il Simplicissimus

Tra Pinochet e Maduro, 44 anni di regressione

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Nel 1973, il colpo di stato del generale  Pinochet contro il governo di Salvator Allende  in Cile provocò un’ondata di indignazione senza precedenti nei circoli progressisti di tutto il mondo che ritenevano il golpe espressione del cinismo delle classi padrone: tutti i partiti di sinistra del continente europeo e per primo il Pci denunciarono Washington come complice del dittatore e del braccio omicida dei militari, mentre si mise in piedi una vasta operazione di solidarietà per il popolo cileno. Come oggi sappiamo dalla documentazione ufficiale l’ accusa era tutt’altro che strumentale, anzi se possibile era addirittura inferiore alla realtà visto che oggi si può tranquillamente sostenere che semmai fu Pinochet ad essere complice di un golpe ispirato ideologicamente dal neoliberismo e dai Chicago boys, voluto da Nixon e preparato dalla Cia.

Questa rivolta morale contro il golpe cileno non liberò il Paese dal dittatore, ma impose una sorta di ripudio etico verso certi metodi di potere tanto che anche i filoamericani europei furono costretti a vergognarsi. Ma da allora molta acqua è passata sotto i ponti, anzi non solo acqua, ma flussi di altre e rivoltanti sostanze per cui 44 anni dopo i fatti di Santiago del Cile, un analogo tentativo gestito da Washington di destabilizzare il potere legittimo in Venezuela trovano nei circoli della sinistra e degli intellettuali un silenzio imbarazzante nel migliore dei casi, ma più spesso una predica moraleggiante, quando non un  vero e proprio antichavismo . Si fa melina, si cerca di salvare capra e cavoli, si accusa l’opposizione di mostrarsi intransigente, ma si accusa Maduro di autoritarismo e i più tiepidi lo invitano al compresso, i più duri lo esortano a dimettersi. Poco importano qui quali siano i pretesti utilizzati per autoaffondarsi nel nulla storico, quali siano i falsi sillogismi, le argomentazioni contorte, accompagnate da salmi che vorrebbero con effetto comico riferirsi in qualche modo al marxismo, utilizzati dai feticisti del formalismo borghese che peraltro in Europa è violato assai più vistosamente che in Venezuela: importa invece cosa sia cambiato in questi 44 anni.

L’ampiezza della regressione è impressionante se la si misura proprio su due vicende molto simili nelle intenzioni, nel strategia, nel contesto ideologico e imperialista e differenti solo per differenti solo per il fatto che in Cile l’appoggio totale dell’esercito rese le cose più facili e non si è dovuto mettere in piedi l’arancionismo dei quartieri benestanti come a Caracas. Scarsità, insufficienza, episodicità di analisi accoppiate con il totale senso di sconfitta dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica, oltre che alla banale, opaca tentazione di essere sempre e comunque sinistra di governo, ovvero neoliberismo di fatto se non di nome, hanno portato a questo ribaltamento di posizioni e di ragioni. Purtroppo la sinistra residuale, assieme alle socialdemocrazie in via di non senso, non hanno solo tirato un colpo di fucile alle spalle dei compagni del Sud, ma si sono anche sparati ai piedi rimanendo così immobili, incapaci di andare né avanti, né indietro e intente a spacciare per virtù salomonica il loro  disorientamento. Tutto questo al di là dei gruppuscoli di potere ha provocato una sorta di implosione  entropica per cui nelle medesime aggregazioni di può trovare chi ha ancora il mito di Allende, ma è anche contro Maduro così come quelli che vogliono uscire dalla Nato, ma sono rimasti sgomenti e silenti di fronte alla sconfitta dei mercaenari occidentali ad Aleppo o vorrebbero deferire Assad alle corti del disonore come quella dell’Aia.

Insomma tutto dice che la sinistra nella sua definizione più generica abbia ormai aderito a una visione occidentale comprendenti i diritti dell’uomo a geometria variabile e abbia importato in pieno una visione delle relazioni internazionali derivante dall’ortodossia pseudo-umanista del pensiero unico che divide il mondo nelle democrazie amichevoli (i nostri amici) e dittature abominevoli (i nostri nemici).  Internazionalista quando si tratta di permettere ai poteri transnazionali non elettivi di imporre massacri sociali da cui i protagonisti più in vista sperano di scampare, la sinistra è diventata persino etnocentrica, alzando il sopracciglio di fronte all’anti imperialismo dei nazionalismi rivoluzionari del terzo mondo: magari rimane sconcertata quando il capo della destra venezuelana, chiamato da Washington a distruggere il chavismo, viene arrestato per aver tentato un colpo di stato, quasi che si fosse convertita ai golpe Borghese, ma rimane del tutto incapace di spiegare le ragioni della crisi economica e politica in Venezuela. Per evitare le critiche neo liberiste è anche riluttate a dire chela sparizione dei beni alimentari e di base sia stato causato da una borghesia di importazione che traffica con i dollari e imbosca le merci nella speranza di minare la legittimità del presidente Maduro. E più in generale che questa è la lotta di un mondo rurale e povero, sfruttato da secoli e una borghesia di rapina raramente autoctona (tra la quale non mancano gli italiani)  che vive nelle cittadelle dei quartieri

Nel migliore dei casi la sinistra si contenta di partecipare sulla superficie dei fatti, sembra ignorare il peso delle strutture, come se la politica non fosse un campo di forze, ma un teatro delle ombre. Prende parte per le minoranze oppresse ma non si domanda perché alcune sono visibili e altre invece no. Preferisce i curdi siriani ai siriani perché sono una minoranza, senza nemmeno pensare di fare il gioco di Washington nella distruzione della Siria e della sua ristrutturazione i chiave neo conservatrice. Rifiuta di vedere come il rispetto della sovranità degli Stati non è una questione secondaria, ma è la rivendicazione principale dei popoli di fronte  alle pretese egemoniche di un occidente vassallo degli Usa e famelico di rapina. In compenso di potrebbe cercare a lungo, ma invano nella letteratura della sinistra radicale una spiegazione dei motivi per cui a Cuba, nonostante il blocco americano  il tasso di mortalità infantile è più bassa che negli Stati Uniti, l’aspettativa di vita è quella di un paese sviluppato, l’alfabetizzazione è del 98% e ci sono 48% di donne in seno all’Assemblea del potere popolare. Né si leggerà mai qualcosa che riguarda il Kerala, lo stato indiano governato fin dagli 50 da un partito comunista, l’indice di sviluppo umano è di gran lunga il più elevato dell’India e di come le donne giochino un ruolo politico e sociale di primo piano, enormemente più alto che nel resto del Paese.

No, non lo si leggerà in un ambito che si dice radicale, ma che è drogato di moralismo, intossicato di formalismo piccolo borghese e anzi si lascia andare ad appelli e rampogne contro quei capi di stato che hanno la singolare mania di difendere la sovranità del loro Paese. Un manicheismo che solleva dalla fatica di analizzare a fondo le situazioni e di guardare un palmo oltre il naso e alla fine confonde  il diritto dei popoli all’autodeterminazione e il dovere degli Stati di rispettare i requisiti di un Occidente che si pone come giudice supremo: è un groppo in gola, un corto circuito mentale che ricorda molto da vicino la buona intenzione dei Paesi europei di abolire la schiavitù portata però sulla canna del fucile e delle occupazioni territoriali. Ma si sa, la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni.

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