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Anziani, non ne sono morti abbastanza?

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Gli over 65 in Italia sono 13,8 milioni, il 23% della popolazione e nel 2050 si stima che arriveranno a sfiorare i 20 milioni (34% della popolazione). Quelli sopra i 75 anni che nel 2020 erano 7 milioni- il 12% della popolazione- e il 38% dei quali vive da solo, nel 2050 arriveranno a 12 milioni. Quelli “accolti” nelle Rsa sono oltre 270 mila, e di questi almeno 233 mila non sono “autonomi”. E secondo le stime attuali dell’Istat il numero di anziani non autosufficienti raddoppierà fino a quasi 5 milioni entro il 2030.

Sia pure persuaso di essere invulnerabile da acciacchi e attentati dell’età, reso immune dalla vaccinazione oggetto di pubblica ostensione pedagogica, forse convinto di essere davvero immortale come divinità omologhe, il presidente del Consiglio, oggi 73enne, ha pensato a questa ampia platea sfuggita alla falce del Covid 19, ma che pare debba attrezzarsi per le future minacciate pandemie, pesando il meno possibile sul capitale umano impegnato a contribuire alla crescita sociale.

E difatti nell’ambito  del Piano nazionale di  Ripresa e Resilienza sia nella Missione 5 che nella Missione 6 gli amanuensi incaricati di descrivere le magnifiche sorti che ci attendono e che anche in questo caso denunciano la sovrana indifferenza di chi sa astrarsi da legami affettivi, dalla conoscenza della realtà intorno, dalla manutenzione di vincoli e dal rispetto di patti generazioni – e che non ha mai visto Umberto D, hanno messo a punto strumenti e misure atte a “intercettare e supportare situazioni di fragilità sociale ed economica”, dedicando specifiche linee d’intervento alle persone con disabilità e agli anziani, a partire dai non autosufficienti.

Esse prevedono, si legge nel Piano,  “un rilevante investimento infrastrutturale, finalizzato alla prevenzione dell’istituzionalizzazione attraverso soluzioni alloggiative e dotazioni strumentali innovative che permettano di conseguire e mantenere la massima autonomia, con la garanzia di servizi accessori, in particolare legati alla domiciliarità, che assicurino la continuità dell’assistenza, secondo un modello di presa in carico socio-sanitaria coordinato con il parallelo progetto di rafforzamento dell’assistenza sanitaria e della rete sanitaria territoriale previsto attraverso l’attuazione del  progetto di Riforma dei servizi sanitari di prossimità e il progetto Investimento Casa come primo luogo di cura”.

Insomma bisogna prepararsi a una società di vecchi (Missione 5) e di disabili (Missione 6) da includere armoniosamente in una realtà di cittadinanza nella quale tutti sono potenziali malati cui far assumere farmaci, da conferire in strutture appropriate quando denunciano segnali inequivocabili di rischio per la salute e per la produttività degli altri, radicandosi fatalmente nel culto della salute ad ogni costo, del corpo come totem da servire, della giovinezza che i ceti privilegiati possono mantenere inalterata come l’integrità sanitaria confermata come  loro monopolio in regime di esclusiva.

Come fare? Presto detto, nel quadro delle risorse destinate alla sanità, vengono “stanziati”, virtualmente, tre miliardi al potenziamento dell’assistenza domiciliare per gli anziani (oggi riceve  sostegno in casa solo il 6,5% degli anziani, con una media di 18 ore all’anno, a fronte delle 20 mensili stimate come necessarie), con l’obiettivo di aumentare il volume delle prestazioni rese in assistenza domiciliare fino a prendere in carico, entro la metà del 2026, il 10% degli over 65, selezionati prioritariamente  tra quelli con una o più patologie croniche e/o non autosufficienti.

Altri 300 milioni dovrebbero  promuovere la “riconversione” delle Rsa, le residenze sanitarie assistenziali, con l’intento di aumentare nel territorio gli appartamenti autonomi e attrezzati per anziani con disabilità attrezzando le strutture in modo da incaricarle di tutta la gamma dei servizi che rispondono ai  bisogni quotidiani.

Si tratta di interventi “immediati” da attuare in attesa  di una legge delega di riforma dell’assistenza agli anziani non autosufficienti, che garantisca un approccio integrato fra prestazioni sociali e sanitarie, favorendo la cura degli anziani il più possibile fuori dagli istituti, compatibilmente con gli obiettivi di finanza pubblica e in coerenza con le Raccomandazioni della Commissione relative al semestre 2019 (CSR1)  per “offrire le migliori condizioni per mantenere, o riguadagnare laddove sia stata persa, la massima autonomia possibile in un contesto il più possibile de-istituzionalizzato”.

Deistituzionalizzare, è proprio un bel verbo che rievoca l’impegno di sociologi, psicologi, psichiatri e clinici che si sono battuti  per abbattere muri e recinti delle “istituzioni totali”, luoghi dove le persone vengono relegate perché considerate pericolose per sé stesse o per gli altri, il cui carattere “inglobante” è simboleggiato da regole e tempi, che impediscono di fatto lo scambio sociale anche grazie loro strutture fisiche: porte chiuse, controlli, impedimenti e regimi autorizzativi per chi vuole “visitare” chi sta dentro.

Non so voi ma io dubito che i redattori del Pnrr siano attenti lettori di Goffman, estimatori di Basaglia e esegeti di Foucault e dunque mi sento autorizzata a sospettare che la de-istituzionalizzazione che piace a Draghi e ai suoi professorini sia quella che sottrae azioni, soluzioni, strutture e la loro gestione alle “istituzioni” pubbliche, consegnandone il governo a privati, al potere sostitutivo del Terzo Settore e perfino, viene ampiamente citato come parcheggio ideale dove posteggiare i giovani, al Servizio Civile Universale da potenziare in sostituzione della leva obbligatoria che forse sarebbe gradita al Commissario Generale, in forma di esercito di volontari e in veste di cittadinanza attiva che sia, allo stesso tempo, uno strumento di formazione e un motore di inclusione e coesione sociale. “Così, è la convinzione di Draghi, i giovani possono orientarsi rispetto allo sviluppo della propria vita professionale e, allo stesso tempo, rendere un servizio nobile alla propria comunità e all’Italia”.

Per carità, non voglio dire che tra i ragazzi italiani (solo maschi?) proliferino i bulli che dileggiano gli anziani, quelli che appiccano il fuoco ai vecchi barboni, ma già da prima del distanziamento sociale e soprattutto generazionale, il rispetto per le generazioni passate da tempo non era più  una virtù civica alla pari con il culto della memoria e della storia, cancellato perfino dalle prove della maturità.

È che anche questa è una conferma della tendenza in atto a responsabilizzare la collettività, a socializzare oneri  e danni in modo che ad agire, far fronte e pagare sia la gente, quando invece vengono privatizzati e denazionalizzati i profitti, se a goderne sono strutture confessionali, lobby, corporazioni e  regioni rapaci  che impiegano sovrabbondanti  limiti di autonomia per appagare appetiti di clan e gruppi di pressione.

E dove non arrivano questi, dove il sistema sociale privatizzato si rivela troppo oneroso per i singoli, quando il welfare aziendale mostra la corda, dove i neo-disoccupati e il nuovi poveri si aggiungeranno, e con loro precari che non sanno nemmeno cosa siano l’Inps e l’Inail,  ci saranno pur sempre le donne, che entrano e escono come tuttofare anche nel piano, manager imprenditrici o vittime da affrancare con “strumenti” di valorizzazione per abbattere “barriere” culturali, ma che al momento debito sono invitate a prodigarsi per combattere l’istituzionalizzazione degli anziani, con il part time, dividendosi tra cucina e Pc, tra capezzale e telefono, da angeli del focolare sempre in servizio attivo.

Se andiamo avanti così, qualche improduttivo promosso a peso troppo vivo e parassita, rimpiangerà di non essere morti di Covid, che almeno aveva l’onore di rientrare nella statistica dei martiri.

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