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Le nostre prigioni

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

 

Guai dire che il confinamento coatto in casa è una simulazione di arresti domiciliari o peggio della galera, con tanto di moleste coabitazioni, perdita di privacy, ora d’aria limitata, gratificata solo da mesti cori alla finestra, concerti di coperchi e baci lanciati dal balcone, anche se comunque le nostre comode case assomigliano più a quelle carceri private per colletti bianchi già in uso per Maddox o Gekko, in modo che possano continuare il loro smart business, magari investendo per conto di direttore e secondini.

Guai osare spericolatamente con questo paragone inappropriato,  subito salta su qualcuno a dire che noi non stiamo scontando colpe e espiando delitti. E già così ci sarebbe da obiettare che siccome non c’è una cesura netta tra società civile virtuosa e classe politica depravata e viziosa, la pretesa di innocenza non è autorizzata per  chi ha votato malfattori, macellai sociali, padroni prestati al golpismo  nemmeno di chi ha subito cercando scappatoie nella coazione a ripetere di piccoli sotterfugi copiati da quelli grandi, clientelismo, familismo, corruzione, evasione, che, non del tutto giustificatamente, abbiamo interpretato come naturale e indispensabile autodifesa da un sistema che ha incrementato disuguaglianze, impoverimento di beni compresi quelli morali.

Ma ancora di più c’è da ricordare che la pena detentiva dovrebbe avere una funzione riabilitativa, dovrebbe far riflettere il recluso sui suoi comportamenti, sulla pressione che i suoi misfatti ha esercitato sul tessuto sociale, non come attività penitenziale, bensì per suscitare una diversa e più consapevole coscienza di sé e dei rapporti con gli altri e con le leggi che regolano il consorzio civile. Non mi metto nemmeno a discettare su quanto la nostra giustizia condizionata più dagli imperativi del mercato  che da quelli etici sia ingiusta, nemmeno ricorro al rituale esempio del furto della mela paragonato con crollo del ponte, con la distrazione delle matite da parte del Travet con la macchina da malaffare che doveva salvare Venezia, troppo facile.

Mi domando invece se tutti quelli che oggi sprecano analisi e parola consolatorie sull’effetto redentivo della detenzione profilattica, sulle magnifiche  progressive opportunità di uguaglianza e sostegno reciproco, che potrebbero sortire dalla crisi, pensano davvero che da questa contingenza usciremo migliori,  quando per ora la solidarietà è intesa come l’obbligo di alcune categorie di mettersi a rischio dopo anni di umiliazione, quando la collaborazione si manifesta con coretti e ostensione di slogan, tutti monchi della protesta per lo stato della nostra sanità pubblica, e quando sotto sotto tutti ritengono che in casi di emergenza si debba esplicitare l’uso finora inespresso di applicare criteri di convenienza e profitto alla salvezza, vecchi via perché non sono più produttivi ma pesano sulla società in forma parassitaria.

E dire che ci si augura un effetto demiurgico e pedagogico dall’isolamento, dal confinamento, dall’io sto a casa, con termosifoni, frigo pieno, netflix, pc, telefonino, social, cane da uscire, spesa concessa e jogging consentito, mascherine su E Bay che adesso grazie alle felici e profittevoli frontiere della mobilità e della poliedricità produttiva con la benedizione di Landini potremo comprarci di Intimissimi. Ma invece la si pretende da un segmento di popolazione indigena e straniera di  61.230 detenuti a fronte di 47.230 posti regolamentari, “ospitati” in strutture nelle quali qualsiasi forma di dignità è castigata e tarpata, in condizioni igieniche e sanitarie vergognose, dove gli spazi ristretti, l’obbligatoria promiscuità, la mancanza di qualsiasi misura precauzionale può   determinare una diffusione esponenziale del contagio.

E infatti le misure adottate, dalla  sospensione dei colloqui, al blocco dei permessi, dalla cessazione del lavoro all’esterno a quella del regime di semilibertà, hanno avuto solo un effetto punitivo e hanno provocato proteste e rivolte.

A volte ci si potrebbe interrogare sul perchè di tante resistenze all’introduzione del reato di tortura, se abbiamo fabbricato dei posti dove la si esegue e pratica quotidianamente anche se a bassa intensità, senza goccia cinese, senza vergini di Norimberga, semplicemente avvilendo ogni umanità, soffocando ogni sprazzo di rispetto di sé e degli altri.

Eppure nei giorni della rivolta che è serpeggiata in tutta Italia, c’è stato chi ha ipotizzato manovratori occulti, orchestratori dietro le quinte, che avrebbero soffiato sul fuoco per creare disordine e destabilizzazione, che si sa sono il babau agitato per permettere l’adozione delle più inaccettabili leggi che hanno accolto e applicato i principi dell’ordoliberismo.

Non servivano di certo oscuri impresari e provocatori per accendere la miccia della ribellione e della disperazione in una popolazione, come ha capito perfino una nazione che additiamo per il suo oscurantismo, l’Iran, che ha concesso  gli arresti domiciliari al posto della galera a 54mila detenuti con pena inferiore a cinque anni.

Non occorre qualche miccia accesa da fuori per suscitare la collera di quel migliaio e più di “esuberi” rispetto allo standard minimo che dovrebbe essere sopportato in una paese che si dice civile, che non avrà mai i benefici della prescrizione dei quali godono manager o dell’immunità elargita come diritto a padronati criminali, che nemmeno sa cosa sia l’indulto, istituto tante volte concesso per svuotare carceri sovrappopolate, o l’amnistia, impiegata anche per usi propagandistici già una ventina di volte o poco meno.

Per il momento pare che l’unico provvedimento previsto dal governo sia l’acquisto di un certo quantitativo di braccialetti elettronici per accompagnare la conversione del regime detentivo in arresti domiciliari   per chi sconta pene per reati minori. Intanto magistrati di sorveglianza e associazioni di avvocati starebbero pensando alla possibile liberazione, che non determinerebbe allarme sociale, di soggetti  di “pericolosità ridotta”.

Il fatto è che ormai l’allarme sociale rappresenta un criterio labile, se sono stati introdotti provvedimenti ad personam, quelli predisposti per suscitare paura dell’altro, per criminalizzare gli ultimi in modo da rassicurare i penultimi, per salvare il decoro dallo spettacolo increscioso della povertà, per proteggere la brava gente dal pericolo di essere contagiata dalla collera,  dalla critica, dalla ragione.

 

 

 

 

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