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Fronte Popolare, riproviamoci

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mia nonna era una leader naturale, capace di appassionare alle sue cause e sempre pronta a prodigarsi con una prodigiosa e dinamica contentezza.

Le sue gesta sono state celebrate per anni, quando nascose il soldato inglese, ancorchè fosse sussiegoso e snob, in soffitta, quando portava pacchi di volantini che invitavano all’insurrezione nella borsa della spesa, correndo sotto i bombardamenti sul ponte della Libertà, con il gazzettino in testa per proteggersi preoccupata che si rompessero le uova che facevano da copertura e macchiassero la stampa clandestina, quando, visto che c’era, mise in una valigetta che ha girato per anni in casa un po’ di armi da consegnare la Cln di Treviso.

Ma uno dei racconti più vividi era quello pervenuto anche a me, di quando, nel 1948, si incaricò di fare una propaganda capillare in favore del Fronte Democratico Popolare per la libertà, la pace, il lavoro, la federazione politica di sinistra, formata da dal Pci di Togliatti e dal Psi di Nenni cui avevano aderito Alleanza Femminile; Alleanza Repubblicana Popolare; Costituente della Terra; Movimento Rurale; Movimento Cristiano per la Pace  e il Movimento di Unità Socialista di Maitan, l’apostolo del trotzkismo italiano.

A quei tempi la comunicazione politica non era ancora una scienza affidata a talenti peracottari   formati in reality o nelle retrovie di banche e multinazionali, e l’approccio della nonna era decisamente ingenuo quando scelse come target le casalinghe nuove al voto, che andava a stanare all’uscita dalla messa, lei acattolica, atea e anticlericale: ”quando vi fate il segno della croce non vi toccate la fronte? le apostrofava. È perché la dietro c’è la sede della ragione. Ricordatevelo quando andate al seggio, per dare il vostro appoggio a chi sta con la ragione”.

Anche quella volta, quel 18 aprile del 1948, la ragione non l’ebbe vinta.

Il Fronte perse, contro la sgangherata campagna oscurantista fino al millenarismo dei comitati civici di Gedda, consacrati dal Papa Pio XII in forma di rete capillare radicata nelle parrocchie, nei campetti di gioco, delle associazioni femminili, ma anche in molte società operaie, rinate dopo la guerra, mobilitata per contrastare il pericolo comunista. Il “Blocco del Popolo” (così era anche chiamata l’alleanza) ottenne però solo il 31% dei voti alla  Camera e il 30,76% al Senato. Dopo la sconfitta sia il PSI che il PCI dichiararono  finita la stagione dell’Unità e alle successive elezioni politiche alle quali si presentarono con i loro simboli, la DC superò il 48% dei voti sia alla Camera che al Senato dando vita alla fase segnata da tre governi De Gasperi.

Molte furono le cause di quella disfatta, che colse di sorpresa sia il Psi che il Pci sicuri fino al giorno prima di aggiudicarsi la vittoria. Ma contribuirono di sicuro anche allora il messaggi e gli slogan della pubblicità della paura. Paura di quella miseria che, si raccontava, dominava la terra dei comunisti, l’Unione Sovietica, insieme a polizie segrete, trame oscure,  salari da miseria e repressione dei dissidenti. Mentre bastava mettere un segno di matita sullo scudo crociato per far affluire come una messe benefica i fondi del Piano Marshall a riempire granai, far muovere i tram, realizzare fabbriche e posti di lavoro, come si leggeva sulle migliaia di cartoline che i parenti emigrati facevano arrivare degli Stati Uniti.

La storia ritorna, si sa. La paura del comunismo  si è convertita in timore di altre minacce: ingovernabilità, passivo di bilancio che costringe “necessariamente” a tagliare la spesa sociale, la preoccupazione che qualsiasi forma di opposizione provochi disordine e incertezza, il disagio anche identitario di fronte ai ricatti dell’amico americano che ribadisce ogni giorno la volontà di costituirsi come guardiano e padrone del mondo, oltre che custode di una civiltà superiore spaventata dall’irruzione sullo scenario di antagonisti potenti.

Davanti ai fantasmi del terrore è inutile ricordare che i competitor l’hanno avuta vinta proprio per i ritardi di quella civiltà superiore, tecnologici, sociali e morali, perché tutti i poteri politici, economici, industriali hanno investito nel gioco d’azzardo finanziario invece che sulla modernizzazione, sulla mortificazione dei lavoratori invece che sulla formazione e promozione di talenti e capacità, su forme autoritarie di controllo invece di puntare sulla democratizzazione fertile delle relazioni sociali e del sistema statale, trasformato in apparato assistenziale al servizio di grandi concentrazione, sulla “rivoluzione digitale” in sostituzione dell’istruzione e della cultura umanistica, in modo da creare le condizioni di una superspecializzazione delle nuove generazioni che produca attraverso i suoi diplomifici e masterifici, eserciti ridotti in schiavitù davanti a un pc capaci solo di premere un tasto, mentre popolazioni più remote restano addette alle fatiche della gleba compromessa da veleni.  

E è altrettanto inutile mettere in guardia dalle conversioni aberranto di chi per mandato e tradizione doveva rappresentare interessi popolari convertito al neoliberismo declinato secondo le forme del riformismo, del progressismo e della realistica soggezione allo stato di necessità senza alternative.

La storia ritorna, si sa. E semmai in una certa fase di questa crisi sociale spacciata per “sanitaria”, venisse concesso di tornare a votare, ancora una volta l’intimidazione consiglierebbe di mettere quel segno di matita sui simboli che garantiscono il fluire nelle nostre casse del Recovery Fund, grazie alla propaganda di accreditamento di elemosine continuamente ridotte, la cui erogazione esosa, ammesso che ci sia, è condizionata a rinunce, abiure e abdicazione di diritti, garanzie, prerogative che avevamo creduto inviolabili, anche se il docufilm della sorte di vicini ne ha accertato la fine, anche se via via anche grazie alle misure della pandeconomia stiamo saggiato quanto siano labili, facilmente cancellate, censurabili in nome della responsabilità che grava sui cittadini in regime di esclusiva.

E d’altra parte la devozione all’Europa, alla Nato, all’impero d’occidente prevede lo stesso atto di fede cui erano state abituate le veneziane che uscivano dalla messa della domenica ai Carmini e entravano nel seggio elettorale del vicino Istituto d’arte, pronte a esprimere il loro atto di fede, allora allo scudo crociato, oggi a una formazione vuota di ideali, valori, visioni del futuro, che sotto varie bandierine può accogliere tutto il potenziale di oltraggio della dignità, del lavoro, del territorio, dei diritti, in nome del Progresso e per il nostro bene.

E oggi più che mai il richiamo alla ragione che dovrebbe animare pensiero e azione, suona illusorio e velleitario, come la possibilità che dallo scontenta nasca libero un Fronte affrancato  da tradimenti scellerati e abiure vergognose, un blocco sociale capace di riscattare sfruttati e umiliati e di immaginare una scelta tra socialismo o barbarie che non si limiti a aggiustamenti economicistici, a tentativi vani di addomesticare le bestia scatenata del profitto attraverso bende pietose in un corpo che ha scelto l’eutanasia della democrazia.

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