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I misteri della virologa di Hong Kong

Non se sia stato Sherlock Holmes a dire che il miglior nascondiglio è quello più in vista, quello che sta proprio sotto il naso, anche se sospetto che l’autore originario sia Edgar Allan Poe, padre putativo di tutta la letteratura gialla. Di certo la migliore menzogna è quella talmente sfacciata che non suscita alcun sospetto: potevate pensare che la fialetta brandita da Colin Powell come prova delle armi di distruzione di massa, contenesse amido invece del presunto antrace di Saddam? No di certo, sarebbe stato troppo semplice e così il mondo intero si è lasciato abbindolare. La stessa tecnica viene usata in queste settimane per imporre un’altra storia, quella di una sedicente virologa cinese, tale Li-Meng Yan la quale sostiene che il coronavirus sia stato creato artificialmente in Cina e che sarebbe “fuggita” in Usa da Hong Kong – non si capisce in quale senso visto che arrivano e partono liberamente dalla città oltre 200 mila persone al giorno, nazisti ucraini compresi.  Ma insomma non possiamo pretendere che i servizi americani siano così brillanti da cambiare il copione della guerra fredda dopo appena 70 anni, quindi diciamo fuggita, diamolo per buono ben sapendo che lo zio Sam non avrà fatto mancare degli incentivi per la cara ragazza.

Il fatto è che a nessuno è venuto in mente di controllare se questa signora sulla quale sono state scritte milioni di parole sia effettivamente una virologa e se abbia avuto la possibilità di avere accesso ad informazioni sensibili del tipo che ha riferito di avere. Insomma quasi l’uovo di Colombo. Così il vostro cronista si è messo alla ricerca  e non ha trovato la minima traccia di attività scientifica delle medesima in alcun indice e non solo nel settore virologico o medico, ma proprio in qualsiasi scampo: zero pubblicazioni, zero citazioni, nessun segno di esistenza. A parte un documento di pochi giorni fa, che arriva dunque mesi dopo la rocambolesca fuga in business class, scritto assieme ad altri tre sconosciuti sulle “Caratteristiche insolite del genoma della SARS-CoV-2” pubblicato su un contenitore, Zenodo,  che non prevede alcun controllo di qualità e che non è nient’altro che un collage di altre ricerche generiche costruito ad hoc per poter tentare l’ipotesi della costruzione artificiale del virus, senza alcuna nuova informazione, men che meno segreta o riservata. Insomma nessuna rivelazione, ma qualcosa di pasticciato e banale messo assieme molto dopo la cosiddetta fuga, giusto per non far galleggiare la vicenda sul nulla pneumatico..

Come se ciò non bastasse non si ha notizia di lei presso l’università medica di Guangzhou dove avrebbe preso il dottorato, né presso la scuola di sanità pubblica di Hong Kong dove avrebbe lavorato prima di andare in Usa, un istituto universitario con qualche rapporto col Pasteur di Parigi, ma che diciamo non sarebbe proprio una formidabile referenza neanche se si volesse fare il medico condotto nel Kalimantan. Insomma Li-Meng Yan scientificamente non esisteva prima del’estate  e anche se per caso avesse avuto qualche titolo universitario esso non sarebbe certo bastato per poter accedere a informazioni privilegiate  da un laboratorio di massimo livello, distante migliaia di chilometri, esattamente come non le avrebbe il nostro medico di famiglia. La sua infatti non è un’accusa precisa, è solo un’ipotesi che potrebbe essere fatta da chiunque e ovunque. Ma la “virologa” ha detto, non si sa bene a chi, perché in questo caso la versione è lacunosa, di avere le prove della costruzione del virus e anche se in parecchi mesi non ha avuto il tempo di presentarle – non potete immaginare quanto sia impegnativa la virologia specie se non la si esercita – e noi dobbiamo crederle con la stessa fede con cui abbiamo la documentazione della sua preparazione nel campo. E infatti ora sappiamo che non esistono prove, ma solo un ennesima ipotesi che vale solo perché Li-Meng Yan è cinese e a pagamento lotta contro Pechino.

Qualche buon samaritano dei servizi si deve essere accorto di questo potenziale buco nella narrazione della nuova eroina, vale a dire la totale assenza di credenziali,  e allora è stata diffusa la notizia – tenetevi perché c’è da ridere -secondo la quale Li-Meng Yan si chiamerebbe anche  Yan Limeng. E in effetti una tale Limeng  compare,  in una sola pubblicazione scientifica, ma disgraziatamente  si tratta di uno “Studio sperimentale sull’effetto inibitorio del propranololo (sostanza usata nella cura delle aritmie cardiache ndr) sull’ustione da alcali corneali nei topi” ( vedi qui ) che ha ben poco a che vedere con i virus e che riguarda l’oftalmologia, campo nel quale appunto lavora questa ricercatrice all’università di Guangzhou. In ogni caso cognomi e nomi funzionano diversamente in Cina e un equivalente di Yan Limeng sarebbe semmai Yan Lai Meng. Insomma avete capito che  ci stanno prendendo per il culo alla grande come nel caso dell’avvelenamento di Navalny, dove la fantasia ha raggiunto vette inarrivabili, ma anche intollerabili . Del resto non dimentichiamo che qualche tempo fa è stato “beccato” un americano che per parecchi anni si è finto cinese di Hong Kong diventando un influencer delle proteste ( vedi qui ). Anche in questo caso è chiarissima la creazione di un pretesto e di un personaggio , solo che in questo caso è già quasi certo che il coronavirus sia una costruzione artificiale realizzata a Wuhan, probabilmente nel tentativo di fabbricare una qualche vaccino, ma nella colpevolizzazione della Cina  siamo punto e daccapo perché il laboratorio internazionale di quella città lavora con francesi, inglesi e americani ed è inoltre sostenuta anche da finanziamenti privati occidentali provenienti da gruppi farmaceutici o fondazioni. Sarebbe comunque arduo capire  come e perché sia saltato fuori questo coronavirus anche se la sua diffusione a partire dalla Cina viene molto comoda alla propaganda occidentale: anzi non è difficile immaginare che con questa storia della virologa si vogliano proprio coprire tracce inopportune come per esempio i fondi arrivati al laboratorio di Wuhan da Antony Fauci proprio in merito alla ricerca di un vaccino anti Hiv. Ma in ogni caso tutto si è svolto nell’ambito di ricerche e tentativi che vanno avanti da anni ovunque, così che se proprio dobbiamo puntare un dito quello va diretto contro Big Pharma e contro una cultura neoliberista della manipolazione senza freni anche in campo genetico.

Rimane il fatto  straordinario che nessuno è andato a verificare le credenziali della “virologa”, nemmeno  quelli molto critici con queste costruzioni narrative:  non viene in mente che si possa barare proprio sui dati elementari e che la menzogna possa essere così radicale probabilmente perché si pensa che verrebbe subito scoperta, ma ormai la passività è tale, lo spirito critico così sopito che non si va mai a verificare e si tende a dare tutto per scontato quando arriva dalla voce del padrone. L’assoluta sciatteria con cui viene messo in piedi questo cinema dovrebbe essere offensivo per gli spettatori, persino per quelli abituati a Netflix. E invece nemmeno si accorgono che li stanno prendendo per il lato B con la virologa e con il Covid, tanto che quando Twitter ha censurato alcuni  cinguettii di  Li-Meng Yan, è scattata l’indignazione a comando senza comprendere  che la manovra serviva a dare un minimo di credibilità a un personaggio inesistente, soprattutto dopo che le informazioni segrete si sono rivelate ipotesi di routine.

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