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Da ora, e per sempre, impunità

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Se vi state incazzando perché viene riconosciuto uno scudo penale al personale medico che somministra i vaccini, esonerandolo così  da ogni responsabilità perchè non possiede le necessarie informazioni e la  cognizione degli effetti che il suo atto può produrre, chissà come vi siete adirati quando analoga protezione è stata concessa a imprenditori e manager che invece sapevano benissimo le conseguenze delle loro azioni criminali.

Ah no? non vi siete incazzati? Non  ve ne siete nemmeno accorti? O forse l’avete saputo, ma avete ritenuto che si trattasse di un nobile compromesso in nome della realpolititik, di un obbligatorio cedimento – appena ritoccato anche dalla banda degli onesti,   dopo che la misura di salvataggio era stata adottata, Renzi vigente, dal suo cortigiano Calenda – alle ragioni dello sviluppo, dell’occupazione e del futuro della città di Taranto, in cambio di posti di lavoro, benchè severamente decurtati, e del mantenimento nell’arena della competizione produttiva  di un colosso ridotto ormai a funesta archeologia industriale, offerto come omaggio a una multinazionale spietata che lo voleva per togliere di mezzo un concorrente.

Ogni tanto c’è una vicenda giudiziaria che mette in forse le convinzioni garantiste e suscita quel tanto di giustizialismo che alberga in noi, come nel caso della scarcerazione di Brusca, incarnazione del Male assoluto sul quale nessuno solleva dubbi o obiezioni. Poi invece ci sono altre forme di male che meritano la minuscola quando subiscono il verdetto dei tribunali. E subito qualcuno mette in guardia dalle conseguenze “pubbliche” e politiche della deliberazione emessa, come al solito innumerevoli anni dopo la commissione del reato, e che, come ha subito decretato una delle vittime più illustri della deriva giustizialista, puzza lontano un miglio di demagogia.

E difatti sulla sentenza di condanna dei Riva e dei loro, a vario titolo, correi, non sono mancati i commenti focosi di chi mette in guardia dalla tentazione della magistratura: saranno le solite toghe rosse?  a  emettere verdetti manichei, con l’intento di guadagnare consenso in veste di unici garanti della tenuta morale del Paese, incuranti delle ricadute deleterie delle loro decisioni, a cominciare dalla inevitabile fuga degli investitori e dall’effetto dissuasivo  per altri operatori industriali che pretendono giustamente di avere mano libera, di non dover subire i ricatti dei dipendenti e la pressione dei lacci e laccioli che ostacolano la libera iniziativa.

Fino a definire “mostruoso”, il pronunciamento, frutto di un complotto contro occupazione, sviluppo e interesse generale,  “Se un pm e un capo di Procura possono distruggere l’1% del Pil e 8200 posti di lavoro”,  che ha condannato con la vecchia proprietà del  mostro che ha seminato morte per decenni, anche l’altro mostro, la Politica complice e indifferente al martirio di una città, costretta a scegliere tra malattia e posto, reddito e veleni, e pure i potenziali investitori chiamati a ipotecare il nostro futuro, ai quali dobbiamo invece riservare gratitudine, offrire aiuto concreto in forma di assistenza economica grazie al prodigarsi di organismi incaricati di beneficare multinazionali e imprese colonizzatrici, e misure e decretazioni eccezionali, la prima non a caso risalente al governo di Silvio Berlusconi che innalza i limiti di emissione dell’impianto, seguita, dopo il sequestro della struttura da parte dei pm, dal provvedimento che blocca l’azione dei magistrati consentendo all’Ilva di produrre indisturbata per i successivi 36 mesi.

Da allora sono  7 i decreti legge ad hoc varati dai  governi Monti, Letta, Renzi cui fanno seguito i  tentativi arruffoni e contraddittori dei governi Conte 1 e 2, con l’intento evidente  di addomesticare le “esigenze”  della giustizia penale, di  pretendere compromessi vergognosi dai sindacati, di rabbonire l’opinione pubblica locale avvelenata, mentre nel frattempo l’attività negoziale con Arcelor e il suo mastino in quota rosa, prendeva  sempre più la forma di una resa indecente, anticipatrice della formula che, lo sappiamo bene,  dopo Atlantia, Whirpool, Alitalia, verrà magicamente applicata a ogni vertenza con capitani d’industria criminali, controllori venduti e inabili,  manager incapaci e corrotti.

La  condanna dei vecchi proprietari è proprio vero che dovrebbe produrre conseguenze anche per gli aspiranti che hanno messo un piede dentro, non pagano il fitto, licenziano operai in attesa di farne fuori qualche migliaio o con la cacciata tradizionale o con qualche soluzione finale anticipata da un considerevole numero di incidenti, dettano condizioni irricevibili, negoziano buonuscite principesche con governi che scrivono provvedimenti e  disposizioni sotto dettatura delle multinazionali più avide. Perché anche Arcelor Mittal  agisce fuori dal diritto, pretendendo di mettere in cassa integrazione 3500  contro la regola scritta che impone il ricorso all’ammortizzatore sociale  solo nel caso di debolezza strutturale dell’azienda e non come forma di sostegno a causa delle  oscillazioni cicliche che riducono la richiesta del mercato. Altrettanto illegittima è stata la pretesa di godere dell’immunità penale, civile e amministrativa e di mettere a frutto  la diminuzione di produzione allo scopo di accedere ai benefici economici da parte dell’Europa per la diminuzione dell’inquinamento prodotto.

E se fuori dalle leggi sono anche Stato e governi che nel corso delle trattative hanno  offerto i contributi della Cassa Depositi e Prestiti, di Invitalia e di Snam, in evidente contrasto con i criteri europei che riguardano il regime degli aiuti pubblici, fuori da ogni razionalità e legittimità è la disonorevole soluzione trovata dagli stessi che fanno del format Atlantia il modello di riferimento, se Draghi miserabile esecutore del disegno di svendita delle fonti di produzione di ricchezza nazionale, tra le quali c’erano appunto le acciaierie di Taranto, Piombino e Genova, oggi che sono sfruttate fino allo sfinimento e che hanno prodotto lutti e rovina, ne carica l’acquisizione a costi speculativi, per appagare gli appetiti belluini di una multinazionale.

Come tanti più influenti ma non più avveduti di me, per anni ho pensato che l’unica via d’uscita consistesse nella nazionalizzazione del colosso morente, per ridargli forza competitiva, farne un laboratorio di innovazione sostenibile, salvaguardare occupazione e reddito dei lavoratori e della città, contrastando l’ideologia che immagina un premio per i manager – leggi Telecom e Alitalia – calcolato sul numero di licenziamenti prodotti e, non ultimo, impedire che restassero impuniti i delitti ambientali, seppellendo i veleni sotto il cemento e l’oblio.

Ma con questi governi, questi decisori, le uniche garanzie certe sono quelle date al management e al padronato della multinazionale che ha applicato la sua strategia distruttrice della concorrenza e che godrà di una indennità di buonuscita, all’Europa orgogliosa di aver investito nella formazione di un killeraggio efficiente, agli imprenditori pubblici e privati che sotto l’ombrello protettivo offerto dalle grandi concentrazioni, sanno che potranno avere licenza di sfruttare, avvelenare, uccidere a norma di legge e col favore delle autorità.

 

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