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Oligarchia anno primo: il denaro come “Verbo”

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Dopo l’assalto al Campidoglio, sceneggiato o meno che fosse, siamo stati come terremotati da una situazione mai ipotizzata e tantomeno compresa prima nonostante i chiarissimi sintomi: ovvero che l’egemonia statunitense non deve solo fronteggiare sfide esterne, come una volta, ma anche fortissime divisioni interne a cui fanno capo poteri grigi, parti dello stato, del suo complesso militare e di intelligence creando una situazione radicalmente diversa rispetto agli precedenti, paludosa da un certo punto di vista, ma anche molto più instabile da altri. Questo è spiazzante per gli ascari europei, almeno per i più deboli che si trovano di fronte a un contesto in cui non basta solo ubbidire, ma occorre comprendere anche a chi ubbidire e per quanto tempo, cosa non facile perché la confusione è grande sotto il cielo visto che siamo di fronte a un cambio di mondo che non può essere compreso ricorrendo alle usuali categorie e ai ragionamenti lineari, anzi alla luce di questi diventa del tutto incomprensibile. Di fatto gli Usa dovranno lasciare parecchio spazio alla Cina ed altri incipienti giganti sullo scacchiere geopolitico, ma la novità più importante è che adesso gli Usa sono ufficialmente governati da un’oligarchia di miliardari in cui  il processo democratico comunque lo si voglia interpretare è ormai del tutto secondario rendendo per ciò stesso molto più precario l’ordine mondiale che dovrà dunque essere man mano surrogato da altri. Non è un modo di vedere le cose, sono i fatti che lo dimostrano in maniera inequivocabile anche al di là della questione dei brogli o delle campagne di stampa unificate. Basta prendere alcune statistiche a alcuni numeri:

Ora tutto questo non può essere visto come aneddotico, come esclusivamente legato a Trump o come una situazione transitoria e temporanea,  esso indica invece uno spostamento della governance dalle istituzioni democratiche ai consigli di amministrazione. Oggi col 36 per cento delle risorse  i miliardari americani ora hanno un potere di veto assoluto contro qualsiasi candidato alle primarie presidenziali di entrambe le parti, come sa bene Bernie Sanders sbattuto fuori a suon di dollari dalla corsa. E un candidato che non è sostenuto almeno da parte di questa oligarchia del denaro o che peggio ancora si opponga ai super ricchi e alle basi ideologico – sociali che hanno permesso queste gigantesche disuguaglianze, non ha praticamente alcuna possibilità di vincere nessuna elezione al governo federale. Del resto si è ormai creato un meccanismo, un vero e proprio sistema chiuso, in cui le stesse persone transitano dal governo alle imprese di chi finanzia le campagne elettorali.

Le radici di questa situazione affondano nel tempo e si devono far risale al 1976, quando, a neoliberismo emergente, la Corte suprema emise una sentenza veramente profetica e ideologicamente illuminante nella quale si toglieva qualsiasi tetto ai contributi elettorali perché il “denaro è parola” e il primo emendamento stabilisce la libertà di parola. E’ li in quell’equazione di “denaro” con “parola” che è cominciato il declino della democrazia americana e per disgraziato trascinamento geopolitico anche delle democrazie europee, la cui natura era diversa più “popolare” di quella americana, legata più a temi sociali complessivi che a diritti individuali e dove non era certo previsto che i soldi fossero il logos

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