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La Svezia è una severa maestra

145366-sdSi viaggiare evitando le notizie più dure. Ma è praticamente impossibile perché da tre giorni oltre alle vergognose esternazioni della razza padrona sul ponte Morandi e le postille di carta carbone di un tizio il cui cognome se non mi sbaglio ricorda lo strumento per fare la psata sfoglia, c’è anche la semi soddisfazione per il fatto che in Svezia la destra estrema non ha sfondato pur ottenendo un risultato che sfiora il 18 per cento. Dunque siamo di fronte all’ottimismo dell’idiozia che tira un sospiro di sollievo ogni qualvolta la resa dei conti con l’Europa e il suo sistema oligarchico, viene rinviato di un po’. In realtà la Svezia offre un quadro d’insieme così chiaro e al tempo stesso così eccessivo da essere davvero un esempio di scuola. Per esempio sulla vicenda dell’immigrazione, tema cavalcato dai Democratici svedesi (così si chiama l’estrema destra che fino a pochi fa era poca cosa )  che in realtà non allude solo a temi come l’accoglienza, la mitica integrazione che non si capisce molto bene cosa voglia dire in concreto, visto che non si è realizzata in nessun lembo del continente, ma anche a tutto ciò che sembra circondare l’argomento come postilla, mentre ne costituisce il vero nucleo.

Andiamo per ordine: in realtà il boom dei Democratici svedesi non è a prima vista ben comprensibile perché dopo anni di immigrazione incondizionata che ha portato il Paese ad avere quasi il 20 della popolazione formata da immigrati, alla fine del 2015 i rubinetti sono stati chiusi (senza la canea interna ed esterna a cui assistiamo ogni giorno in ‘Italia per molto meno), i permessi di soggiorno sono  diminuiti di dieci volte e sono soltanto temporanei, i ricongiungimenti familiari sono stati bloccati e i controlli anche sanitari sono diventati severi, mentre il governo di Stoccolma ha chiesto all’Europa la stessa cosa per cui Salvini viene crocifisso, ossia una condivisione negli accoglimenti. Dunque il balzo in avanti della destra estrema arriva a frontiere se non proprio chiuse. quanto meno fortemente filtrate e viene quindi il dubbio che  l’immigrazione presa di per sé non sia l’unico motore della vistosa crescite elettorale. Infatti andando a vedere lo storico dei risultati elettorali e collegandolo ai fenomeni indotti dal neoliberismo in salsa scandinava si vede chiaramente, area per area, che la crescita dei Democratici svedesi è in stretta relazione con i livelli di disuguaglianza che sono anch’essi in crescita impetuosa anche a causa del progressivo smantellamento di tutele e di servizi che erano la caratteristica del modello svedese.

Naturalmente di questo non hanno una colpa diretta quelli che scappano da guerre e rapine occidentali, anche se il meccanismo del profitto e della reazione sociale li ha sfruttati come esercito di riserva, tuttavia è quasi impossibile per i partiti dell’europeismo oligarchico favorire un approccio più razionale al problema che non sia quello del semplice aiuto umanitario. Per decenni si detto che lo stato sociale è in sostanza un lusso troppo costoso, quasi un  abuso, che diritti del lavoro, pensioni,  forme di integrazione del reddito, sanità e scuola pubblica non  sono sostenibili, quindi non si vede la ragione per cui l’uomo della strada non consideri l’aumento vertiginoso di questi benefici agli immigrati come la causa prima della loro riduzione. In realtà è un atteggiamento assolutamente razionale viste le false premesse che sono state introiettate alle nuove generazioni. Se invece lo stato sociale viene visto come una scelta politica che serve a redistribuire i profitti tutto cambia, gli eserciti di riserva tonano negli accampamenti e gli stranieri hanno molte più possibilità di diventare lavoratori come tutti gli altri, perché essi collaborano a produrre la ricchezza che viene distribuita, non sono soltanto masse umane per abbattere i diritti.

Per farmi capire meglio prenderò il caso delle pensioni che il neoliberismo vuole ridurre fino alla fame o meglio eliminare del tutto, lasciando tutto in mano a pescecani privati che ne fanno un ulteriore fonte di profitto. Si dice che con l’allungamento dell’età media i trattamenti pensionistici “pesano” troppo e che dunque bisogna abbatterli e aumentare l’età in cui se ne può usufruire. Sembra che non ci siano altri parametri  e  si dimentica che le pensioni sono pagate da chi lavora e in parte dalle aziende per le quali si lavora: dunque basta alzare questi parametri per riequilibrare il sistema. Invece da anni le aziende sono paradossalmente sempre più sgravate da questo compito e pagano meno contributi, a fronte però di una produttività per addetto che aumenta mediamente del 2% anno su anno e in certi settori molto di più per effetto dello sviluppo tecnologico e della diminuzione dei posti. Quindi la scusa della competitività non c’entra un bel nulla perché in realtà la competizione è solo quella sui profitti che sono la parte intoccabile dell’equazione. E’ evidente che in tale contesto mentale nel quale la pensione è una sorta di donazione in perdita non si può sostenere poi che gli immigrati tengono in piedi il sistema pensionistico: questo può essere vero nel concreto di un sistema dove le aziende vengono sgravate dalla loro parte, ma non è nel contesto e nella logica del discorso pubblico o del pensiero unico.

Dunque non bisogna affatto stupirsi del terremoto svedese, vista la crescita inarrestabile della polarizzazione sociale, della privatizzazione delle scuole e della sanità, della stagnazione dei salati con il contemporaneo aumento vertiginoso dei prezzi immobiliari e di quelli al consumo che stanno portando alla disgregazione di una società una volta molto coesa. Cosa che tuttavia non ha portato sviluppo industriale, ma declino con la deriva marginale di imprese una volta  di primo piano come la Ericsson, la chiusura della Saab, l’acquisizione della Volvo da parte dei cinesi.  Ci si stupisce piuttosto di come la reazione sia stata così tardiva come sa bene il leader del Partito di Sinistra, di derivazione comunista, ma di osservanza  europeista, da sempre ondeggiante su un misero 5 per cento, ma che ha fatto un piccolo balzo del 2%  appena ha cominciato a introdurre elementi critici.

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3 responses to “La Svezia è una severa maestra

  • jorge

    Mi è piaciuto molto questo passaggio del post, per quanto io sia ancora lungi dall’età della pensione :

    Si dice che con l’allungamento dell’età media i trattamenti pensionistici “pesano” troppo e che dunque bisogna abbatterli e aumentare l’età in cui se ne può usufruire………..

    ……..da anni le aziende pagano meno contributi (pensionistici ndr), a fronte però di una produttività per addetto che aumenta mediamente del 2% anno su anno e in certi settori molto di più per effetto dello sviluppo tecnologico e della diminuzione dei posti.

    Sacrosanta osservazione del simplicissimus, che non è una controdeduzione di calcoli all’interno del paradigma neoliberista col quale da anni rompono la minchia,, controdeduzioni che sono il terreno vigliacco su cui si muovono solitamente il sindacato e la cosiddetta sinistra.

    Il richiamo agli incrementi di produttività tramite macchnismo ( macchine che sono comunque tempo di lavoro oggettivato e non un miracolo di chi possiede i mezzi di produzione, ) pone in discussione lo stesso paradigma neoliberista/monetarista, cosa che in questi precisi termini analitici non si sente da decenni

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  • Anonimo

    non comprendo lo stupore né la ratio dell’analisi svedese.
    La chiusura delle frontiere è un atto di natura NON retroattiva, sicché se il problema è già radicato con successo, gli effetti deleteri della precedente apertura non soltanto non vengono neppure attenuati (a meno che per attenuazione non si intenda il mero “rallentamento della crescita del problema”), ma di fatto la “soluzione” (o il rappezzo) che avviene quando il problema è già radicato è inutile, poiché lo stesso è ormai AUTO-SOSTENTANTE.
    E lo è : il tasso di fertilità degli immigrati è nettamente superiore a quello degli autoctoni praticamente in tutti gli stati meta preferita delle migrazioni.
    Quindi il rapporto tra autoctoni e immigrati continua a peggiorare inesorabilmente, e con esso cresce il tasso di insofferenza.
    Tutto normale direi quindi, e nessuna sorpresa particolare.
    Aggiungiamoci poi che le dinamiche sociali hanno una certa inerzia, non c’è proprio sincronia tra cause ed effetti …

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