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Volontari al macello

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

A volte piena di illusoria speranza mi guardo intorno per dare un’occhiata alle esternazioni dei capitribù di qualche colonia che pensa di essere emancipata dal pensiero neoliberista  grazie alla manutenzioni di capisaldi traballanti.

Parlo di  europeisti e ecologisti, cui piace vincere facile, che possono dire “qualcosa di sinistra”, e ci vuol poco, manifestando doverosamente per Gaza, commemorando il meno autocelebrativo dei cantautori, alzando le bandiere arcobaleno contro l’omofobia.

Non manca ogni tanto  qualche compianto per l’assalto al territorio,  nello stile della Wilderness cara ai giardinieri, non menzionando però– ma forse sono Fb e Twitter che non mi permettono di andare indietro nel tempo per le opportune verifiche – gli strumenti normativi offerti al saccheggio e  alle privatizzazioni, quelli della semplificazione, e soprattutto omettendo la spinta data a speculazione e cementificazione dal piano Marshall europeo  per la ricostruzione tramite grandi opere, infrastrutture sovradimensionate già prima del Covid, tanto che vengono messe nella nota della spesa dei reprobi, i partner di serie B, che se ne facciano carico indebitandosi sempre di più con il racket degli usurai comunitari.

Nelle more si trova anche il compiacimento per la vibrante  presa di posizione di Biden contro la mercificazione dei vaccini, con l’ancora più vibrante sollecito all’Europa di uniformarsi a questo imperativo morale, mentre manco con il lanternino si trova notizia   di una qualche perplessità per la decisione di dar corso al passaporto/ salvacondotto per vaccinati, tamponati, sopravvissuti.

Quello che invece non vi sarà dato scoprire è una notizia, che ne so, sul summit di Porto che aveva come tema, nientedimeno che  “la partecipazione dei cittadini, del mondo cooperativo e del Terzo settore alla costruzione del futuro europeo”, salutato con entusiasmo dagli addict delle cancellerie carolinge, per essere il primo “dopo” le restrizioni, che bisogna ammetterlo, hanno però avuto il pregio di ricreare un’atmosfera di unità e coesione, grazie al sostegno  “delle formazioni sociali che hanno contribuito a infrangere quella “bolla” di impermeabilità protocollare che vedeva i vertici europei celebrati nel quartiere europeo di Bruxelles con i palazzi blindati, i blocchi stradali, i reticolati da trincea a chiudere le vie attorno alla sede del Consiglio Europeo”, come ha liricamente dichiarato il presidente  della Confederazione europea delle cooperative di lavoro e di servizi.

E come non compiacersi della ferma determinazione della Commissione, parola di Ursula Von der Leyen che ha perfino citato Don Milani non avendo a disposizione un Don più accettabile, magari DeLillo o Lurio, a stringere un’alleanza strategica tra le organizzazioni dell’economia sociale e della società civile  e le  istituzioni, fortemente raccomandata da Draghi in un intervento che riecheggiava i toni ecumenici della sua pastorale a Rimini, e che ribadiva l’importanza di “ridurre le disuguaglianze e migliorare l’inclusione sociale attraverso il lavoro e la buona occupazione”.

Si trattava di un proposito subito messo in atto già ieri con l’ultima infamia prodotta nel suo rettilario, dove striscia avido dei corpi/merce  delle cavie sulle quali sperimentare il suo personale Grande Reset, quel decreto Sostegni  cioè  «da 40 miliardi, 17  più nove, per migliorare l’accesso al credito bancario,  e 4 per i lavoratori e le fasce in difficoltà»,   che prevede l’ampia applicazione del format contrattuale  “di ricollocazione” a tutti i settori “per mettere in moto la ripartenza dell’economia e dare alle aziende una vera alternativa ai licenziamenti”,  grazie a accordi  a tempo indeterminato, legati alla formazione con un periodo di prova, al massimo di sei mesi, e  sgravi contributivi al 100%,cumulabili con altri benefici già a disposizione delle aziende. O con la messa sotto calce viva o in un pilastro di cemento – in questo caso quello decantato a Porto dei “diritti sociali” – in modo da promuoverne la damnatio memoriae,  di ogni riferimento, nel piano nazionale di accesso  alle elemosine delle strozzinaggio sovranazionale, a salari minimi e innalzamento delle remunerazioni a livelli dignitosi.

Difatti le nozze promesse a Porto ipotizzano il raggiungimento entro  il 2030, di  un tasso di occupazione nell’insieme dei paesi UE di almeno il 78%; una partecipazione di almeno il 60% degli adulti a corsi di formazione ogni anno; la “riduzione” (termine spericolatamente abusato benché rievochi soluzioni finali anche a alto contenuto epidemico) del numero di persone a rischio di esclusione sociale o povertà, ce le dobbiamo pagare noi e senza nemmeno fichi secchi. Già suona derisorio che l’orizzonte del 2030 altro non sia che lo spostamento delle stesse finalità dell’Agenda 2020, che non sarebbero state raggiunte per via dell’emergenza sanitaria, caduta a fagiolo, sempre per restare in tema vegetale, e che rappresentano un piatto di lenticchie virtuale, ammannito con il solito ricorso alla retorica padronale che ci vuole tutti sulla stessa barca, quando si tratta di socializzare i danni e le perdite, ma dalla quale siamo  spediti tra i flutti quando si privatizzano e capitalizzano i profitti.

Chi meglio del gaulaiter mandato qua a metterci in riga per uno, dove meglio di qui, un posto nel quale da fine anni ’90 sono state licenziate almeno 50 normative, misure, “riforme” tutte incentrate sulla demolizione dell’edificio di conquiste, diritti e garanzie del lavoro, per saggiare la tenuta e l’applicabilità del vero pilastro delle politiche occupazionali dell’Ue: la flexicurity – e figuriamoci se non era già pronto il termine in puro slang imperiale-  che significa la sicurezza di imporre flessibilità, mobilità, precarietà e in sostanza arbitrarietà, discrezionalità schiavistica in tutte le fasi delle relazioni che un tempo si chiamavano industriali. Quella in entrata per favorire assunzioni secondo regole unilaterali; in uscita, anche grazie al credo secondo il quale per favorire l’occupazione giovanile è d’uopo licenziare esuberanti, datati, poco inclini a rinnovarsi secondo gli imperii della rivoluzione digitale, nel contesto di una strategia di ammortizzatori sociali intesi a incrementare intimidazioni e ricatti, criminalizzando i beneficiari costretti a piegarsi a qualsiasi attentato alla dignità oltre che a talenti, vocazioni e bagaglio di istruzione e specializzazione accumulate.

È proprio il boa constrictor al posto giusto e al momento giusto, il presidente Draghi, che stinge al collo le prede soffocandole con i soliti mezzi incrementati dall’emergenza e si diverte a metterle le une contro le altre, in modo che diventino a un tempo vittime e kapò. Basta pensare ai suoi ripetuti richiami alla necessità di sanare quelle  “fratture che hanno profonde radici storiche e culturali, ma svelano anche evidenti carenze istituzionali e giuridiche” penalizzando giovani e  donne  per via di un “mercato del lavoro … che avvantaggia i garantiti meglio retribuiti e che godono di una maggiore sicurezza, a spese dei non garantiti, … che soffrono una vita lavorativa precaria”.

E quale sarebbe la soluzione? Non certo alzare gli standard di tutti per raggiungere prerogative e livelli adeguati e uniformi di sicurezza, remunerazione, opportunità e progressione di carriera, macchè, molto meglio, molto più fertile, molto più realistico è invece abbassare esigenze, bisogni e pretese al minimo sindacale, e mai come in questa occasione la formula è adeguata a descrivere la situazione di lavoratori divisi, isolati, non rappresentati che – in stato di necessità non possono esserci né libertà, né democrazia – si sentono investiti dell’obbligo di accontentarsi ed essere grati che vengano loro elargiti fatica e umiliazioni avvilenti.

Contro di loro si muove un esercito -politica, governo, istituzioni, stampa, intellettuali ormai posseduti dai demoni del liberismo che non concedono di immaginare nulla di diverso da questo stato di soggezione esercitato in tutti i contesti: sociale, culturale, economico e sanitario, coesi, loro sì, per promuovere la definitiva affiliazione a un pensiero unico, con l’offerta di sacrifici umani e il ripetersi di atti di fede, tutti intesi a riformare il non riformabile, mercato del lavoro, Europa, atlantismo, globalizzazione, “civiltà” atlantica e suo suprematismo .

 

 

 

 

 

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