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La Trilaterale dei sindacati

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dopo quasi un anno e mezzo di durata ininterrotta ( un unicum a livello mondiale, recita trionfalistico il Sole24 Ore) termina il blocco assoluto dei licenziamenti per motivi economici nei settori dell’industria e delle costruzioni, concedendo, sempre secondo la fonte confindustriale,  “spazio a un divieto selettivo per non compromettere la ripresa economica in atto in larga parte del mondo della manifattura”.

Ricordiamoci i nomi di questi tre: Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri che rivendicano di “essere arrivati ad un avviso comune per utilizzare gli ammortizzatori sociali disponibili (cig, contratti solidarietà ecc.) prima di arrivare a qualsiasi licenziamento”, auspicando  che , sulla base di principi condivisi, si giunga “a una pronta e rapida conclusione della riforma degli ammortizzatori sociali, all’avvio delle politiche attive e dei processi di formazione permanente e continua”.

Ricordiamoci il ricorso al termine “selettivo” che rimanda alla definizione della Treccani:  scelta degli elementi migliori, in base a caratteristiche oggettive di qualità e rispondenza, e in applicazione a criteri funzionali o scientifici, e che riecheggia quelle soluzioni finali  evocate in ogni discorso pubblico e in ogni documento programmatico dal presidente Draghi in modo da spazzare via qualsiasi residuo parassitario presente nella nostra società avviata al Grande Reset, si tratti di imprese medie e piccole che hanno potuto godere di aiuti che dovranno invece essere destinati in regime di esclusiva a multinazionali strutturate impegnate a occupare gli spazi della globalizzazione, o invece di lavoratori che hanno preteso troppo: diritti, garanzie, salari dignitosi, orari umani, sicurezza,  sciaguratamente insensibili alla pressione che esercitano con la loro dissipatezza sul presente e sul futuro del sistema paese.

Chissà quei tre a che criteri pensavano e che requisiti debbano avere i meritevoli di restare sul mercato, pronti a sottoporsi ai test di efficienza e di obbedienza alle regole commerciali diventate leggi di natura, pronti a rigenerarsi e ristrutturarsi in modo da diventare merce appetibile nel grande disegno della “ripresa”, così da potersi indebitare per offrire ai propri figli l’opportunità di accedere a studi e professione Stem, tutti specializzati in via dinastica nel premere un interruttore, sempre lo stesso, nello stare davanti a un pc, ma anche, è giusto ricordarlo, davanti a una macchina che può stritolarti, a un forno che può cuocerti, visto che la rivoluzione digitale non è così avanzata da sacrificare i suoi robot in mestieri così usuranti e pericolosi.

Ricordiamoci che non giunge inaspettato il loro tradimento e non è sorprendente l’infedeltà al mandato di difendere gli sfruttati diventati da tempo un bacino fertile per il Welfare aziendale con l’offerta di fondi, assicurazioni, consulenze, e un target propizio per convertirsi da soggetti di rappresentanza, tutela e salvaguardia in patronati avidi pronti a negoziare in regime di trattativa privata. E non si tratta soltanto della  scandalosa comparsata della triplice il Primo Maggio in piazza insieme a Confindustria, della cambiale in bianco data a Draghi, delle acrobazie per non passare dalle parole ai fatti in merito al ripristino dell’articolo 18, ormai incompatibile con modello di sviluppo italiano, o della cancellazione della Legge Fornero,  largamente superata nella graduatoria delle infamie dalle recenti misure.

Il fatto è che non abbiamo mai sentito il sindacato battersi contro la flessibilità oggetto nel nostro paese dal 2000 in poi di più di 50 provvedimenti intesi a promuoverla, diventata un culto che richiede un impegno unanime per imporla, facendo proselitismo e trasferendone i dogmi dal lavoro a tutti i settori della società e dell’esistenza, tanto che viviamo forme inedite di alienazione grazie a prestazioni dette continuative, ma che sono effimere, a chiamate occasionali, a salari in nero che incidono come un rischio esistenziale che siamo costretti a subire e che riduce i diritti e le prerogative di cittadinanza e aumenta i costi umani, presentando il conto andando avanti negli anni, quando il responsabile delle risorse umane o il funzionario del collocamento scuoterà la testa davanti al cinquantenne che non ha maturato esperienza  e competenza durante un percorso professionale segnato da una lunga sequenza di contratti anomali.

Ricordiamoci che l’accettazione della precarietà, dando per buona la letteratura economica che sostiene da sempre che per favorire l’occupazione e il turnover è indispensabile licenziare, significa accettare un modello di vita basato sull’incertezza e l’insicurezza, su una condizione dalla quale è impossibile liberarsi perché infiltra come un veleno tutta la vita, reddito, casa, assistenza, possibilità di mettere su famiglia e di assicurare un tetto e l’istruzione ai figli, cancellando qualsiasi progettualità per il futuro ma impedendo anche la salvaguardia di requisiti di sicurezza nel posto di lavoro, autorizzando le imprese a non investire nella tutela di lavoratori che in un breve giro di tempo non saranno più alle loro dipendenze e che non hanno il tempo per apprendere e mettere in pratica gli elementari codici e criteri per proteggersi.

Ricordiamoci che da anni alla faccia della cosiddetta cancellazione delle classi, operazione voluta in modo da criminalizzare l’omonima lotta, una classe, quella operaia, c’era ancora ed è stata lasciata sola, tanto che il Lingotto è diventato il teatro della defezione di un partito che ha decretato di non voler più essere di sinistra, che Mirafiori dopo più di 70 anni è stato la location del film dell’intesa della vergogna con l’abiura dei principi per i quali i lavoratori avevano combattuto per non ammalarsi, per essere rispettati, per lavorare meglio per non essere trattati come merce da consumare, che a  Pomigliano è stata celebrata la vittoria del pensiero debole di Marchionne e dei decisori che comandavano da lontano confermando che gli investimenti sono possibili solo grazie alla rinuncia dei diritti, della salute, della dignità dei lavoratori. Così oggi possono essere trattati tutti allo stesso modo, così tutte le vertenze possono avere lo stesso epilogo, così con l’aiuto di tribunali, forze dell’ordine, stampa ufficiale, si possono mettere sotto i piedi i bisogni e le rivendicazioni di quelli di Sicobas, Whirlpool, dell’ex Ilva, e per estensione anche di quelli risparmiati dall’arcaica catena di montaggio che girano per la citta sotto Glovo, Amazon, pensando di essersi ritagliati un margine di sopravvivenza in autonomia, perché possono decidere il percorso da coprire in motorino, per non dire delle vittime delle nuove forme di caporalato e di cottimo, destinato alla donne col part time che permette di combinare lavoro domestico non retribuito e lavoro da remoto sotto-retribuito.

Ricordiamoci cosa intendono per ammortizzatori quei tre che hanno consegnato la vittoria nelle mani di Confindustria grazie alla concessione dell’unico sopravvissuto   a patto di espungere totalmente ogni voce di costo per il padronato, assicurando alle imprese (quelle che beneficeranno dei 30 miliardi del Decreto Sostegni Bis)  la Cig pagata dallo Stato e non sospendendo i licenziamenti disciplinari, quelli relativi ai dirigenti, oltre che le risoluzioni del contratto di apprendistato e le procedure di licenziamento collettivo definite prima del 23 febbraio 2020. E quando non esiste nessuna forma di controllo sull’immenso bacino della piccole imprese, quelle che a detta dell’esecutiva riprenderanno fiato grazie al nuovo regime dei subappalti e il cui pubblico è stato già sulla carta frammentato in modo da ridurre oneri e responsabilità dalle spalle della stazione appaltante e consentire una giungla in materia di controlli di sicurezza e di contrasto alla criminalità, salari e rapporto qualità/costi.

E ricordiamoci che quei tre appartengono a una nomenclatura che non ha indetto una giornata di sciopero nemmeno quando si è verificato un episodio di squadrismo nel quale ha perso la vita un sindacalista, impegnato in un presidio di lavoratori della logistica, un fronte nuovo e esposto agli attacchi padronali, un settore cruciale cui è permesso evadere e sfruttare allo spasimo, ricattare e intimorire protetto com’è da istituzioni e governi che danno un po’ di guazza al popolino bue fingendo di perseguirne gli illeciti fiscali, con l’ipotetica tassa sui profitti minimi, che abbona proprio quelli dell’impresa criminale di Bezos che   negli Usa proibisce già  l’ingresso delle rappresentanze nei suoi stabilimenti. Ma ricordiamo loro, a quei tre, che a Piacenza, a Melfi,  nei porti dove i lavoratori si rifiutano di caricare di armi i container  qualcuno che si ricorda che ci sono le classi, c’è la loro lotta, c’è la memoria di diritti cui non dobbiamo rinunciare.

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