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Nel labirinto di pagine e di pensieri al tempo della peste

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Luca Carbone per il Simplicissimus

I legami che si sviluppano nel tempo con un libro – proprio come quelli con una presenza in carne ed animo – non sono affatto lineari, né sempre interamente spiegabili. Affezioni lungamente travolgenti si consumano e raffreddano a poco a poco; fuochi che mai sono divampati brucianti, continuano ad ardere, persino quando si vedano ormai chiaramente i limiti delle visioni degli autori, e magari vanno anche quietamente accrescendosi. Accade anche che, nelle proprie personali, ma
non del tutto soggettive, preferenze un grande autore resti confinato in un breve volume, che magari egli non considerava tra i suoi gloriosi. Così nel tempo tra i miei occhi s’è incagliato un libriccino di Jorge Luis Borges, il celebre scrittore saggista e poeta argentino (proprio lo stesso del quale un primo ministro italiano, che non son degno di nominare, lesse in un’università argentina una poesia, rivelatasi apocrifa, ma pescata al volo ‘astutissimamente’ sul web; giusto per non farsi
mancare alcuna possibile figura di palta), pluricandidato al Nobel per la letteratura, del quale non fu però degno quanto Fo e Dylan, evidentemente; quel Borges che aveva imparato l’italiano solo per poter leggere la Commedia divina di Dante (ci si trastullava anche così nel Novecento, non solo con Cyclone-B e funghi atomici); quel Dante di cui, memorabilmente Borges ha scritto che, come pochissimi altri, è meno un autore che un’intera letteratura. Il suo volumetto è una raccolta di brevi saggi e recensioni, dal titolo, derisoriamente gesuitico: Altre Inquisizioni. Mi permetterei di consigliarlo a giovani lettori come una sorta di piccola guida enciclopedica ai “classici” della letteratura mondiale (incluse le filosofie) – da leggere senza farsi influenzare troppo dalle preferenze, giustamente spiccate ma non sempre altrettanto penetranti, dell’autore. Non saprei dire in quanti libercoli si possano trovare concentrati così sterminati paesaggi temporali e spaziali – ed è certo questo uno dei motivi di fascinazione della pagina, che sfiora quasi un livello “misterico”, consapevolmente perseguito peraltro da Borges: chi aveva mai sentino nominare (prima, e spesso anche dopo) il Vathek di William Beckford, il Biathanatos di John Donne, o la teoria della creazione di P. H. Gosse? E poche pagine dopo, o prima, incontrare tra altri i nomi di Alfarabi e Avicenna, due tra i massimi pensatori islamici, il secondo, persiano, conosciuto e studiato in tutte le università d’Occidente come il Principe dei Medici; o quello Umar ben Ibrahim – astronomo e matematico – autore di una raccolta di straordinarie quartine poetiche, delle quali Dino Campana nell’agosto del 1916 scriveva all’amata Sibilla Aleramo, rimodulando eufonicamente (o, se preferite, storpiando) il nome dell’autore:

“Leggo il Rubayat di Omar Kaimar. Questo libro è eccellente e ben tradotto. … Pura bellezza oro dell’occaso qualche cosa che conta nella solitudine dice Omar Kaimar e dice bene, nella febbre del crepuscolo tra grandi boschi”.

Ma nelle Altre Inquisizioni dentro continui giochi di scorci e rimandi spesso inconsueti, trapassano anche i nomi più familiari un tempo alla cultura novecentesca, Valéry, Mallarmé, Poe, l’inevitabile Kafka, Pascal, Chesterton, Wilde, Bernard Shaw, Schopenhauer, Walt Whitman, che scrisse:

“Sono stato capriccioso, vano, avido, limitato, infido, codardo, maligno. Il lupo, il serpente, il maiale non mi furono estranei…”

un buon memento per ognuno di noi, sempre. Come l’altro, dello stesso Borges, ad epilogo del volumetto, nel quale egli avrebbe presupposto e verificato che “il numero di favole e di metafore di cui è capace l’immaginazione degli uomini [è] limitato, ma che codeste contate invenzioni possono essere tutto per tutti”. E questo è senz’altro uno dei tratti che ci fa elementarmente umani, in cui tutte le culture umane si somigliano. Ma è anche forse uno dei tratti di cui si compongono le nostre ineliminabili, in certa misura, differenze, con gli intrecci e conflitti che ne scaturiscono.

Così Borges, forse, sarà a sua volta, rimasto stupito dall’apprendere che un suo lettore invece e di essere colpito dalle “favole e metafore…che possono essere tutto per tutti”, fosse stato colpito da quelle che non potevano esserlo: “Codeste ambiguità, ridondanze e deficienze ricordano quelle che il dottor Franz Kuhn attribuisce ad un’enciclopedia cinese che s’intitola Emporio celeste di Conoscimenti Benevoli. Nelle sue remote pagine è scritto che gli animali si dividono in (a) appartenenti all’Imperatore, (b) imbalsamati, (c) ammaestrati; (d) lattonzoli, (e) sirene, (f) favolosi, (g) cani randagi, (h) inclusi nella presente classificazione, (i) che s’agitano come pazzi, (j) innumerevoli, (k) disegnati con un pennello finissimo di peli di cammello, (l) eccetera, (m) che hanno rotto il vaso, (n) che da lontano sembrano mosche”. Questo passo delle Altre Inquisizioni, che si trova in un saggetto di pochissime pagine dedicato a e titolato L’idioma analitico di John Wilkins, sta all’origine di una delle più poderose e controverse ricerche storico-filosofiche del secondo Novecento francese Le parole e le cose di Michel Foucault. Questi, dell’opera in cui annunciava niente meno che l’imminente “morte dell’uomo” –
inteso come categoria universale e fondamentale: “L’uomo è un’invenzione di cui l’archeologia del nostro pensiero mostra agevolmente la data recente. E forse la fine prossima. [ultima pagina edizione italiana] – scriveva nelle prime righe della prefazione: “Questo libro nasce da un testo di Borges: dal riso che la sua lettura provoca, scombussolando tutte le familiarità del pensiero – del nostro, cioè: di quello che ha la nostra età e la nostra geografia – sconvolgendo tutte le superfici ordinate e tutti i piani che placano ai nostri occhi il rigoglio degli esseri, facendo vacillare e rendendo a lungo inquieta la nostra pratica millenaria del Medesimo e dell’Altro. Questo testo «menziona una certa enciclopedia cinese»”, segue la citazione del passo che ho riportato qui sopra, con la variante alla lettera (m) “che fanno l’amore”. Trattandosi di “animali” e dei loro “modi di apparizione” Foucault qui si riferisce implicitamente alla tradizione filosofico-scientifica inaugurata più di duemila anni fa, e tutt’ora sia pure indirettamente sorretta e attraversata interamente, in Occidente, dalle opere “naturali” di Aristotele. E l’opera di Foucault, insieme a poche altre, è stato un tentativo di portare in luce l’ingenuità di storiografi e scienziati della natura, che mediamente s’immaginano che solo con la continua riattualizzazione di “risultati” senza presupposti, civiltà e scienza progrediscano, così finendo con l’alimentare solo un tecnicismo scientifico ed una concezione folcloristica della scienza; quella da più di un anno quotidianamente spacciata dai pulpiti mediatico-politici. Senza contare, ma il discorso si allungherebbe all’impossibile, che anche ammesso che la fonte di Borges sia
parzialmente apocrifa, cioè non cinese “originale”, essa comunque è l’indice di una forma mentis che struttura le stesse metafore e i conseguenti concetti in modo profondamente differente dal nostro; e forse trattandosi della prima potenza economica mondiale di fatto, sarebbe anche il caso di cominciare a farci caso, liberandosi da vieti stereotipi.

Ma per tornare alle Altre Inquisizioni direi che poche volte ho letto di un’opera così vasta e impegnativa, come quella di Foucault, scaturita da una risata, e aggiungerei che poche volte un autore “letterario” come Borges, ha ricevuto un così grande riconoscimento da un autore filosofico- scientifico, Foucault [ma sul web troverete che qualcuno pensa che questi abbia voluto deridere quello], il quale peraltro è ancora oggi uno dei più studiati al mondo nelle scienze umane e sociali.
Ciò lo dico anche per buona pace di chiunque ancora pensa che la grande letteratura sia inattuale perché sarebbe stata solo un passatempo per signore borghesi annoiate in salotto. Come si evince dal fatto che se anche l’avessi progettata, non l’ho realizzata una qualche grande opera, io disgraziatamente non sono Foucault, nonostante da più di trent’anni rilegga quel librettino; del quale peraltro pagine diverse da quella sopra citata, mi sono diventate più care… sulle
quali “il tacere è bello”. Ma di tanto in tanto qualcuna di esse s’impone invece per la sua applicabilità alle sconsolanti vicende che ci travolgono in questo primo spicchio del XXI secolo: “Let the people think è il titolo di una selezione dei saggi di Bertrand Russell [nella quale] Russell dispensa consigli di universalità. Nel terzo articolo – Free thoughts and official propaganda–  propone che le scuole elementari insegnino l’arte di leggere con incredulità i giornali. Penso che tale
disciplina socratica non sarebbe inutile. Delle persone che conosco poche la compitano appena. Si lasciano ingannare da artifici tipografici o sintattici; pensano che un fatto sia accaduto perché è stampato in grandi lettere nere; confondono la verità col “corpo dodici”, non vogliono capire che l’affermazione: Tutti i tentativi degli attaccanti per avanzare oltre B sono falliti sanguinosamente, è un mero eufemismo per ammettere la perdita di B. Ancora peggio: esercitano una specie di magia, pensano che formulare un timore sia collaborare col nemico… Russell propone che lo Stato cerchi d’immunizzare gli uomini contro questi presagi e codesti sofismi. Per esempio suggerisce che gli scolari studino le ultime sconfitte di Napoleone attraverso i bollettini del Moniteur, visibilmente trionfali. Progetta compiti come questo: una volta studiata su testi inglesi la storia delle guerre contro la Francia, riscrivere tale storia, dal punto di vista francese”. Né Russell, né tantomeno Borges erano “rivoluzionari”, ma erano certo osservatori acutissimi delle dinamiche sociali, e immagino sarebbero rimasti perplessi per quanto poco abbiano fatto gli Stati per cercare di immunizzare i propri cittadini dalla “propaganda” e forse sgomenti – testimoni com’erano stati dall’avventura nazista – dalla quantità di pessima propaganda lautamente finanziata e prodotta anche da Stati sedicenti democratici.

Cominciando a scrivere, avevo in mente almeno un esempio sul quale proporre di esercitarsi a leggere alcuni avvenimenti recenti non solo dal “nostro” – cioè euratlantico – punto di vista. Ma lo spazio manca e forse sarebbe anche un’offesa alle capacità dei lettori, che possono applicare vastamente da sé le avvertenze russelliano-borgesiane, poiché penso che abbiano percezione di ciò che troppo spesso mi è accaduto e mi accade di rilevare: che, nonostante gli straordinari medium comunicativi e interattivi a nostra costante disposizione – e nonostante il risuonare a stormo continuo delle campane cosmopolitiche della globalizzazione – pochissimi compitano appena lo scombussolamento delle familiarità del nostro pensiero, cominciando con l’accettare il fatto che un preteso “fatto” – che troppo spesso esiste per noi solo perché stampato a caratteri cubitali e digitali – può essere, ed è, guardato da tutt’altri punti di vista a Mosca, a Pechino, a Dubai, a Dakar, a Lima; che, peggio, pochissimi si liberano dal sortilegio e diventano consapevoli del fatto che formulare dubbi sui vaccini sperimentali e sulle campagne di vaccinazione di massa non vuol dire essere nemici della scienza, mentre può voler dire essere senz’altro nemici dello scientismo naif ora – anacronisticamente – imperante. E tutto questo dimostra inoltre qualcosa che qualcuno tra i nostri avi, tra i quali certo Russell e Borges, osservava con timore, e sapeva con una qualche certezza, mentre noi, tanto più “evoluti”, sembriamo averlo totalmente obliato: che il potenziamento dei mezzi tecnici non comporta “automaticamente” il potenziamento della mente umana. Anzi, come temeva già Platone, la relazione potrebbe essere inversa. Niente di meccanico, per quanto sofisticato possa divenire, farà mai il lavoro propriamente umano: progettare e costruire futuri comuni abitabili, su quella che, mirabilmente, Husserl una volta chiama, l’Arca Originaria Terra.

 

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