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Cuba, ricercatori americani cascati dalle nuvole

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Sono letteralmente cascati dalle nuvole o forse semplicemente dal pero dove sono saliti  grazie alle liane dell’arroganza, dall’incapacità di vedere al di là del proprio naso e del mito americano: i ricercatori in immunologia di tutti gli States raccolti a congresso dall’Economist a Boston per esaminare lo stato della ricerca contro il cancro, hanno scoperto quello che mai avrebbero immaginato e mai hanno voluto sapere: che Cuba nel campo dell’immunologia, è più avanti di loro, oltre ad avere 1200 brevetti farmaceutici internazionali, ad aver dato un contributo fondamentale  nella sconfitta del virus Ebola e a produrre farmaci unici nel loro genere tra cui il solo in grado di evitare l’amputazione nei casi del “piede diabetico” (quello di cui soffriva Craxi, per fare un esempio) che gode di 21 licenze sanitarie e 3o brevetti, ma che fino a ieri non poteva essere usato negli Usa per evitare le 70 mila amputazioni all’anno a causa dell’assedio chiamato eufemesticamente embargo.

Lo ha rivelato all’attonita platea, Kelvin Lee, presidente della sezione di immunologia dell’istituto del Cancro di Roswell Park a Buffalo, il quale del tutto casualmente, a causa di una paziente di origine cubana, è venuto a sapere che il centro di immunologia e biotecnologie di Cuba produceva vaccini innovatori  per i tumori polmonari e ha invitato il ricercatore di cui parlava la signora ad una conferenza che gli aperto orizzonti impensati. O meglio orizzonti che la narrazione ufficiale e l’ideologia dominante gli avevano precluso persino di pensare. Sconcerto nella platea a tal punto da indurre il direttore di una rivista scientifica, Life Science Leader a denunciare nel numero in stampa la colpevole e totale carenza di informazione su Cuba (qui) , mentre si consumava l’ottuso rito di aborrimento di Fidel Castro e la sordida commedia del blocco che comprendeva  -non so se dire ovviamente o stupidamente – anche le pubblicazioni scientifiche. Sconcerto non solo e non soltanto per non averne saputo nulla ed aver ideologicamente esorcizzato la realtà, ma anche perché veniva squadernata fra gli illustri ricercatori la dimostrazione palese ancorché accuratamente nascosta, di  come la scienza americana – all’esatto contrario di quanto non si pensi – sia  scarsamente produttiva in rapporto ai giganteschi investimenti di cui può godere e che nel campo della medicina sono oltre  1000 volte superiori a quanto si può permettere la piccola grande isola. E non bastano certo i telefilm, i media incantati o i nobel comprati al mercato coperto di Stoccolma, per cambiare una realtà nella quale peraltro vengono coinvolte in prima fila tutti i cervelli che si possono rastrellare in Occidente o nell’Asia  periferica: è una questione di struttura, di cultura, di sistema che sarebbe interessante analizzare nei particolari e nei risultati.

Naturalmente non tutto nasce per caso: la tardiva scoperta di Cuba come Paese molto avanzato nelle biotecnologie è avvenuta circa due settimane prima che finisse il mezzo secolo di embargo verso l’isola: dal 14 ottobre le società Usa sono libere di importare e commercializzare i medicinali cubani con tutto il contorno che è facile immaginare, mentre ci si appresta ad impadronirsi delle conoscenze prima sconosciute: il centro per il cancro di  Roswell Park ha già chiesto l’autorizzazione di associarsi al Centro di immunologia molecolare dell’Avana. Il direttore di Life Science è stato costretto ad ammettere che tutto questo è dovuto principalmente al fatto che lo Stato cubano ha fatto della salute dei cittadini una priorità destinandovi un quinto delle risorse. E conclude ” a chi ha fatto più male l’embargo? ”

Non è mai troppo tardi per i pentimenti e le lacrime di coccodrillo, ma tutto questo porta a pensare che la fine del blocco non sia proprio quell’atto di augusta e bonaria concessione che si è voluto far apparire: sfruttando i risultati di un regime da sempre esecrato, combattuto e condannato, si possono fare profitti a palate. E in questo davvero sono imbattibili.

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