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Merkel, senza ieri, senza domani

Angela-Merkel-youngForse per leggere nella sfera di cristallo cosa ne sarà dell’Europa bisognerebbe conoscere a fondo chi l’ha di fatto plasmata negli ultimi vent’anni, ovvero Angela Merkel. Si sono scritte tonnellate di inchiostro su di lei, girano fiumi di bit, ma ciò che sorprende in questo gigantismo comunicativo è una totale vacuità di analisi cosa che del resto è in linea con il segreto del suo successo: ovvero l’assenza pneumatica di concezioni politiche frammista invece all’ipertrofia del pragmatismo. Merkel è l’uomo, anzi la donna che si trova a suo perfetto agio nella fine della storia, che non si interroga affatto sulla sulla società e sul suo miglioramento, sull’uguaglianza, sui diritti, che non ha una speranza da perseguire perché non ha una prospettiva, che non ha dubbi perché il futuro possibile è già presente: tutto è già dato e l’unico problema è come uscire di volta in volta dal labirinto dei singoli problemi, come azzeccare la mossa giusta sulla scacchiera del consenso.

In questo senso Merkel è stato il leader ideale della contemporaneità. E non si fa fatica a crederlo visto che la sua intricata e contraddittoria storia familiare che tutt’ora rimane per molti versi enigmatica e piena di ombre. l’ha portata per mano fino al crollo delle idee e alla loro sostituzione con  gli stili di vita. In realtà la sua è una vicenda che sembra demolire tutti i cliché sul mondo comunista e sulla Germania orientale: nasce facendo il cammino inverso a quello che la propaganda occidentale degli anni ’50 diceva e che oggi è diventata tout court storia; a pochi mesi dalla sua nascita la sua famiglia si trasferisce da Amburgo nella Germania Orientale con tutto che il padre era un pastore luterano e dunque avrebbe dovuto essere inviso al regime di Pankow. Ciononostante la famiglia era insolitamente agiata per il periodo e per il luogo tanto da possedere due automobili che sebbene non fossero affatto merce rara nell’est Europa come oggi si favoleggia, denunciavano comunque uno status di favore. La stessa futura cancelliera divenne membro in vista della gioventù universitaria comunista e la sera della caduta del muro preferì andarsene in birreria. Qualcosa che forse oggi suona familiare a testimonianza delle tensioni politiche delle nuove generazioni.

Si è spesso mormorato di una vicinanza quanto meno familiare alla Stasi senza uno straccio di documento, così come senza uno straccio di documento la si è assolta da ogni ombra, ma si potrebbe anche pensare a un ruolo doppiogiochista che forse spiegherebbe meglio l’insieme delle poche cose che si sanno, tuttavia speculare su questo in assenza di qualsiasi documentazione – che se esistesse sarebbe già opportunamente scomparsa – è una perdita di tempo. Il fatto saliente è che da tutto questo si può dedurre semmai una certa passività politica della Merkel, comunista senza problemi nella Ddr, ordoliberista senza se e senza ma dopo la caduta del muro. Più importante è invece la sua ascesa, dovuta certamente all’intelligenza del personaggio, ma soprattutto e ancora una volta al contesto: al cancelliere Kohl impegnato nella riunificazione faceva gioco questa abile e testarda “ragazza” dell’est che rappresentava una parte di popolazione che dopo i primi tempi di euforia cominciava ad accorgersi di essere in serie B e ne favorì una rapidissima carriera facendola divenire uno dei personaggi di riferimento nel più importante Paese dell’Europa per giunta  impegnato nella riunificazione nazionale.

Ma da quel ruolo e da quel contesto – ordoliberismo e questione nazionale – Angela Merkel non si è più allontanata in ragione della sua stessa natura di impolitica e ha dato un potente appoggio alla Ue del tradimento sociale. Con lei rinasce la sindrome di accerchiamento della Germania, la sensazione che tutti cerchino di sfruttarla proprio mentre è lei a farlo. Lo ha riconosciuto lo stesso Kohl poco prima di morire: “Sta rovinando la mia Europa”. Da un  certo punto di vista la cancelliera è stata la principale euroscettica pretendendo che tutto il resto del continente si allineasse alla Germania come se si trattasse di una grande riunificazione: più che le contraddizioni della politica merkeliana dovrebbe fare notizia l’immutabilità del contesto mentale in cui opera. Così. per esempio, non potendo riconoscere come i bassi salari e la precarietà in cui si risolve verso il basso il paradigma neo liberista, siano letali per la demografia si è lasciata andare ad un immigrazionsimo acritico che le è costato carissimo e sul quale ha fatto dietro front lasciando peraltro in braghe di tela l’Italia.

Ma il risultato più eclatante della sua guida è stato dopo tanti anni quello di isolare la Germania: di isolarla dal resto dell’Europa a causa della rigidità dei precetti che vuole imporre e del lucro che ha fatto sulla moneta unica, isolata dalla Russia per obbedire agli Usa contro i propri stessi interessi, in via di isolamento dagli Usa per non aver ubbidito a sufficienza e a causa delle nuove fumisterie trumpiane: il siluro contro Deutsche Bank è già stato armato. Semplicemente la Merkel  non ha mai superato gli anni ’90 e agisce come se si trovasse in quel contesto dopo avervi trascinato per impotenza ideologica e per necessità politica anche le possibili alternative ancora esistenti vent’anni fa, ma ormai dissolte.  Come si va dissolvendo l’Europa senza il suo principale pilastro.

 

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