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Erdogan vince in Europa

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Si vede che il mio karma è di avere un buon senso della realtà, ma di non capire ciò che si narra attorno ad essa. Per esempio non comprendo questa sorta di esecrazione, a volte liberamente espressa, a volte serpeggiante per la vittoria di Erdogan al referendum costituzionale che sancisce il passaggio della Turchia a un regime presidenziale. A me il sultano di Ankara non è di certo simpatico e la sua Turchia neo imperiale ancora di meno, anche al di là delle forzature occidentali, ma questo non c’entra nulla con un cambiamento istituzionale ( alla fine del post ho messo gli articoli della riforma) che di fatto ha molti contatti col sistema statunitense, considerato il modello universale di democrazia, parecchie similitudini con il sistema francese e non poche analogie con le proposte di presidenzialismo fatte in Italia per un quarto di secolo. Di per sè, se lo si estrapola dal contesto in cui dovrebbe essere applicato, non può essere considerato scandaloso, ma lo appare perché il padrone dell’Anatolia non è un  affidabile e sottomesso amico dell’occidente come lo era l’elite militare nella quale è nata e vissuta per circa un secolo la instabile democrazia turca, perché non è un laico, caratteristica che noi tendiamo a cogliere solo quando si tratta di altre religioni, perché vuole ricavarsi uno spazio di autonomia in  medio oriente non limitandosi ad essere un braccio robotico di Washington. Mettiamo che l’opposizione fosse stata di sinistra radicale e allora avremmo avuto peana incredibili a favore di Erdogan e del presidenzialismo

Ah certo la Turchia di Ataturk, peccato che prese origine dai circoli militari e nazionalisti che vollero e attuarono lo sterminio degli armeni, ma di fatto ciò che alle elites occidentali non piace di Erdogan è che pretende lo spazio che gli era stato fatto balenare in cambio dell’appoggio al caos mediorientale ed è in assoluto il primo leader di un Paese importante a servirsi della rinascita russa, dell’affacciarsi della multipolarità, giocando con la minaccia di riavvicinarsi a Mosca, cosa che non stupisce di certo in un’area instabile perché posta sulla fenditura storica tra occidente e oriente:  ma è chiaro che nell’ambito di una repubblica presidenziale, questo gioco può essere portato avanti più facilmente. Però qui vengono le sorprese perché il fattore determinante per la vittoria del sultano non sono state le steppe anatoliche, come si lascia intendere, bensì proprio l’Europa, ad onta della solita Ocse e dei suoi presunti standard che consistono nel promuovere le elezioni volute e organizzate da Washington e dichiarare non conformi tutte le altre. Si, la vittoria di misura di Erdogan è maturata grazie al voto dei residenti turchi in Germania, Austria, Svizzera, Danimarca, Belgio, Olanda e Bosnia che di fatto è diventata un protettorato di Ankara grazie alle gloriose guerre yugoslave: nel cuore del nostro continente il Si ha raggiunto il 60% dei voti, arrivando in qualche caso al 78%. Ora si ha voglia di demonizzare il risultato sia da parte della destra guerrociviliota, che dal Washington consensus e dagli europoidi, che dalla sinistra filo curda, di dire che c’è una spaccatura del Paese o che addirittura Erdogan esce indebolito: la semplice verità è che il fronte del No è forte numericamente nel complesso, ma completamente frazionato al suo interno fra Curdi, altre minoranze etniche, spezzoni di partito comunista, ultranazionalisti, vetero kemalisti e via dicendo, non è qualcosa da cui si può ricavare una lotta politica articolata. Così gli Usa come impero globale e le colonie occidentali sono messe di fronte al fatto che la Turchia non è più una cosa loro come hanno pensato fin dal tempo di Truman quando Washington, per controbilanciare una possibile vittoria comunista in Grecia, comprò la fedeltà di Ankara con uno stanziamento di 5 miliardi dollari a valore attuale. Insomma un’estensione del piano Marshall, benché la Turchia non fosse entrata in guerra, che prevedeva come suo contrappeso l’esclusione dei partiti comunisti dai governi.

L’informazione mainstream, quella che in nome della governabilità svende partecipazione ogni giorno, tuona in nome della democrazia, ma sul piano storico – visto che la riforma in sé non ha nulla di inammissibile dal punto di vista della democrazia formale – la vittoria di Erdogan è la prima defezione importante rispetto alla dottrina Truman e ai suoi successivi aggiornamenti politici ed economici dopo la dissoluzione del grande nemico sovietico: il voto in dei turchi di Europa dimostra che la fascinazione occidentale delle borghesie cittadine integrata e resa stabile dai milioni di emigrati sul nostro continente, è in reflusso. Il che non vuole dire che la Turchia stia regredendo politicamente, ma che questo accada in Europa che ha smesso di essere un riferimento.

Nota Ecco gli articoli più rilevanti della riforma costituzionale. Come si può vedere solo alcuni articoli,  possono presentare qualche problema rispetto alla normalità della democrazia rappresentativa.

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