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Da Gutenberg alle sardine

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Probabilmente tutti noi da bambini abbiamo letto della rivoluzione della scrittura e poi dell’invenzione della stampa attribuita dall’ipocrisia euro centrica a Gutenberg, ma  quasi mai ci è trovati di fronte al tentativo di spiegare in cosa consistesse esattamente quella rivoluzione. Ancora oggi la tesi corrente sulla nascita della scrittura corrisponde ai criteri del capitalismo borghese, ovvero la necessità di fare i conti sugli accatastamenti di generi alimentari nelle palazzi del potere, insomma sarebbe nata dalla ragioneristica. Magari sarà anche stato così, ma il passaggio alla scrittura ha rappresentato un enorme vantaggio  rispetto alla tradizione orale perché dava la possibilità di confrontare i testi, di approfondirli, di interpretarli, di scoprirne la logica o le antinomie, di meditarli e andare avanti. Nulla del nostro mondo sarebbe possibile senza la scrittura e la lettura, senza le facoltà che essa sviluppa e lo spirito critico che suggerisce. L’introduzione della stampa a caratteri mobili che rese possibile la lettura a molte più persone rispetto a prima. fu in un certo senso uno scandalo per il potere che ama visceralmente l’ignoranza e lo fu non solo in Europa, ma anche in Cina, dove la stampa era stata inventata tre secoli  e mezzo prima. Un’ignoranza che però può anche apparire ricca, quasi sontuosa, può essere declinata in molti modi.

Infatti in maniera inconsulta tra il secolo scorso e l’attuale la lettura è diventata marginale nella formazione delle persone: la televisione e la rete con i suoi video e il suo linguaggio standardizzato, disarticolato, quasi soltanto di natura esclamativa l’hanno in gran parte sostituita, con qualcosa che torna paradossalmente verso il passato, che ricorda la tradizione orale e la sua mnemonica, la sua passività intellettuale accompagnata dall’elefantiasi emotiva, necessaria a colpire l’uditore. Possiamo facilmente immaginare le reazioni all’ aedo che canta primitivi nostoi omerici o rinverdisce il mito con i versi o comanda il coro, nucleo della futura composizione drammatica : come in quei lontani giorni, senza ancora un sistema di notazione delle idee, sarebbe stato possibile sottrarsi alla malia e immaginare un altro mondo? Si potrebbe dire che il pensiero unico e il neo liberismo con le sue insensatezze logiche ed etiche è un prodotto dei nuovi media ancor prima di essere una sua conquista perché essi hanno creato una diversa antropologia e scardinato la coerenza della realtà, disaggregato la società e destrutturato i suoi strumenti, semplicemente rendendo arduo il controllo critico. In queste condizioni non è difficile comprendere come questo degrado cognitivo abbia ucciso la politica che anche ai livelli più semplici richiede un sentimento congruente di realtà e di evoluzione non vissuta passivamente e dunque anche la capacità di resistere ai predatori di risorse e di diritti. Non è certo la prima volta che viene notato questo rincretinimento generale che si manifesta persino nei test del QI per quello che valgono. La sostituzione del libro con il computer e il cellulare ovvero lo stupidphone non ha affatto funzionato come si pensava: non hanno esteso la conoscenza, ma anzi l’hanno ridotta in brandelli inutili, in frammenti che nessuno si dà pena di ricostruire. Sono strumenti impagabili per chi ha acquisito una cultura per sfruttarli e per non farsene ingannare, ma come produttori di cultura sono un disastro, non sono che ripetitori  inconsci del pensiero unico e dei suoi presupposti di mercato.

Lo si può benissimo vedere lungo il crinale delle inquietudini che hanno attraversato gli ultimi settant’annni: la generazione della lettura divenuta facoltà di massa, ha prodotto le rivolte giovanili decennio fra il ’68 e la fine degli anni ’70 che ad onta del revisionismo unico obbligatorio ha prodotto una quantità incredibile di idee e di prospettive pur manifestandosi come moto verso la soggettività, quella della televisione è stata capace al massimo di sviluppare il girotondinismo  e quella dei social prima maniera, ancora su pc si è manifestata nella protesta pentastellata poi dissoltasi nel nulla e quella del cellulare ha invece dato come suo massimo il sardinismo, non una protesta, ma anzi una manifestazione di collera verso chi osa mettersi contro il potere costituito di cui sono la massa di manovra. In un certo senso è come vivere in una dittatura non conclamata di cui peraltro ricorrono le piaghe. Leggendo le Memorie del Terzo Reich, di Albert Speer, l’architetto di Hitler, ci si imbatte in un passo quasi profetico a questo proposito: “Fino a un certo livello, i membri del partito venivano educati a pensare che la grande politica fosse una faccenda troppo complicata perché essi potessero comprenderla e giudicarla. Tutta la struttura del sistema tendeva a non lasciar neppure nascere conflitti di coscienza.” Non sentiamo in questo parole l’eco del concezioni del caposardina secondo cui la buona politica è lasciar fare agli esperti?

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