad esempio:  una volta collocati in una tana calda di piccoli privilegi, rendite assicurate da case editrici, accademie e atenei, giornaloni, comparsate televisive, perché mai mettere a repentaglio il proprio tesoretto di moscerini cocchieri, con espressioni di antagonismo, quando invece si può esercitare il minimo sindacale di garbata critica in grazia del politicamente corretto?  La disillusione, certo, diventata anche quella una professione che consente l’applicazione del mugugno a ogni contesto, con la certezza della sua totale ininfluenza.

O anche, l’apparentemente più nobile, adesione alla filosofia del ritiro (si chiama così), quella che persuade alla virtù dello stare appartati, di osservare il mondo e assistere alla corrida dal davanzale del poggiolo di casa e che nasce dalla convinzione che non c’è strada virtuosa né per il potere e nemmeno per la militanza, perché qualsiasi appartenenza o qualsiasi riconoscersi in una ideologia segue percorsi aberranti.

La lezione della storia, una volta tanto, avrebbe insegnato a alcuni  che sono stati protagonisti o testimoni privilegiati della temperie politico ideologica del marxismo applicato al socialismo reale, traumatizzati dai suoi “risvolti”  negano il suo progetto emancipatore progetto emancipatorio, consegnandosi a una salvifica apatia, alla “resilienza” in luogo di una resistenza. Qualcuno giustamente ha definito questo atteggiamento “fascismo posturale”, perché produce accettazione e disincanto.

La narrazione/gestione della pandemia ha portato alla luce queste zone grigie e quelli che vi soggiornano che hanno tirato fuori il capino rafforzati dal riconoscersi dal sentirsi parte di una maggioranza “eloquente”, rivendicando di essere tornati all’azione grazie all’adesione obbediente a misure coercitive che dietro a provvedimenti di tutela e profilassi sanitaria, mirano a imporre atti di fede, sacrifici personali, rinunce alla libertà in nome di un malinteso senso civico e di responsabilità.

Scendono in campo quotidianamente sciorinando a pappagallo i paradigmi della comunità scientifica nei comodi compendi messi a disposizione dai giornaloni, aderiscono entusiasticamente alla campagna militar-vaccinale del generale di quella Nato, che fino a un decennio fa contestavano davanti all’ambasciata di Via Veneto, prima di schierarsi con Hillary o Biden incarnazioni del menopeggio, si compiacciono degli stilemi bellici adottati nel caso di diserzione: stanare, dare la caccia, punire i renitenti, trasformando l’originaria “persuasione morale” in coercizione e dando ai Dpcm la doverosa natura di leggi marziali, si associano alle ipotesi del napoleoncino, autorizzato dal passato di rivoluzione e Comune, postulando l’equità della sospensione dello stipendio ai transfuga che lavorano nella sanità, la censura per i colpevoli di esibire dati altri rispetto alle statistiche ufficiali, si uniscono al coro di chi pretende che gli eretici paghino le prestazioni assistenziali e le cure ospedaliere.

Quelli che conservano un minimo di decenza, giustificano la sete di vendetta e sopraffazione con l’opportunità di tutelare gli interessi di tutti, perché i non vaccinati, che non sarebbero protetti degli unici effetti accertati del prodigio della farmacologia, il contrasto a effetti letali, intaserebbero irresponsabilmente gli ospedali rimasti fermi dopo un anno mezzo agli stessi standard di inefficienza criminale.

Eh si tocca assistere al crearsi di schieramenti inopinati. L’ala progressista e riformista, che si scopre legalitaria fino all’idolatria dell’obbedienza, in veste di poliziotto cattivo raccomanda penalizzazioni, confinamenti e discriminazione, aiutata dagli utili idioti che parlano di dittatura sanitaria, quando invece è palese che si tratta dei soliti vecchi strumenti e procedure di repressione, apartheid e censura politica e sociale, oggi aiutati dall’attrezzatura a disposizione dalla tecnologia al servizio del controllo e della sorveglianza.

Così la rivendicazione di una qualche tutela del libero arbitrio viene consegnata alla destra quella esplicita che cita Orwell avendo trovato il posto occupato da chi, avendo rifiutato perfino l’etichetta di sinistra, trae conforto dal bene rifugio di Papa Francesco o di Galimberti.

Però c’è di peggio, ci sono quelli che si spingono a una critica a tutto campo dell’ideologia dominante, quelli che senza remore attribuiscono l’apocalisse in corso ai danni e agli effetti collaterali del totalitarismo economico e finanziario, quelli che mica si fanno prendere in giro: i decessi, le tremende conseguenze di una influenza più contagiosa sono da imputare alle condizioni del nostro sistema ospedaliero e assistenziale, quelli che sanno bene che i focolai e le geografie più colpite erano anche quelle più esposte, per concentrazione urbanistica, industriale, dove i tassi di inquinamento si sono combinati con l’egemonia del privato facendo cadere i già malati come mosche. Sono quelli che intravvedono la possibilità che l’esaltazione del rischio e la  penetrazione del culto della paura altro non sia che un accorgimenti per introdurre uno stato di eccezione, incrementare disuguaglianze e divisioni, applicare misure volte a operare una selezione accurata e severa per favorire il capitale umano e produttivo utile, proponendo soluzioni finali per i parassiti.

Ne ho davanti un caso esemplare, il prodotto molto propagandato della coppia Bartolini-Demichelis, uno filosofo, uno sociologo, vezzeggiati, intervistati, blanditi dai salottini illuministi contemporanei, autori della Vita lucida dove consigliano come “mantenere la lucidità” nei passaggi caotici della storia, compresa la pandemia, per, cito, “riconnettere le istanze filosofiche, sociologiche  psicologiche oscurate da una ipermodernità tragicamente unidimensionale”.

Sarà per paura del nichilismo che sempre minaccia che crede nella missione della critica, sarà per paura di quelle insurrezioni meno plausibili e realizzabili ormai dell’utopia, ma dopo essersi arrischiati come tanto ormai sul terreno impervio dell’analisi e della denuncia del pensiero che non permette alternativa, la conversione in pratica  della lucidità si ferma opportunamente, sotto la mascherina e alla giusta distanza,  per rassicurarci: si tratta di coincidenze, di processi naturali, non c’è un complotto dietro a questo incidente della storia, non è una cospirazione ad aver prodotto il cigno nero che naviga sullo stagno della contemporaneità.

E dire che di complotti  ne abbiamo subiti a non finire, crisi manovrate per imporre i paradigmi del libero sfruttamento speculativo, austerità imposte per ridurre in volontaria servitù e per persuadere al sacrificio penitenziale, la fine dell’informazione dietro all’offerta di una comunicazione di massa controllata e somministrata da major private.

Ma pare sia preferibile chiudere gli occhi, narcotizzarsi con la narrazione e gli piscofarmaci e  farmaci non solo virtuali, così non si deve corre il rischio di agire, di mettersi a fianco con i pochi che lottano per affrancarsi dalla necessità e conoscere la libertà, meglio farsi plasmare secondo i dogmi della teocrazia dietro al quale ci sono i soliti demoni col loro sterco.