Via D'Amelio il giorno della strage
Via D’Amelio il giorno della strage

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nei  giorni scorsi Lucia Borsellino ha pronunciato parole di fuoco davanti alla Commissione Antimafia: “quello che sta emergendo in questa fase processuale (è in corso a Caltanissetta il quarto procedimento sulla strage) ci fa interrogare sul fatto se veramente ci si possa fidare in toto delle istituzioni”. La  figlia del magistrato ucciso si riferiva a depistaggi, sospetti su correità e tradimenti da parte di uomini appartenenti agli apparati dello Stato, occultamenti dei fatti, ancora oscuri dopo 24 anni.

La sua dichiarazione è passata sotto silenzio, mentre invece rimbombano le vibranti frasi retoriche che ogni anno accompagnano le rituali cerimonie di commemorazione in un giorno diventato “della memoria”, se non sa essere “della verità”. Quest’anno, in osservanza piena dell’ideologia dell’ottimismo che ispira l’azione governativa, la sagoma grigia che sarebbe succeduta all’irriducibile monarca, se solo fosse riuscito a convincerlo che non è più presidente, esulta, si fa per dire, per il fatto che la nostra società possiede gli anticorpi per sconfiggere definitivamente la mafia.

Morto Riina, retrocesso a comparsa di una oscena saga familiare, morto Provenzano, ­­­­­­ diventato occasione   per una sconcertante diatriba sui diritti, in un Paese dove ogni giorno si fa un passo avanti nell’opera di cancellazione di prerogative, conquiste anche grazie allo svuotamento della Costituzione che ha stabilito principi e regole della loro tutela, è possibile che abbia perso forza il mito della geometrica potenza delle vecchie famiglie, delle consuetudini e dei riti che facevano da elemento di coagulo degli affiliati. Non ne ha persa il ricorso alla violenza dell’intimidazione, se si susseguono le minacce concrete a chi si ribella, non ne ha persa la pressione ricattatoria e corruttiva se la stessa Rosi Bindi denuncia coperture morali e contaminazioni della criminalità organizzata esercitate da insospettabili in spettacolare prima fila nell’antimafia di maniera, quella delle dichiarazioni, delle parate, dell’esibizione di trofei.

Ma soprattutto sempre di più si è consolidata quella integrazione tra i comportamenti criminali delle organizzazioni illegali e quelli, formalmente legali se non legittimi, della politica, del sistema finanziario, del mondo di impresa, un tempo esposto e permeabile, oggi dichiaratamente affine, tanto da averne mutuato sistemi e metodi, perché analoghi sono obiettivi ed aspirazioni. Sicché il ricatto, strumento ampiamente adottato nelle aziende, nelle relazioni sociali, nel sistema dei controlli e delle autorizzazioni, viene autorizzato, anzi, promosso grazie a leggi, “riforme”, provvedimenti d’urgenza. Sicché la trattativa sottobanco, l’opacità degli appalti e degli incarichi, lo scambio di voti e favori, non solo non è condannato, ma approvato e chi non si adegua viene deriso ed espulso dal contesto della concorrenza “leale”.

E siccome gli attori in campo da ambo le parti si sono sgrezzati, pur non rinunciando alle maniere forti quando occorre, pur continuando a adottare sistemi sbrigativi quando le circostanze lo richiedono, menando, torturando, abusando, intimidendo, sfruttando e speculando con una evidente preferenza per la sopraffazione sui più deboli, preferiscono restare nell’ambito delle azioni riconosciute e ammesse come appartenenti alla “norma”, spingendo al suicidio piuttosto che ammazzare direttamente, rubando tramite fondi e derivati piuttosto che scippando le vecchiette, esibendosi con poliedrica abilità nel monopolio del gioco d’azzardo ma anche nella gestione del casinò finanziario, depredando territori e risorse anche grazie alla nuova dicitura in calce al colonialismo interno e esterno: cooperazione, aiuto umanitario, esportazione di democrazia.

Certo qualche vizietto non se lo levano, qualcuno più avido non si sarebbe peritato di stornare i fondi che l’Unicef raccoglie per le campagne in Africa, destinandole a altre campagne, in Toscana, iniettando un po’ di sangue vivo in tre languide aziende collegate alla famiglia e ai famigli del premier. Banche dalla gestione oscura e fallimentare, che hanno ingannato, manipolato e derubato la clientela, aggiungono al loro carnet di imprese spericolate l’intermediazione nella vendita di armi a paesi sanguinari, tirannie oscurantiste in odor di conclamata familiarità con l’Isis, protette dal governo fan del Made in Italy e in aperta violazione  della legge 185/ 1990 che vieta l’esportazione e il transito di armamenti verso paesi in stato di conflitto e responsabili di gravi violazioni dei diritti umani.

Ma sono esibizioni estreme di qualche fanatico della crescita e c’è da aspettarsi qualche provvedimento d’urgenza che metta ordine definitivamente nella controversa materia della necessaria sottrazione di risorse da destinare al dispiegarsi della libera iniziativa imprenditoriale, che attribuisca onore e rilevanza morale al crimine a fin di profitto per il bene dell’Italia, che stabilisca una volta per tutte la sacrosanta prevalenza del crimine sulla giustizia, la loro.