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Gli ultimi giorni di Pompei

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come al solito l’imitazione del Nerone di Petrolini aveva scelto il Colosseo come ambientazione per l’annuncio solenne  di aver trovato il miglior direttore possibile per il Parco Archeologico di Pompei. E siccome ormai i ritrovamenti avvengono a orologeria, a pochi giorni dalla nomina è stato miracolosamente portato alla luce un prezioso reperto, un carro da parata nuziale  a quattro ruote, rinvenuto nel porticato antistante alla stalla, dove nel 2018 erano emersi i resti di tre cavalli. 

Difatti il Ministro Franceschini ormai opportunamente fiancheggiato nella sua opera di valorizzazione del patrimonio culturale dalla sottosegretaria che aveva già maturato analoga esperienza, nel sottolineare la straordinaria importanza della non casuale scoperta, ne ha approfittato per  rispondere alle critiche sollevate per la nomina del nuovo direttore: “Pompei continua a stupire con le sue scoperte e sarà così ancora per molti anni con venti ettari ancora da scavare. Ma soprattutto dimostra che si può fare valorizzazione, si possono attrarre turisti da tutto il mondo e contemporaneamente si può fare ricerca, formazione e studi, e un giovane direttore come Zuchtriegel valorizzerà questo impegno”.

Non è la prima volta che il più formidabile sito archeologico del mondo, si dimostra una provvidenziale riserva di réclame da esibire come risposta in tempo reale a critiche rivolte a uno dei ministri più longevi e solidamente intronati sulla poltrona degli ultimi 150 anni, tanto da far pensare che investimenti e risorse umane si mettano in moto a comando per propiziare la rivelazione condita da tempestiva conferenza stampa come nel caso recente del Termopolio, promosso a spot della propaganda del duo Franceschini/Osanna, direttore generale dei musei e fino a qualche giorno fa direttore ad interim del Parco Archeologico, esibito per fra dimenticare la protesta del personale dei servizi aggiuntivi,   accoglienza, controllo accessi, biglietteria, ufficio guide e ufficio informazioni, gestiti da Opera laboratori fiorentini, un pezzo del colosso Civita Cultura holding, che dopo il lockdown in cassa integrazione, sta ricevendo solo la metà delle remunerazioni.

I due sono i profeti del Grande Progetto Pompei, GPP, quello investito della missione  in una  dinamica azione di promozione sensazionalistica volta a fare ostensione di reperti spettacolari  in grado di mobilitare sforzi e   investimenti per mettere in moto campagne pubblicitarie con sedicenti ricostruzioni «storiche» da divulgare  nell’ambito di mostre, pubblicazioni,  documentari per la Tv, cartoon e altra paccottiglia di genere,  mentre continuano a latitare i mezzi per quella che dovrebbe essere l’attività primaria e continuativa, l’unica davvero in grado di salvare Pompei da  rischi peggiori della lava e dalla cenere che l’avevano protetta per secoli, la manutenzione ordinaria e straordinaria, cioè e la salvaguardia giornaliera per garantirne la messa in sicurezza.  

Ai due si è aggiunto il giovane e brillante  Gabriel Zuchtriegel, l’archeologo di Weingarten naturalizzato italiano lo scorso luglio, selezionato «personalmente» da Franceschini fra i tre candidati designati dalla commissione, presieduta, ma guarda che sorpresa, da Marta Cartabia,  e la cui nomina, prevista fin dal lancio del bando per l’investitura,  ha provocato le dimissioni immediate di Stefano De Caro e Irene Bragantini, due dei quattro esperti che compongono il Comitato scientifico del Parco di Pompei e la reazione dei molti esclusi in possesso di credenziali prestigiose, che contestano la validità della procedura di “gara” basata solo sul curriculum senza esame del candidato, e che fa si che le nomine diventino così scelte “fiduciarie” del ministro e quindi di fatto scelte “politiche”. E che criticano   l’approccio che caratterizza l’azione e  le decisioni del dicastero, basato sui «grandi numeri», sull’applicazione delle tecniche di  marketing e sullo sfruttamento  mediatico e commerciale della “merce” archeologica e dei “prodotti” culturali. 

E difatti pare che a fare la differenza per il brillante giovanotto preferito a autorevoli studiosi sul campo, retrocessi nella tradizione renziana a parrucconi passatisti da emarginare alla pari dei molesti sovrintendenti ha hanno ostacolato per secoli la libera iniziativa, sia stata la sua gestione del Parco archeologico di Paestum e Velia “aperta”   alle sponsorizzazioni dei privati e indicata come format di successo e replicabile non solo per l’incremento dei visitatori, ma soprattutto per l’adozione e applicazione del “digitale”, talmente efficace che come nel caso degli Uffizi e di altri musei e siti, rende pressoché superflua la visita sostituita da percorsi virtuali, con la possibilità di integrare il proprio selfie, scattato mentre si assiste al viaggio simulato, nel palinsesto Netflix della Cultura a futura memoria.  

Difatti a produrre un bel soffietto in favore della candidatura di aveva pensato Repubblica che in felice concomitanza con il bando aveva pubblicato una trionfalistica apologia, un inno alla “Public Archaeology “- è proprio l’ineffabile  Gabriel Zuchtriegel a chiamarla così –  grazie a strumenti che combinano l’offerta di informazioni in rete su collezioni, monumenti, archivi e gli obiettivi di tutela. E difatti è lui il sacerdote di Hera, «il catalogo digitale  in cui tutte le informazioni convergono in un’architettura che ricrea il legame contestuale dei reperti archeologici con i luoghi del loro rinvenimento, le indagini che li hanno portati alla luce e la documentazione successiva ». Si compiace l’articolista della “chicca”  che consiste della geolocalizzazione che colloca gli “articoli” di Paestum, scrivendo proprio così, “nella loro esatta posizione, sia nell’area archeologica che nel museo, accompagnando  al classico sistema di ricerca per parole chiave, la mappa, con zone evidenziate e cliccabili, in cui sono evidenziati i monumenti”.

Per carità chiunque come me, che con una certa periodicità si regali una visita in uno dei posti più prodigiosi del mondo, si può rallegrare che il distanziamento social-sanitario combinato con la digitalizzazione lo liberi dallo stalking delle guide scalcagnate più o meno autorizzate che popolano Paestum in forma appena un po’ meno asfissiante e mercenaria che a Agrigento, mentre è improbabile che lo esoneri dalla trafila nella biglietteria del museo, con un unico sportello equipaggiato per il bancomat, con svogliati inserviente che a ogni quesito rimandano alla lettura un tempo dell’opuscolo a pagamento oggi, forse, del rutilante database. Mentre restano irrisolti gli interrogativi su come questi strumenti siano in grado di favorire gli obiettivi di salvaguardia, facendo di questi siti centri di ricerca archeologica dove studiosi di varie competenze – archeologi, ma anche filologi, storici, possano agire facendo ricerca, garantendo la conservazione e collaborando alla manutenzione.

Non a caso l’enfasi propagandistica con la quale si magnificano questi prodotti digitali, ha sempre la finalità di dimenticare la risorsa umana, che si tratti del turista di massa che se non porta quattrini è dolcemente persuaso al consumo virtuale, o che si tratti dei laureati e dottorati costretti per disperazione a fare i custodi, in numero esiguo quanto il loro stipendio, sotto il tallone di ferro di Ales, la società strumentale del ministero che agisce  come un privato, abusando del lavoro precario, mentre la loro preparazione dovrebbe essere messa a disposizione del meraviglioso potenziale culturale e sociale rappresentato dalla nostra storia.  

Invece quello che nel coglionario perlopiù in inglese delle autorità preposte, il nostro petrolio, le nostre miniere sono sfruttate eccome ma non da noi veri proprietari che con le tasse ne promuoviamo la tutela per lasciarle in eredità al futuro, ma da un sistema mercantile che ne ha ottenuto l’ingiusta concessione dal 1993 (quando la legge Ronchey aprì la porta ai privati): società, associazioni, fondazioni, startup, case editrici,  apparentemente slegate fra loro, ma unite da scambi azionari e di amministratori che si sono accaparrati la gestione delle biglietterie, dei book shop, delle caffetterie, dei cataloghi grazie a un obliquo processo di privatizzazioni che ha occupato militarmente il settore grazie a  percentuali sugli incassi estremamente vantaggiose: oltre l’85% sui servizi aggiuntivi, il 30% sulla biglietteria, il 100% sulla prevendita e al clientelismo e familismo che infiltra assunzioni e incarichi.

Si chiamano Civita Cultura, Zetema, Electa, Coop Cultura, Opera Laboratori Fiorentini, si accreditano come mecenati dichiarando che le loro entrate siano esigue rispetto all’impegno profuso, e la Corte dei Conti così come l’Anticorruzione più volte chiamate e esprimersi su contratti opachi non hanno fatto chiarezza sul monopolio delle concessioni, basato non sulla libera concorrenza, ma sulla spartizione tra pochi che hanno stretto alleanze  strette con la politica. E che mettono a frutto l’equivoco secondo il quale  con la gestione privata i luoghi della cultura si modernizzano  e si aprono ai cittadini, quando in questi anni  si sono trasformati in merce  da messa a reddito, juke box per fare cassa.

E non ci sono mica soltanto le major dell’outlet culturale. piccoli monopolisti crescono: per una coincidenza casuale il prodigio digitale che ha permesso l’avanzamento di carriera del giovane  Zuchtriegel è prodotto dalla stessa azienda di Barcellona, Spagna, Visivalab che si presenta come, sentite qua, “atelier di esperienze che unisce le persone con le istituzioni culturali e i brand grazie alla fusione di design e tecnologia specializzata”, che dal 2010 disegna “esperienze che creano un vincolo emotivo e lasciano il segno, grazie al lavoro interdisciplinare di un team di professionisti che offre un’assistenza completa in tutte le fasi di sviluppo tecnico e creativo”. E che vanta gli “autori” di performance a Palazzo Te a Mantova,  quelli che in prima persona hanno collaborato al progetto   della Regione Lazio, volto ad aprire I Mercati di Traiano a “narrazioni originali di digital storytelling e a nuove relazioni che abitano questo spazio” curando  il disegno degli arredi espositivi e realizzando “supporti narrativi interattivi, come videowall o installazioni touch screen”. E che in occasione dell’apertura al pubblico del carcere Mamertino hanno facilitato le visite  grazie a un percorso digitale realizzato con “l’ App di Realtà Aumentata e alle postazioni video”. perfetti dunque per il Ministro di Very Bello, della Netflix della Cutura, del Colosseo come ” “una struttura high tech, ma reversibile e non invasiva”, grazie a un “grande intervento tecnologico, che offrirà la possibilità ai visitatori di vedere non soltanto, come oggi, i sotterranei, ma di contemplare la bellezza del Colosseo dal centro dell’arena”.

Ah si deve a Visivilab anche il restauro virtuale della chiesa della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami a Roma. Perché è così che vanno le cose, quello che ci è tolto, quello che va in rovina, quello che viene abbandonato, trascurato, oltraggiato ci viene restituito,  comodamente fruibile anche da sofà di casa.

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