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Vaghe stelle dell’orsa, le rivoluzioni mancate

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Luca Carbone per il Simplicissimus

Su twitter si usa postare con la dicitura “twitt muto”, questo potrebbe essere un post muto, che riproporrebbe solo la lettura di una pagina straordinaria pensata e scritta più di centocinquanta anni fa, ma qualche parola conviene aggiungerla per evitare facili fraintendimenti e per suggerire qualcosa che ci tocca molto da vicino, pur sembrando assai remoto.

“Rimarrebbero, in Europa, soltanto religioni di natura politica, poiché tutte avrebbero preso lo spirito del vincitore. Lo spirito della Chiesa di Roma si diffonderebbe rapidamente nelle Chiese in cui prevale il libero esame, e ciascuno ammetterebbe, senza difficoltà, che il modello del dispotismo trionfante è Roma. Ed ogni Chiesa, ogni tempio, ogni confessione, ogni setta ascriverebbe a suo onore potersi avvicinare a quel modello e dare il colpo decisivo alla ragione umana abbattuta e prostrata; così grande è negli uomini il desiderio di unirsi al più forte!

Una volta rinnegato, così, il secolo XIX, si giungerebbe a rinnegare, nelle sue origini stesse, le libertà stabilite dal secolo XVI. Lo stesso succederebbe nella vita politica. Tutte le istituzioni moderne che favoriscono la libertà, il suffragio, le elezioni, tutto sarebbe rivolto contro la libertà. Non ci sarebbe più neanche un consesso od una assemblea che non ascrivesse a suo onore dimostrare come possono diventare pure essi ottimi strumenti di oppressione. Più scendereste nel fondo delle masse e più trovereste diffusa la schiavitù; vedreste intieri popoli votare, ridendo, la loro schiavitù. Le nazionalità morenti rinnegherebbero, prostrandosi nell’adorazione del più forte, la sola cosa che avrebbe potuto farle rivivere, il diritto.

La consunzione morale trascinerebbe seco la consunzione fisica, e viceversa. Di una nazione resterebbero soltanto poche compagnie anonime finanziarie che divorerebbero, in silenzio, intiere generazioni senza volto. Ognuno rimprovererebbe al suo vicino di essere indegno della libertà, e, così, diventerebbe garante dell’abiezione comune.

Il livello intellettuale si abbasserebbe ancora più rapidamente, se mai è possibile, di quello delle coscienze e, in tal modo, la filosofia sarebbe disprezzata, perché non la si comprenderebbe più. Una sola cosa sopravvivrebbe: la vanità. Infatti, il più degradato si porrebbe come esempio agli altri. Il più schiavo insegnerebbe a chi non lo è ancora; bisognerebbe sopportare, senza possibilità alcuna di reagire, ciò che vi è di più insopportabile al mondo: la fatuità dello schiavo.

Verrebbe, allora, il tempo in cui gli scrittori, i pensatori, gli amici della verità, scacciati dai loro paesi, errerebbero per il mondo, ed il mondo li respingerebbe di luogo in luogo fino a che la terra verrà loro a mancare sotto i piedi. Continuerebbero a pensare, ma nessuno ormai li potrebbe comprendere. Chiamerebbero, ma nessuno risponderebbe loro. Il loro pensiero, senza eco, si seppellirebbe con loro, e quando lo si riscoprisse, sembrerebbe ormai superato. Le generazioni ed i popoli passerebbero sulla loro tomba, senza riconoscerli.

Il Cristianesimo intiero, assumendo lo spirito della Chiesa romana, si seccherebbe e cadrebbe come essa. Da quel momento vi sarebbero, nel mondo, due o tre grandi religioni morte e pietrificate: in Oriente il brahmanesimo e il buddismo, in occidente il Cattolicesimo. Queste religioni stenderebbero, come le piramidi d’Egitto la loro ombra oscura su un immenso deserto morale: questo servirebbe da sepolcro a popoli ridotti ormai a cadaveri. E il silenzio si diffonderebbe su gran parte della terra” [Edgar Quinet, La rivoluzione religiosa nel secolo XIX, I ed. 1857].

È appena il caso di sottolineare che non si deve identificare tout court lo spirito dispotico cattolico di cui scrive il Quinet con l’attuale conduzione vaticana, o l’attuale Chiesa cattolica nella sua interezza; come ci ammaestra una storiella, nemmeno “dio” sa cosa pensa un gesuita, o quanti sono gli ordini monastici. E dopo un secolo e mezzo di analisi marxiste, o più e meno ‘materialiste’, della società moderna, possiamo facilmente comprendere l’unilateralità della posizione del Quinet, che guarda ai ‘fattori spirituali’, e questi li intende quali prevalentemente ‘religiosi’, come a quelli soli storicamente determinanti; così come possiamo facilmente cogliere la limitatezza del suo sguardo agli Orienti.

Ma fatte le debite tare, mi pare che la sua rimanga una pagina lucidissima, straordinariamente anticipatrice, sui “destini” delle civiltà e cultura europee. Una gran parte delle lotte intellettuali degli ultimi due secoli potrebbero essere lette come la rivolta contro quel dispotismo “spirituale”: non solo l’ovvio Nietzsche, ma anche magari i meno ovvi Artaud ed Heidegger. Mentre tutto l’assordante baccano mediatico non basta a non far percepire il “silenzio” che soffoca gran parte dell’Occidente. Ma ciò che la pagina del Quinet mette in piena luce è una delle più grandi vittorie – ad ora – della società “turbo-capitalista” e della sua ideologia dispotica, e sempre più distopica (che partorisce quotidianamente slogan come “vaccinare il mondo”): l’averci persuasi che tutte le partite si giocano nel presente immediato, ed in vista solo di un futuro accrescitivo e migliorativo dello stato presente, che tutto il passato è liquidato. E che, per conseguenza, ogni attività intellettuale, quando non sia celebrativo-commemorativa o puramente “ricostruttiva”, è “reale” solo se rientra in questo orizzonte, quello che magnifica il mondo così com’è. Non per caso, probabilmente, Pasolini, che non conosceva limiti nella contrapposizione intellettuale – come quando descrisse la frivola e tollerante «società dei consumi» come più totalitaria del fascismo ‘classico’ – scrive in poesia: “Io sono una forza del passato…” – una forza vivente del “passato”, non un fossile museale; e poi afferma che è interessato principalmente a quello che accadrà da qui a…trentamila anni!

A parte la moda di cambiare teorie come si cambiano scarpe griffate, condanniamo senza appello le opere dei grandi intellettuali, di pensatori, di artisti (lasciandole anche così in pasto alla cancel culture), persino quelle del Novecento – come ormai “superate” (e spesso non sono nemmeno state edite per intero), perché non darebbero le risposte alle domande ed alle urgenze del “presente”. Al riguardo, c’è una terribile pagina di Ungaretti, il quale dopo aver studiato ed insegnato per una vita l’opera poetica del Leopardi scrive: “…quando entri dentro al mondo ti senti perduto: solo l’inverosimiglianza e la violenza contano. Tutto quello in cui l’uomo continuava a gingillarsi, prima cosa fra tutte la letteratura, è caduto. Mi seduce ancora l’ascolto di Bach e di Leopardi. Ma sono cose che appartengono alla NOSTRA profondità? Siamo degli uomini che sono stati tagliati dalla propria profondità…” – ed all’inizio del discorso aveva già affermato: “Oggi [1966] tutto quello che è contenuto nei libri lo si ascolta come testimonianza del passato, ma non si può accettare come modo espressivo nostro”. Certo, questo è verissimo, dobbiamo sempre e di nuovo cercare il nostro modo “espressivo”, tuttavia in questa pagina anche Ungaretti cede (come ognuno di noi beninteso è tentato o tratto a fare, ed ammiriamo in lui la schiettezza dell’ammetterlo) all’idolo del tempo attuale, alla “eterna attualizzazione” del tempo, ed, inintenzionalmente (Ungaretti: non altri) al potere dispotico che vi si lega. Ma ciò che rende grandi le opere più grandi – nessuna delle quali, negli ultimi due secoli, è uscita da penne cattoliche – è proprio e solo il loro essere, come dice Pasolini – “iperstoriche”, e non, come si crede abitualmente ancora, extra-storiche: non rispondono, e non possono mai rispondere, direttamente, alle angustie immediate del nostro presente ma, come la pagina del Quinet (tra molte e molte altre), ci mostrano come si sono costruiti gli orizzonti che circondano i nostri tempi di vita, e quali costellazioni, anche remotissime, possono guidarci nel mezzo del cammino impervio dello scegliere. Sarei incline a pensare che forse mai come ora, e qui, ne abbiamo avuto reale bisogno.  Ed è proprio qui che il serpente si morde la coda, poiché è proprio di questo tempo confondere in noi stessi questo bisogno, screditando la filosofia classica – ed il suo ultimo rampollo, il pensiero critico – cosmetizzando l’arte in belletto per miliardari, annacquando la poesia con le capricciose lacrime dell’Io, nutrendo il vuoto con la ripetizione del niente.

 

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